Quando il regime siamo noi stessi

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“Era una gioia appiccare il fuoco.

Era una gioia speciale veder le cose divorate, vederle annerite, “diverse”. Con la punta di rame del tubo fra le mani, con quel grosso pitone che sputava il suo cherosene venefico sul mondo, il sangue gli martellava contro le tempie, e le sue mani diventavano le mani di non sai che direttore d’orchestra che suonasse tutte le sinfonie fiammeggianti, incendiarie, per far cadere tutti i cenci e le rovine carbonizzate della storia. Col suo elmetto simbolicamente numerato 451 sulla stolida testa, con gli occhi tutta una fiamma arancione al pensiero di quanto stava per accadere la prossima volta, l’uomo premette il bottone dell’accensione, e la casa sussultò in una fiammata divorante che si dette ad arroventare il cielo vespertino, poi ad ingiallirlo e infine ad annerirlo. Egli camminava entro una folata di lucciole. Voleva soprattutto, come nell’antico scherzo, spingere un’altea su un bastone entro la fornace, mentre i libri sbatacchiando le ali di piccione morivano sulla veranda e nel giardinetto della casa, salivano in vortici sfavillanti e svolazzavano via portati da un vento fatto nero dall’incendio.”

Il senso generale, il cosiddetto “senso comune”, tende a confinare generi quali la fantascienza o i libri d’avventura a semplici “libri per ragazzi”: pensiamo a uno dei più grandi e sottovalutati scrittori del ‘900, Jack London, “ridotto” dalla vulgata popolare a uno scrittore di storielle di lupi in mezzo alla foresta, ignorando del tutto uno degli stili più moderni e dinamici che la storia della letteratura americana abbia mai conosciuto, nonché il fatto che London scrivesse anche opere di tutt’altro genere, basti pensare al romanzo utopistico “Il tallone di ferro”, che delineava fin nei minimi termini una società fascista tre decenni prima della sua concreta attuazione storica. Anche altri romanzi distopici hanno subito questa discriminazione, come se parlare di esseri venuti da altri mondi, o di società proiettate in un futuro assai lontano, significasse dipingere mondi sconosciuti, realtà fittizie. Asimov, ad esempio, potrebbe tranquillamente essere definito un Giordano Bruno in salsa contemporanea.

La definizione “Libri per ragazzi” dovrebbe essere appuntata al petto come una medaglia al valore, non un’etichetta, come tale negativa, appiccicata a un autore, neanche fosse un ebreo nella Germania degli Anni ‘30, con tanto di numero di matricola e simbolo di riconoscimento.

Siamo sicuri che i protagonisti de “Il Signore delle Mosche” di William Golding fossero veramente dei bambini, e non la traslazione di una società dove prevale la legge del più forte, dove il darwinismo sociale la fa da padrone?

Ray Bradbury si inserisce, suo malgrado, in questo “filone dell’incompreso”, in questa ingenua banalizzazione di una parte fondamentale, essenziale, della nostra letteratura.

Fahrenheit 451 è semplicemente uno dei più grandi romanzi del ‘900.

E mi dispiace, signore e signori, è opera di uno scrittore di fantascienza, mettetevi l’anima in pace.

Ray Bradbury è Michel de Nostredame, è Nostradamus.

Ray Bradbury è Grigorij Efimovič Novych, è Rasputin.

È un veggente che nel 1953 dipinge la società contemporanea, Anno Domini 2016, come se la osservasse direttamente, come se l’avesse davanti ai propri occhi.

Guy Montag.

Professione: pompiere.

I pompieri, tuttavia, nella società dipinta da Bradbury non spengono più gli incendi.

Li appiccano.

Chiunque venga trovato in possesso di un libro viene “ricondizionato”. E se non accetta questo processo, se non accetta la lobotomia cerebrale imposta de facto dal regime e dalla televisione, brucia assieme alla sua casa.

“L’unico modo per essere felici è di sentirci tutti uguali” è il tragico insegnamento che il superiore di Montag impartisce alla sua squadra, nel riadattamento cinematografico di Truffaut del 1966, prima di bruciare viva una signora di mezza età in mezzo ai suoi stessi libri: una scena apocalittica, per una società apocalittica che, in realtà, è appena dietro l’angolo e ci aspetta a braccia aperte, è pronta a dare fuoco alla libertà in nome della sicurezza; al libero arbitrio in nome del benessere generale; alla vita in nome della non-vita.

La moglie di Montag ha solo un pensiero fisso per la testa: seduta 24 ore su 24 in salotto davanti alle sue tre “pareti” (così veniva chiamata l’enorme muro-televisione dove il regime trasmetteva il suo soporifero messaggio a ciclo continuo) quasi non presta più attenzione al marito, gli si rivolge solo per cercare di convincerlo a comprare una quarta e ultima “parete”.

Mi viene in mente la copertina di “Presence” dei Led Zeppelin, la felicità a tutti i costi; la stretta di mano di “Wish You Were Here”, il teatro dei burattini.

È il Grande Fratello orwelliano, è la dittatura tecnologica nella quotidianità delle persone.

Ora sarebbe la società dei social, degli smartphone, dei tablet, dei maxischermi.

Allora spegnete tutto, alzatevi dalla sedia, uscite di casa, entrate in una biblioteca o andate in libreria e leggete, leggete quello che vi pare, magari questo straordinario e attualissimo romanzo: che sia questa la vostra “quarta parete”, la vostra personalissima via di fuga, l’uscita d’emergenza mentre il mondo va in fiamme, mentre i valori bruciano, mentre le “anime morte” vagano senza meta alla ricerca di una fiammella di speranza nel buio esistenziale che ci circonda.

Luigi Saccomanno

Luigi Saccomanno, è nato il 9 dicembre 1983 a Gallipoli, vive a Bologna e un po’ dappertutto, ha lavorato in Inghilterra e in Francia per alcuni anni. Laurea Triennale e Specialistica in Cooperazione Internazionale presso l’Università di Lecce; Licenza di II livello in “Euromediterranean School of Law and Politics” presso la Scuola Superiore Universitaria ISUFI; Master in Marketing e Comunicazione presso la Bologna Business School; tre tesi di ricerca in Storia Moderna.

Il suo ultimo romanzo è “Scrittori Brutta Razza”, Lupo Editore.

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