Tommaso Landolfi, il genio fuori moda

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«In un’opera come quella di Tommaso Landolfi la prima regola del gioco che si stabilisce tra autore e lettore è che presto o tardi ci si deve aspettare una sorpresa; e questa sorpresa non sarà mai gradevole o consolante, ma avrà l’effetto, nel più blando dei casi, d’un’ unghia che stride contro un vetro, o d’una carezza contropelo, o d’un’associazione d’idee che si vorrebbe scacciare subito dalla mente».

Così Italo Calvino scrive di Tommaso Landolfi e non sbaglia una parola.

Tra i nostri più grandi scrittori del secondo Novecento, oggi poco letto e molto dimenticato, se non fosse per Adelphi che ha deciso di  pubblicare le sue opere in prosa e in versi.

Recentemente la casa editrice di Roberto Calasso ha ripubblicato I russi, gli scritti importanti di Landolfi sulla letteratura russa, la sua grande passione che ci ha fatto conoscere e apprezzare la grandezza  di scrittori come Dostoevskij, Tolstoj, Gogol e Anna Achmatova, autrice su cui il giovane Landolfi si laureò nel 1932.

Tomasso Landolfi è uno scrittore geniale fuori dagli schemi. Già negli anni Trenta, quando pubblica le sue opere più significative (Dialoghi dei massimi sistemi, 1937, La pietra lunare, 1939, Il mare delle blatte e altre storie, 1939) come autore  mostra di avere una carica di novità e di originalità, uno stile tutto personale  e unico, lontano da scuole,canoni e appartenenze.

Leggendolo, ci troviamo subito davanti a una prosa eccentrica e fuori moda in cui un lessico ottocentesco si sposa a  toni realistici.

Allo stesso tempo. nella sua scrittura visionaria e non.  il fantastico si coniuga con l’orrore, la crudeltà con il sogno e poi tornava senza alcun preavviso a una dettagliata descrizione realistica.

Landolfi, da profondo conoscitore di letterature straniere, seppe da alcuni autori lasciarsi suggestionare e imporsi nella letteratura del secondo Novecento italiano come autore colto e raffinato che dal problematico rapporto con il caso inventò uno stile e una lingua tutta sua non curandosi di sfidare la linea di confine che esiste in un rapporto estremo che sussiste tra il gioco d’azzardo e la letteratura.

«Perché si ha un bel dire che ciò che Landolfi scrive è sempre maschera del vuoto, del nulla, della morte. Non si può tralasciare il fatto che questa maschera è pur sempre un mondo pieno, concreto, denso di significati, Un mondo fatto di parole, naturalmente. Ma di parole che contano per la loro ricchezza e  precisione e congruenza».  Ancora una volta Italo Calvino fornisce una chiave di lettura critica importante che è soprattutto un invito alla lettura di Tomaso Landolfi, il primo scrittore italiano dopo D’Annunzio, come ha scritto giustamente Carlo Bo, che con la penna ha potuto fare tutto quello che voleva.

Landolfi è considerato uno prosatore per estimatori raffinati. Non è assolutamente vero.  Egli è uno scrittore vero perché è impossibile catalogarlo o accostarlo  ad altri. E come tutti gli scrittori veri, appartiene a tutti. Leggiamolo, rileggiamolo, scopriamolo.

Nicola Vacca

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