Henry Miller e la fiducia negli ultimi

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“Una volta mollata l’anima, tutto procede con assoluta certezza, anche nel pieno del caos. Dal principio non fu mai altro che caos: un fluido che mi avviluppava , e io vi respiravo per branchie. Nei substrati, dove la luna brillava ferma e opaca, era liscio e fecondo; sopra era rissa e discordia. In tutte le cose io vedevo subito l’opposto, la contraddizione, e fra il reale e l’irreale l’ironia, il paradosso. Ero io il mio peggior nemico. Nulla c’era che volessi fare e potessi anche non fare. Anche bambino, quando quando nulla mi mancava, io volevo morire; volevo arrendermi perché non vedevo senso nella lotta. Sentivo che nulla si sarebbe provato, sostanziato, aggiunto o sottratto continuando un’esistenza che io non avevo chiesto. Tutti attorno a me eran dei falliti, e se non falliti ridicoli. Specialmente chi avesse avuto successo. Questi poi mi infastidivano fino alle lacrime. Ero solidale con chi sbagliava, ma non era la simpatia a muovermi. Era una virtù meramente negativa, una debolezza che fioriva alla sola vista della miseria umana. Non ho mai aiutato nessuno aspettandomi che ciò gli facesse del bene; lo aiutavo perché non ero capace di fare altrimenti. Voler cambiare la condizione delle cose a me pareva futile; nulla sarebbe cambiato – ne ero convinto – se non per un mutamento del cuore, e chi può cambiare il cuore degli uomini? Di tanto in tanto un amico si convertiva; roba da piangere. Non avevo bisogno di Dio, più di quanto Egli avesse bisogno di me, e se un Dio ci fosse stato, dicevo spesso tra me, andrei a trovarlo calmo calmo e gli sputerei in faccia.”

Con questo incipit si apre Tropico del Capricorno di Henry Miller. Un romanzo poetico, feroce, osceno, in cui il disagio personale e quello sociale sono fusi in un unicum di esperienze vissute fin dentro la carne, per assurgere a un sentire a suo modo sacro ma che fa dell’estremo e del disagio il vessillo di una sensibilità che viaggia oltre gli stilemi della vita borghese.

Scrivere di Henry Miller è come orbitare nello spazio sterminato. La sua scrittura dice tutto e lo sottrae. Non per altro ebbe diversi problemi con gli editori, poi il suo romanzo più famoso Tropico del Cancro fu bandito in America ed ebbe una condanna per oscenità, condanna che però gli valse anche la gloria altrove (di fatti fu pubblicato prima in Francia). Per un bel periodo di tempo Henry fu pubblicato da un editore d’avanguardia e in effetti se si considera la sua scrittura, dal punto di vista stilistico così come da quello strutturale, è avanguardia pura. Assenza totale di trama o canovaccio, linguaggio sboccato mitigato da frammenti di poesia e filosofia delle più alte, descrizione minuziosa degli aspetti più osceni e realistici della società del suo tempo, indugiando non poco sui tratti più scabrosi: povertà, pidocchi, prostitute, sesso selvaggio, ma poi anche infinito desiderio, non solo di corpi, un desiderio disperato d’amore, di bellezza, di affetto, di entrare a far parte della storia del proprio tempo, di essere accettato da una società già in declino su quell’impervia strada che fa emergere solo chi sa ben nascondere gli inferni quotidiani che pure infestano le grandi metropoli dell’Occidente. Un canto funebre per il mondo che si frantuma, seguendo la direzione sbagliata, quella dell’individualismo bieco in cui l’unità è perduta, la pace è perduta, la possibilità di essere sinceri con l’altro è perduta. La diagnosi sociopolitica emersa dai romanzi di Henry Miller è un triste pronostico di come la nostra civiltà Occidentale, da sempre ritenuta superiore alle altre, abbia messo in scacco l’unica via verso la salvezza cosmica: l’Amore.

Tropico del Capricorno è più profondo di Tropico del Cancro, aumentano le riflessioni e anche i flussi di coscienza forti e feroci, onirici, potenti. La scrittura è più alta, stilisticamente aumentano le digressioni e si stratificano i registri. Se in Cancro Miller compare quasi sempre come spettatore della vita, persino nel sesso è una sorta di spettatore dell’osceno, in Capricorno si immerge completamente nelle vite degli altri e nella propria, va davvero a fondo nell’esperire ogni cosa e in fine si perde nel ricordare un amore lontano e meraviglioso, immaginifico, una donna che ha del surreale, dell’ideale, del divino. Non so se sia una donna in carne e ossa o un sogno.

Probabilmente qui è più intenso anche perché descrive il mondo da cui era fuggito: gli Stati Uniti d’America. Demolisce il sogno americano (il capitalismo dunque) a rasoiate.

Passaggi evocativi, sempre restando sulla doppia linea dell’osceno e della critica sociale sono: un episodio in cui fa sesso con una donna mentre lei è semi addormentata; il personaggio meraviglioso della nera innamorata di lui che gli offre i pasti; la bigotta che non tollerava le bestemmie ma con qualche dolce parolina si lascia palpeggiare per bene; le mogli degli amici e le loro infezioni veneree e poi le mogli degli amici con cui ci prova; la donna completamente suonata con cui aveva rapporti solo al buio. Il tutto mitigato da digressioni metafisiche e socio-politiche, momenti di altissima poesia e altri bassissimi invece, parole taglienti, dirette, rasoiate, appunto. Quest’alternanza fa di Henry un pioniere del genere on the road e di quella che più tardi fu una delle più leggendarie avanguardie americane: la Beat Generation (lui non ne fece parte e il suo stile è da considerarsi forse più originale rispetto alle contaminazioni jazz dei beatnik, ma di Kerouac aveva una grande opinione).

Il capitolo più bello in assoluto del Capricorno è quello in cui per la prima volta parla del padre. Miller aveva un rapporto particolare con la famiglia, credo non avesse mai perdonato la madre per la freddezza, la meschinità e la superiorità con cui trattava il padre. Il padre era un uomo semplice, avvezzo al buon vino e al cibo indubbiamente, cosa di cui anche Henry non disdegnava affatto. Però ecco non era un intellettuale, era un uomo modesto, allegro, conviviale, alle volte fanfarone. Questo fa capire che di certo gli stimoli intellettuali Henry li trovò all’infuori della famiglia. A un certo punto però, costantemente umiliato da sua moglie, il padre di Miller smette di bere, fa proprio un fioretto, una promessa insomma. E lei non fa altro che tentarlo, per farlo cadere nella propria fragilità, ma lui è lì, imperterrito, nel dimostrare di avere forza d’animo. Ma come controcampo si ammala di una malattia di cui non viene mai detto il nome. Quindi suo figlio lo porta dal medico di famiglia ma questi ha dei preconcetti nei confronti della famiglia Miller perché un giorno Henry si era presentato con lo scolo, e allora, tale padre tale figlio, pensa il medico. Gli fa la morale tutto il tempo finché il figlio non insiste per sapere cos’abbia il padre. Il medico risponde, in modo brusco, che non gli resta poi molto da vivere. Henry mente a suo padre dicendogli che la situazione è grave ma guarirà se s’impegna a condurre una vita decente.

Il padre prende a frequentare la parrocchia, prima non era mai stato religioso, ma questo parroco con cui entra in contatto sembra proprio convincente perché non fa proseliti, gli rende invece l’animo migliore. Più che una parrocchia pare a Henry che suo padre frequenti una scuola serale, è divenuto più colto, riflessivo, mite. Ciò dura per un bel po’, finché il parroco non viene spedito altrove, dove guadagnerà di più. Il padre di Miller è certo di poterlo convincere a restare, e ci prova, ci prova più volte, fallendo. Il fallimento viene descritto fino all’ultimo istante della vita del padre. Qui l’Henry Miller scabroso e osceno lascia spazio all’immensa umanità dell’Henry Miller maturo, empatico, amorevole, speranzoso, bambino in un certo senso, sì, un uomo che crede fino alla fine che suo padre possa farcela con il solo volere. Forse è una redenzione sacra ma non religiosa quella che Miller spera, quella in cui crede fino all’ultimo istante, la redenzione da un mondo di miseria, di squallore, la incommensurabile schiusura dell’animo alla volontà di sapere, conoscere, studiare, migliorarsi. Ed è questo l’Henry Miller che sento più vicino, questo anche ciò che la sua seconda moglie June e l’amante Anais Nin spesso nelle loro lettere e diari sottolineano di lui: questo scrittore degli ultimi, così profondo, generoso, dall’animo dolce, nobile. Ed è da lui che un aspirante scrittore dovrebbe imparare ad aprirsi alla potenza della letteratura, con una sconfinata onestà nei confronti di se stesso.

Ilaria Palomba

Scrittrice, collaboratrice di Scuola Omero. Ha pubblicato il romanzo “Fatti male” (Gaffi), tradotto in tedesco per Aufbau-verlag, il romanzo “Homo homini virus” (Meridiano Zero), vincitore del Premio Carver 2015 e terzo al Premio Nabokov 2015, il saggio “Io sono un’opera d’arte, viaggio nel mondo della performance art” (Dal sud), scritto grazie a una borsa di studio al CeaQ (Sorbonne). Alcuni suoi racconti sono tradotti in francese e inglese, rispettivamente per: “Les Cahiers européens de l’imaginaire” e per il “Mammoth Book”, l’antologia di racconti curata da Maxim Jakubowski. Ha curato l’antologia di racconti e disegni “Streghe Postmoderne” (AlterEgo), di cui fa parte anche come autrice. Lavora all’interno di un progetto biennale di arte e scrittura presso un centro diurno di Roma. Scrive per “Succedeoggi”, “Mag O” e altri magazine on line e cartacei.

 

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