Il male secondo Santarossa

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“Il male” è sicuramente un romanzo diverso dalla precedente produzione di Santarossa. Accantonato il realismo che caratterizzava le sue opere, questo romanzo è onirico, metafisico, racconta diversi piani di realtà e di esistenza, tornando sempre, però, alla fine, a descrivere la società, l’epoca che stiamo vivendo. E lo fa come nessun altro. Con la stessa forza e con la stessa durezza di “Viaggio nella notte”. Ma questa volta attraverso un punto di vista decisamente originale.

Il protagonista è Lucifero. Un Lucifero catapultato sulla Terra. Ma chi è Lucifero? Un angelo caduto, perché ha sfidato Dio, ed è stato esiliato agli inferi? Qual è stato il suo peccato, il suo sbaglio? E cosa sono, in realtà, il bene e il male?

La contrapposizione bene/male è da sempre uno dei temi fondamentali e tra le domande che più assillano gli esseri umani, soprattutto credenti. E scrivere un libro osservando la realtà attraverso gli occhi di Lucifero non è da tutti.

Lucifero è asceso sulla Terra per osservare l’umanità, per scoprire perché nessuna anima “nera” giunge più nel suo regno.

E rimane un osservatore, senza intervenire nella vita delle persone che esamina. Entra nei corpi dei più umili e sconfitti tra le creature di Dio, provando e facendo sue le loro sofferenze, il loro dolore. Che si incarni in una bambina stuprata, in un ragazzo drogato, in un operaio che viene licenziato, o in un maiale condotto al macello, il “figlio di luce nera del padre bianco” (come lo definisce Santarossa) condivide e comprende la loro disperazione. Una disperazione quasi sempre evitabile, perché deriva dagli altri, dai suoi simili, dai figli di Dio, che dovrebbero difendere il bene e la giustizia e soccorrere gli indifesi. L’umanità che racconta Santarossa, in modo impietoso ma vero, è schiava del dio denaro, dedita al male senza rimorsi e senza ritegno.

Sembra che nessuno possieda una coscienza. Il “padrone” della fabbrica che licenzia l’operaio non ha nemmeno bisogno di giustificazioni, non servono. E così il padre che stupra la figlia, i parenti dei tanti anziani ammonticchiati negli ospizi come roba vecchia e inutile. Le atrocità ormai sono la norma, non vengono neppure più viste come tali. È vero, una volta c’erano le guerre, la vita – umana e animale – aveva ancora meno valore, si mandavano i ragazzi a morire al fronte in nome della “patria”.

Ma osservando attentamente, sembra che sia cambiata solo la forma, non la sostanza. In nome di una entità che tutti chiamano “crisi” (reale o indotta), si licenziano migliaia, milioni di persone, si erodono giorno dopo giorno gli stipendi, le pensioni. Più ipocritamente, si lascia che siano gli altri a premere il grilletto. Il piccolo imprenditore sommerso dai debiti, l’operaio disoccupato, il pensionato che non ha più i soldi nemmeno per comprarsi il pane, si suicidano, certo. Nessuno li uccide, materialmente. Ma qualcuno c’è, dietro quella mano che stringe il cappio o apre il gas o preme il grilletto. Qualcuno che purtroppo non pagherà mai e, e forse questa è la tragedia più grande, che non sente nemmeno su di sé il peso della colpa.

“Il male” è un romanzo che fa discutere, e molto. Del resto è questo il compito della letteratura, suscitare dubbi e domande. L’arte consolatoria o che dà risposte non esiste, non è arte.

Pierluigi Porazzi

Pierluigi Porazzi, laureato in giurisprudenza, ha conseguito il titolo di avvocato e lavora presso la Regione Friuli Venezia Giulia.È iscritto all’albo dei giornalisti pubblicisti dal 2003. Suoi racconti sono apparsi su riviste letterarie, in antologie e raccolte e in rete. Fa parte del progetto Sugarpulp. Nel 2010 e nel 2013 ha pubblicato per Marsilio i romanzi L’ombra del falco (due edizioni) e Nemmeno il tempo di sognare, in seguito usciti anche, rispettivamente, nelle collane Noir Italia (Il Sole 24 Ore, 2013) e  Il Giallo Italiano (Il Corriere della Sera, 2014).

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