Tutto il disagio che c’è nel dolore

il-dolore-che-sara.jpg

 

 

Il dolore che un genitore potrebbe provare  come conseguenza della morte di un figlio, è sicuramente  un argomento difficile e scomodo, con cui confrontarsi. Se poi la prematura scomparsa fosse frutto di un  involontario errore del genitore stesso,  o di un incidente causato da una serie di sfortunate coincidenze,  se un padre o una madre si sentissero colposamente responsabili di un calcolo errato o di insufficienti precauzioni adottate, a quel loro dolore  verrebbe ad aggiungersi un terribile senso di colpa. Un mix di sensazioni talmente sconvolgenti da portare chiunque ad evitare  anche di prenderle in considerazione, proprio per non misurarsi con un disagio troppo difficile da sopportare.

Il regista Nanni Moretti, oltre dieci anni fa,  volle affrontare questa tematica nel suo film “La stanza del figlio”. Il film vinse parecchi premi  senza, peraltro, convincere completamente il pubblico. Lo stesso fece lo scrittore Rob Reuland, qualche anno dopo, con un romanzo bellissimo e disturbante, NERO BROOKLIN che ebbe, però, la sfortuna di essere spacciato per thriller passando pressoché inosservato (almeno da noi).

C’è uno scrittore, in Italia, noto ai più come autore di noir e di romanzi storici, che qualche anno fa si cimentò in un romanzo che affrontava questo stesso argomento. Sto parlando di Mauro Marcialis e del suo Il dolore che sarà (editore Aliberti).

Che Marcialis fosse uno scrittore coraggioso e per niente sottomesso a logiche di mercato o a compromessi di sorta, lo si era capito fin dai tempi del suo esordio (LA STRADA DELLA VIOLENZA – Colorado/Mondadori, 2006).  Le sue scelte (peraltro tutte gratificate da pubblicazioni con editori di fascia altissima) gli hanno garantito in pochi anni un posto di assoluto rilievo nel panorama letterario italiano, negandogli però l’exploit di vendite riservato a “fenomeni” del momento o premi letterari decisi a tavolino.

Dopo aver denunciato la corruzione dilagante nel sistema imprenditoriale/politico della “dimensione Italia”, dopo aver parlato di pedofilia e della aberrazione della sub-cultura televisiva, dopo aver rivisitato in chiave socio politica (ma senza nulla togliere all’epica e all’azione…) l’immortale mito di Spartaco il gladiatore ecco  che Marcialis decide, nel 2011, di scegliere la strada più complicata e, invece di virare su una semplificazione dei suoi testi per favorirne una maggiore commerciabilità, si cimenta con un tema intimista e dolorosissimo, dando una prova cristallina e assoluta del suo talento di scrittore puro.

Ne Il dolore che sarà gli eventi sono narrati dal punto di vista di Candy. Chi è Candy? Una lavatrice. Gli abiti che girano vorticosamente nel suo cestello, durante il lavaggio, assorbono i sentimenti, le sensazioni, i pensieri di coloro che li hanno indossati, raccontando la storia di un dolore troppo grande per trovare con facilità la via della catarsi o della accettazione.

Non è una lettura facile, come sono certo che non sia stata una scrittura facile per il tormentato autore (peraltro affettuoso padre di famiglia). La lettura del romanzo rappresenta in maniera esemplare il concetto di disagio. È  un’esperienza, una chiave di volta per provare a scrutare un territorio che sappiamo essere dentro ognuno di noi ma che non ci saremmo mai sognati di andare ad esplorare spontaneamente. Un’altra magistrale prova di bravura (e di coraggio) di Marcialis, ovviamente ripagata con una sostanziale indifferenza dal mercato editoriale Italiano. All’autore (che artisticamente non ha mai sbagliato un colpo, assumendosi sempre la responsabilità del suo assoluto rigore intellettuale) va fatto un plauso. Un po’ meno all’editore che, dopo aver stampato il romanzo, lo ha praticamente ignorato… Ok, non era lecito aspettarsi che scalasse le classifiche di vendita, ma era il romanzo perfetto per partecipare a premi letterari di qualità. In un film di fantascienza degli anni ottanta a me molto caro, intitolato ALIEN NATION, un extraterrestre chiedeva a un poliziotto: “Come mai voi umani vi siete dotati di regole così perfette per la convivenza civile e poi siete i primi a infrangerle?” Una frase che mi resterà sempre in mente… Qualcosa di simile andrebbe chiesto agli editori Italiani:“Come mai voi editori pubblicate dei romanzi bellissimi e poi non spendete un centesimo per propagandarli, spingerli, farli conoscere ai lettori?”

Resta, dunque, il rimpianto per un romanzo straordinario praticamente sconosciuto (Marcialis poi è tornato a pubblicare storici con Rizzoli e i suoi Noir di denuncia con Piemme) che esprime in pieno il concetto di disagio, che pone il lettore di fronte ai propri abissi, alle proprie più ancestrali paure e insicurezze. Insomma, un romanzo che fa quello che la vera letteratura dovrebbe fare: ci fa compiere un difficile viaggio dentro noi stessi.

Romano De Marco

Romano De Marco, classe 1965, alterna l’attività di scrittore a quella di responsabile della sicurezza di uno dei maggiori gruppi bancari italiani. Esordisce nel 2009 con “Ferro e fuoco” (Giallo Mondadori) a cui fanno seguito “Milano a mano armata” (Foschi 2011 – premio Lomellina in giallo 2012) “A casa del diavolo” (Fanucci Time crime 2013)  “Io la troverò” (Feltrinelli 2014 – finalista premio Scerbanenco 2014) “Morte di Luna” e “Città di Polvere” (Feltrinelli 2015).
Collabora con diversi blog scrivendo di cinema, serie TV e narrativa di genere, ha partecipato a diverse antologie pubblicando i suoi racconti anche su Linus e Il Corriere della sera. il suo sito è www.romanodemarco.it.
Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...