Una volta l’estate – Anteprima

13555615_10209656703685425_1331927553_o.jpg

 

(Una volta l’estate è un thriller fatto di frammenti, punti di vista, luoghi fluidi.

Una postina ruba il figlio appena nato di Maya, casalinga, ex artista, mentre suo marito Edoardo, sottufficiale in missione in un luogo del Medio Oriente, è messo sotto torchio da un suo superiore. La madre di Maya sente sua figlia in pericolo, sola, incinta, nella Capitale. Il medico curante, il professor Curci, si accorge che alla sua paziente stia accadendo qualcosa di strano. Uno psichiatra, il dottor Traversi, cerca di ricomporre i frammenti del caleidoscopio che è diventata la vita di Maya ed Edoardo.

I due protagonisti si conoscono per le vie centrali della Capitale, in autobus, nei pressi dell’Accademia di Belle Arti, in un periodo in cui tutti sono in allerta per gli attentati terroristici. Si guardano e non riescono a resistersi. Di lì a poco si ritrovano ad abitare insieme a casa di Edoardo in una zona residenziale. Maya comincia presto a odiare la sua nuova vita formattata secondo le buone regole del nucleo familiare sacrificando la sua parte artistica. Ma lo sguardo di Maya rimane quello di un’artista, uno sguardo che il militare Edoardo non comprende. Per Maya i paesaggi della Capitale sono descritti come dipinti di Monet, Van Gogh, Munch, Dalì. L’ambientazione è fluida, la città diventa un luogo immaginifico, una costruzione onirica. Quando Edoardo è via, Maya incontra Anya, la misteriosa postina, che la metterà nelle condizioni di chiedersi cosa voglia davvero. Anya, che in effetti sembra non essere solo una postina, incontrerà Maya ogni volta in un luogo diverso, nei bar di periferia, nei ristoranti giapponesi nei pressi del Parlamento, nelle ricche dimore di politici e uomini illustri: strani circoli in cui Anya cercherà di dimostrare a Maya come vivere senza rinunciare.

Il bambino che Maya porta in grembo assume un valore ambivalente. Il dottor Traversi, nel tentativo di ricomporre gli eventi, traccerà le connessioni tra il piccolo Arturo, l’infanzia e il padre di Maya, morto troppo presto, sacrificandosi per salvare sua figlia. O forse non è andata esattamente così. Forse questo è solo il modo in cui Maya ha ricostruito i fatti per dar loro un senso. Edoardo, come Ulisse, capisce che deve tornare nella Capitale, da Maya. C’è ancora qualcosa che possono fare per salvarsi).

                                                                        MAYA

Una volta l’estate era una liberazione, non vedevo l’ora di essere là, sulle spiagge del sud, a correre in costume, mostrando quasi nudo il mio non corpo. Ero così diversa dalle donne e ne andavo fiera, non una bambina e neppure una vera donna, un ibrido, una non cresciuta. Mi consolavo dicendo a me stessa brevi frasi propiziatorie. Non vedere i contorni nella materia ma l’esistente, prendi le spiagge di Monet con dodici tonalità di turchese, tra le linee del cielo spariscono i confini. E così io vedevo. L’odore del mare lo trasformavo in carboncino, ne sfumavo i cardini e mi perdevo nel blu e nel porpora, dove non più di carne ero fatta ma di colore vivo.

Finivano le ore e le spiagge diventavano deserti. E il sole andava a nascondersi dietro i pini di quei luoghi. Ma io e la bambina dagli occhi celesti restavamo in spiaggia a oltranza, fino all’oscurità, e ci lasciavamo deglutire. Lei era la regina di tutte quelle notti stellari, innalzava le braccia e chiudeva gli occhi.

Masticate dal tempo. Vicine all’eternità. Con lei innalzavo le braccia e chiudevo gli occhi. E tornando alla normalità avevo paura di sapere quanto piacere mi desse quel lento sgretolarsi nelle diciannove sfumature di porpora, più vicina al Sole ingoiato dai pini, ero fiamma di un unico incendio. E lei non c’era più.

MAYA

Lentamente Anya si alzò in piedi con Arturo tra le braccia.

Risolverò tutto.

Sentii l’eco dei tacchi allontanarsi.

Mi occuperò io di lui.

La maniglia della porta aprirsi.

Sistemerò tutto.

Poi richiudersi.

Uscì con mio figlio in braccio. Mi lasciò sul pavimento. E non potevo alzarmi. Ovunque infiammava il vespro, sul ponte. Portai le mani sulle guance, chiusi gli occhi. Gridai. E nessuno poteva sentirmi.

PROFESSOR CURCI

Il feto appare sullo schermo oscilloscopico, sì. Occorrono comunque almeno quindici immagini per avere una visione priva di pulsazione o di va e vieni, sì. La velocità media del suono è stimata intorno ai 1540 metri/secondo, sì. Il tempo di attesa per avere un’immagine è quindi di 13 microsecondi per ogni cm di tessuto, sì.

Esamineremo il feto anche con immagini tridimensionali (3D) e quadridimensionali (4D), sì. Quelle 3D sono immagini ferme che vengono analizzate successivamente da vari punti di vista, quelle 4D sono immagini in movimento e in tempo reale, sì.

Perché l’esame risulti ben chiaro bisogna che il feto sia posizionato adeguatamente, sì. Che vi sia una buona falda di liquido amniotico e che l’ecogenicità della paziente sia buona, sì.

Il battito cardiaco del feto è regolare, sì. La distanza tra i muscoli paravertebrali e la cute nella regione posteriore del collo del feto è nella norma, sì. I valori di glicoproteina nella norma, sì.

Dico alla Signora Carducci: “Lei e suo figlio state benissimo. Non si faccia più venire quegli incubi o attacchi di panico, sì. Può tornare da me per lo scan-for-fun, sì. Ovvero l’ ecografia ludica in 4D (senza scopo diagnostico) che consente alla madre l’osservazione dei movimenti e del comportamento del feto per un certo tempo, sì. Per conoscerlo meglio e stabilire un utile rapporto affettivo e relazionale con suo figlio, sì.
Ma ce l’ha qualcuno che
l’assiste ora che il signore è via, sì?”
Non ricevo risposta, sì.

EDOARDO

La mia prima destinazione, dopo la scuola sottufficiali. Il primo giorno in caserma mi presento all’ufficiale di guardia. Con il borsone in una mano mi metto sugli attenti, porto la mano destra all’altezza del sopracciglio, mano a paletta e gli urlo a meno di un metro la mia categoria, il mio cognome, il mio nome, il mio contingente e la matricola con cui siamo necessariamente marchiati.

“Ma che cazzo urli?” mi dice l’ufficiale con un sorriso a V sardonico.

Rimango impalato con la borsa in mano e la mano a paletta sul sopracciglio destro. Sento una goccia di sudore uscire sotto il basco e scendere esattamente al centro della fronte, scendere giù tra i due occhi, scendere sul naso, sulla punta e poi fermarsi lì indecisa, come me.

“Salicetti” dice.

“Salicetti?” chiedo con un fil di voce.

“Adesso che devi urlare non urli?”

“Ma…”

“Urla Salicetti” mi fa calmo.

E ancora impalato con la borsa in una mano e la mano a paletta sul sopracciglio riempio d’aria i polmoni.

“SALICETTI!” urlo, stonando sulla prima i.

Il sottotenente davanti a me aggrotta un sopracciglio e tende un orecchio.

“Ecco Salicetti” sussurra alla mia figura ancora impalata con il borsone in mano e la mano a paletta all’altezza del sopracciglio destro.

Anche con gli occhi fissi, dritti a guardare nello spazio in mezzo agli occhi dell’ufficiale, come mi aveva consigliato Viale quando eravamo alla scuola sottufficiali, vedo un’ombra mimetica uscire dalla guardiola. Ci raggiunge un caporale di vent’anni con la barba di due giorni.

L’ufficiale si mette le mani dietro la schiena e si avvicina con la bocca al mio orecchio sinistro. La goccia decide di suicidarsi lanciandosi dal mio naso e presto è seguita da un’altra goccia kamikaze.

“Ripeti urlando: Salicetti vatti a fare la barba.”

“SALICETTI VATTI A FARE LA BARBA!” urlo perdendo la voce sull’ultima “A”.

L’ufficiale fa un altro sorriso a V.

DOTTOR TRAVERSI

“Quando ha smesso di dipingere?”

Silenzio.

“C’entra Edoardo con questa scelta?”

Mi fissa e sta in silenzio. Entrare nella sua storia è una partita a scacchi. Se fai la mossa sbagliata lei alza gli occhi ed è scacco al re.  Sta sempre zitta quando vado troppo vicino al nucleo della ferita. Rimozione o forclusione? Mi occorre sapere in quale regione dell’inconscio sia situato il trauma che ha generato il contenuto difensivo del delirio, e se sia ancora possibile recuperarlo.

Le avevo diagnosticato una psicosi, le movenze a scatti e la mancanza di coerenza semantica, facevano pensare a una forma lieve di schizofrenia, però nei giorni successivi l’atteggiamento è cambiato, la  personalità non sembrava più rispondere alle linee da me tracciate durante i primi cinque incontri in ospedale.

Ho azzardato l’ipotesi di un disturbo dissociativo. C’è un’enorme differenza tra il rapporto significante e significato e la significazione, la significazione fa segno e il segno è sempre segno di un soggetto.

“Ha ricominciato a dipingere da quando ha conosciuto Anya?”

Non risponde, si guarda intorno, esamina le penne, le carte, gli oggetti sulla scrivania, corruccia la fronte. La non comprensione in seduta è un sintomo, e ogni sintomo è rivelatore di verità.

“Cos’altro ha fatto da quando ha conosciuto Anya?”

Una midriasi le dilata le pupille e le iridi ne vengono riassorbite. Una lacrima lungo la guancia destra, una forma difensiva, e non dovrei averne timore.

Ilaria Palomba

Scrittrice, collaboratrice di Scuola Omero. Ha pubblicato il romanzo “Fatti male” (Gaffi), tradotto in tedesco per Aufbau-verlag, il romanzo “Homo homini virus” (Meridiano Zero), vincitore del Premio Carver 2015 e terzo al Premio Nabokov 2015, il saggio “Io sono un’opera d’arte, viaggio nel mondo della performance art” (Dal sud), scritto grazie a una borsa di studio al CeaQ (Sorbonne). Alcuni suoi racconti sono tradotti in francese e inglese, rispettivamente per: “Les Cahiers européens de l’imaginaire” e per il “Mammoth Book”, l’antologia di racconti curata da Maxim Jakubowski. Ha curato l’antologia di racconti e disegni “Streghe Postmoderne” (AlterEgo), di cui fa parte anche come autrice. Lavora all’interno di un progetto biennale di arte e scrittura presso un centro diurno di Roma. Scrive per “Succedeoggi”, “Mag O” e altri magazine on line e cartacei.

Luigi Annibaldi

Scrittore, editor, docente della Scuola Omero. I suoi racconti sono stati pubblicati dalla rivista “Linus” di Baldini&Castoldi, nella collana narrativa di Omero Editore (“Fantareale. Nuova antologia del racconto fantastico” e “Amore e Sesso Fantareale”), sulla rivista internazionale “Les Cahiers européens de l’imaginaire”. Da un suo racconto è stato tratto il cortometraggio “Sushi pin-up”, vincitore del premio Miglior Film per la giuria popolare del festival di cortometraggi “Campo Lungo” di Roma. “Sushi pin-up” è anche la sua opera prima pubblicata da Omero Editore. Conduce corsi di narrativa in diverse scuole medie, licei statali e biblioteche di Roma e al Goethe-Institut.

Dicono di loro

«In anni in cui troppa narrativa italiana sconta ilpeccato originale della distanza dall’impegno, da ogni genere di impegno, sia sociale che stilistico, a favore di un intrattenimento vuoto, Ilaria Palomba, con un atto di coraggio a tratti estremo, narra criticamente, sociologicamente e politicamente la sua generazione
persa nell’enorme mostro antimorale chiamato Italia. Una delle più nere e luminose voci, devota allcontrostoria, pertanto verissima storia, degli attuali Figli d’Italia.»
Massimiliano Santarossa

«Luigi Annibaldi scrive racconti che l’hanno rivelato come uno degli autori più originali dellanarrativa italiana di oggi, ironico, surreale e sempre in bilico tra realismo e fantastico. In questo romanzomette la sua voce al servizio di una storia profonda
ed estrema, illuminandola con un punto di vista unico, che si rivela nelle continue piccole sorprese, nelle intuizioni, in uno sguardo che può essere soltanto il suo.»
Paolo Restuccia

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...