Borges e le zingare napoletane

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Paolo Melissi in “Perdersi in città” racconta luoghi, smarrimenti e naufragi passeggiando e soprattutto frequentando i luoghi urbani in cui  la memoria è alla ricerca di dettagli. Racconti brevi e intensi che hanno il sapore di una narrazione frammentaria che non ha nessuna pretesa  di adagiarsi in una ricomposizione. Buona lettura (https://www.amazon.it/Perdersi-città-Paolo-Melissi-ebook/

 

 

Viaggio nel vagone di testa della metropolitana, linea verde, direzione Famagosta, un nome che evoca il mare e il sole, oltre che una violenta battaglia navale, ma qualcuno ha pensato di appiccicarlo a un capolinea di metropolitana. E’ un nome che si sovrappone al punto ideale in cui la città finisce, coincide con quella linea sottile, invisibile, in cui la metropoli si dissolve lentamente nel vuoto nebbioso dei campi che non sono più campi ma non sono neanche più città.

Sto leggendo una raccolta di poesie di Borges, una piccola antologia utile a soffocare il rumore metallico dei vagoni e il senso di acquoso grigiore di questa giornata. Mentre mi affaccio sui mondi vertiginosi del poeta, irti di spade specchi ed enciclopedie, salgono a bordo tre donne zingare con bambino al seguito montato su passeggino. Una di loro fuma una sigaretta. Me ne accorgo subito, sono zingare napoletane, parlano in dialetto partenopeo, in una forma arcaica, cupa, un po’ feroce, più marcata di quella attuale, nelle cui trame esplodono termini che non riesco a decifrare. Mi rendo conto: le loro voci mi fanno sentire a casa, di colpo annullano la distanza che mi sono abituato ad abitare.

La più anziana dice che se avesse settecentomila lire se le spenderebbe tutte in bistecche, la più giovane cerca di tranquillizzare il pargolo che sbraita con tutta la potenza delle sue piccole tonsille, poi si siede e ben presto dà mostra delle mutandine nere che la gonna corta non riesce del tutto a nascondere. Le mutandine mi fanno pensare a un piccolo animale acquattato nell’ombra. L’altra donna parla agitandosi di Gigi il Nano, che alla fine, dice, aveva ragione e continua a fumare.

Mentre leggo di Talmud, di libri e di sogni una voce aspra spezza il mio sogno. Un uomo di mezza età, con voce stizzita, dice, Qui non si fuma. La zingara giovane sghignazza indicando col dito scuro la donna colta con le mani nel sacco, che si affretta a spegnere il mozzicone fumante contro un corrimano d’acciaio. Guardo il mozzicone schiacciato contro il corrimano, la brace incandescente che si annerisce. Guardo la superficie della faccia dell’uomo sdegnato. Vorrei avere una sigaretta da spegnere.

Ora sono infastidito anch’io: la voce dell’uomo, la sua  richiesta, anche se legittima, mi ha disturbato, mi ha privato del piacere di leggere le poesie di Borges avvolte da quel turbine di zingaro-napoletano.

Intanto si avvicina la fermata, scendiamo tutti dal vagone: io, il signore dal forte senso civico, una donna bionda con giaccone e cappuccio orlato di pellicciotto, le tre zingare con il pargolo che continua a far vibrare le tonsille. Mentre le scale mobili ci portano verso la superficie sento la signora bionda col pellicciotto dire con una smorfia di disappunto, rivolta al signore ancora agitato, Di questo passo dove arriveremo.

Con l’odore della nebbia che mi entra in bocca raggiungo l’uscita.

Paolo Melissi

 

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