Il memoriale nero di una Nazione

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Corrono tempi in cui ogni scarrafone si ritiene qualificato a dire la sua su qualsiasi argomento, le parole si svuotano di senso, la retorica raggiunge livelli nauseanti.

Il lavoro è tra i temi del momento. E parlano tutti. Opinionisti che non hanno mai visto una fabbrica dall’interno. Commentatori del sentito dire e che forse non hanno  mai lavorato un giorno nella loro vita. Si producono narrazioni improbabili e confuse, il mito delle startup e dei cervelli in fuga. Sopravvive lo stereotipo di Cipputi, l’operaio comunista in tuta blu, nella realtà ormai estinto da anni.

Su tutto questo cala come una scure «Works» di Vitaliano Trevisan. Opera corposa, di oltre seicento pagine che scorrono rapide; un torrente di episodi raccontati con molto wit. La struttura narrativa è quella del romanzo autobiografico sotto forma di memoriale. Nel racconto c’è la vita dell’autore attraverso le sue esperienze lavorative. La storia percorre un arco di tempo individuabile dal 1976 al 2002 e si svolge prevalentemente tra Vicenza e gli immediati dintorni, in quel nord-est che viene detto locomotiva dell’Italia. E potrebbe però essere collocata – al netto delle opportune localizzazioni linguistiche – in un qualsiasi luogo della penisola.

La voce è incalzante e ossessiva, esprime l’umore nero del Nestbeschmutzer Bernhardiano, ovvero letteralmente, di colui che sporca il nido; ovvero che, in italiano, “sputa dove mangia”. Azione deplorevole per i moralisti. Ma atto comprensibile, restituzione all’ambiente del veleno accumulato nel tempo, esperienza dopo esperienza, nel tentativo di superare il bisogno, trovare un equilibrio interiore e infine tenere a bada il demone della scrittura che reclama il suo tributo di tempo e di energie. Ed è necessario per restare vivi.

È la voce di un narratore nevrotico e inaffidabile, ma appunto per questo umano e degno di essere ascoltato. E ricorda il protagonista di un’altra opera formidabile, quel «Memoriale» di Paolo Volponi, così magistrale nel raccontare l’alienazione del mondo produttivo di un’Italia ormai lontana ma per certi versi rimasta oggi uguale ad allora.

Fin dalle prime pagine realizziamo un dato notevole e dimenticato. Vale a dire che il problema del lavoro, nei suoi vari aspetti, è da sempre una costante. Lo era anche quando l’economia, come si suol dire, “tirava”. Il “nero”, l’aggiramento più o meno palese di leggi e normative, la scarsa sicurezza, gli incidenti, la precarietà, sono sempre stati i collaterali del sistema produttivo.

Sfila in «Works» una carrellata di personaggi tragicomici, per lo più alienati e inconsapevoli, sotto lo sguardo dolente del protagonista. Il lavoro è il centro di gravità. Le esperienze seguono un ciclo che sembra essere meccanicamente determinato da un destino avverso: inizo-ascesa-declino-crollo. Nel frattempo e in sottofondo, scorre la vita. Anche gli affetti non sono che formalità convenzionali all’interno di famiglie-impresa. Ogni forma di solidarietà sembra scomparsa.

Ma se le circostanze sono avverse e la sconfitta inevitabile, rimane la scrittura. Se la realtà è dolorosa, non resta che raccontarla.

«Works» è narrativa, se così si può dire, priva di finzione. Vicina al vero quanto basta da fornire una testimonianza sulla quale il lettore dovrà porsi più di qualche domanda.

Nicolò Tambone

 

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