Nel ventre dell’America

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È buio pesto e strappo le erbacce in giardino. Nel fresco della notte. Con i tordi che vaneggiano come se fosse giorno. E il treno che sferraglia. E la mucca che chiama e il puledro che risponde. E la fiamma della candela che ondeggia al vento.

Tutto ha un senso.

Sam Shepard è uno dei maggiori protagonisti della cultura americana contemporanea. Narratore, commediografo, attore, regista, a lui dobbiamo la scrittura della sceneggiatura di due pietre miliari del cinema del Novecento come Zabriskie Point di Michelangelo Antonioni e Paris, Texas di Wim Wenders. Vincitore del Premio Pulitzer con Buried child nel 1979, lo Shepard scrittore è anche il rimarchevole autore del gioiello letterario Motel Chronicles del 1983.

In Diario di lavorazione, libro del 2010 recentemente edito in Italia da Fandango/ Playground con la pregevole traduzione di Sara Antonelli, Shepard si inoltra nei sentieri di un’America perduta, selvaggia, decadente, giunta alla fine di un glorioso percorso storico. L’autore richiama, tra gli altri, i Padri fondatori, l’Indipendenza, la Guerra di secessione, i pellerossa, i miti del folk e del country degli anni Cinquanta, la vecchia Hollywood, ancore della memoria per una nazione dalla fibra etica oramai spappolata. Tra le righe di molte storie si intravede lo scheletro della recessione, successiva all’epoca della Grande Frontiera kennediana, fino al disastro politico e morale degli anni del secondo Bush. L’autore scava nel Sogno in via di disfacimento di una superpotenza che, smarrite le coordinate e la logica della propria presenza nel mondo, cerca di resistere all’Inesplicabile e al potere del negativo ricorrendo al mito, alla forza trascendente dell’archetipo.

Paura delle nuvole? Perché? Nel vasto assortimento di fobie perché proprio questa? Ha un nome quella paura. Lui l’aveva cercato. Un titolo. C’era qualcosa di rassicurante nel fatto che le fosse stato dato un nome. […] «Nefofobia», ecco il nome. Verrà dal greco? Quel giorno le nuvole e l’antichità scivolarono via lungo gli spogli monti Allegani mentre lui guidava sulla serpeggiante 64, la «Veterans Highway». Eccole. Vicinissime. Sospese sopra le montagne. Facce accatastate. Nuvole deformi. Facce nei cieli. […] Poi le une erano sfumate nelle altre. Diventando diverse. Forse i loro antenati. Ce l’avrebbe fatta ad arrivare dall’altra parte?

Diario di lavorazione non è un romanzo nè una collezione tradizionale di racconti. Le storie raccolte, spesso non più lunghe di una o due pagine, sono simili a diapositive, bozzetti fulminei il cui soggetto sono vite marginali e nomadiche, esistenze colte al limitare di una scelta, di un ricordo, di un rimorso. Ogni storia, potenzialmente, ha in sé il germe di uno sviluppo teatrale o cinematografico. Sono narrazioni volutamente sospese, che si affidano a noi perché le completiamo con uno sforzo di immaginazione. Oppure è possibile lasciarle galleggiare in uno stadio di indeterminatezza, goderle come se fossero brani musicali trasmessi da una remota stazione radio, fino al loro spegnersi al margine della canzone successiva. Tutte di una bellezza feroce e mai gratuite. La pluralità delle vicende narrate in Shepard non è accumulo casuale, ma è, piuttosto, rottura dello specchio narrativo in frammenti di senso, traiettorie private che tradiscono un sentimento comune, una nostalgia di sé e del tempo trascorso. Sullo sfondo, sempre l’America, sublime nella sua inafferrabilità.

Williams, Arizona (Highway 40 West)

Indianapolis (Highway 74)

Alpine, Texas (Highway 90)

Il giorno di Thor (Highway 81 North, Staunton, Virginia)

Elko, Nevada (Motel Thunderbird)

Durango, Messico

Ultimamente, nel Grand Canyon

Molte storie hanno come titolo semplicemente il nome della località ove prendono forma, non-luoghi autostradali, stanze d’albergo, punti sulla mappa geografica. Emerge una razza di uomini in perenne simbiosi con la propria automobile, seconda pelle, guscio e casa in movimento. Figure  che si sintonizzano con presenze umane incontrate in altre letture. Ad esempio nel fondamentale America perduta di Bill Bryson (Feltrinelli, 1993), che così descrive le abitudini del padre: «Ogni estate, senza tante ciance, caricava l’auto fino a squassarla, ci cacciava dentro con foga, e partiva per qualche posto lontano». Lontano, come nella provincia dell’uomo disegnata da Shepard. Non un punto preciso, ma solo una direzione, una dinamica, un destino, lungo il quale incontrare laghi, fiumi, cani, cavalli, fucili, speroni, steccati, parcheggi, cessi, cimiteri sepolti dalla neve, drugstore, cameriere abbordabili, saloon, ubriachi, ranch, pompe di benzina, terreni brulli, cimeli arrugginiti, foto consunte di bisavoli, canne da pesca, boschi gravati da minacce insondabili, viottoli di campagna che si perdono nel nulla e, da qualche parte, an elderly woman behind the counter in a small town.

Passeggiavamo insieme per lunghe spiagge bianche trovando uova di tartaruga che non erano state covate, braccia di bambole rosa sbiadite dal sole, scarpe con il tacco a spillo ricoperte di conchiglie, giunte fin lì da Cuba o da qualche yacht lontano.

Lontano, irrimediabilmente. Shepard mette in scena lo stacco, la rottura traumatica con il passato, come se i suoi personaggi si trovassero, loro malgrado, a dover fare i conti con un altrove oramai irraggiungibile, guardato da un punto di non ritorno, l’altissimo molo del fallimento proprio e altrui, solcando con la mente l’erba mai battuta di sentieri non presi.

Nuotavamo insieme nel verde del mare, con la pioggia sul viso, le braccia spalancate verso la colonna nera di nubi, e il largo sorriso di lei, tipico del Midwest.

E adesso dove siamo?

Focus di tutte le narrazioni è l’elemento maschile in crisi, quasi sempre l’uomo bianco americano, detronizzato e irriconoscibile, preda di rimpianti e affossato dalla sua stessa inettitudine, a volte piegato da un male radicale, puro, imperscrutabile e metafisico, che è sorgente di inesplicati atti di violenza, di cui the white male american è allo stesso tempo vittima e carnefice. Impoverito culturalmente prima ancora che materialmente, alle prese con cambiamenti economici dirompenti, con la destrutturazione del suo ambiente e la fine delle sue certezze («Il glorioso Five Spot cafè, che adesso è diventato un Pizza Hut del cazzo», «Le grida in spagnolo riempiono l’aria del Kentucky», «Queste recenti decapitazioni sono proprio quello che abbiamo sempre temuto»), l’uomo in declino descritto da Shepard potrebbe essere l’elettore medio di Trump o di Sanders, smarrito, arrabbiato, attratto dalla protesta radicale contro l’establishment perchè esiliato dai centri di potere, incapace di riconoscersi e di controllarsi. Perchè vi è una cosa che tu non puoi imparare, ed ècome proteggere gli altri dalle tue stesse manifestazioni di crudeltà e cattiveria, insidiosamente imparate sulla propria pelle e con il proprio sangue, ma che è difficile scollarsi di dosso per quanto vorresti essere considerato una persona sana e decente.

I personaggi delle storie di Shepard possono venire a patti con la propria colpa, con il torto agito o subìto, solo idealizzando momenti di vita passata, nell’evocazione rituale di antichi ricordi. Uomini che assaporano l’estasi di un piccolo gesto, a suo modo epico, in grado di sfidare l’inerte apatia del quotidiano, il fatto compiuto, l’esito delle scelte. Lo squarcio è aperto su ciò che è stato. O avrebbe potuto essere. It’s crazy what you could have had, cantavano i R.E.M. in “Country feedback”, è folle se pensi a ciò che avresti potuto avere, e non hai avuto. La ferita si radica nel mito, chiama a sé un tentativo di riscatto. È l’illusione di fermare il tempo, di esorcizzare l’accaduto cullandosi nell’impossibilità di un istante eterno e consolatore, una contingenza, che ruota come una trottola sul palmo della mano.

Ero, come si dice in questi casi, un ragazzino innocente; secco come un chiodo. I cani mi si avvicinavano per fare amicizia. Le donne mature mi sorridevano e mi salutavano delle verande. Non immaginavo proprio che continuassero a guardarmi dalle finestre della cucina anche quando attraversavo l’aranceto e saltavo sui binari della Union Pacific. Ultimamente tornano a galla queste cose. Senza essere invitate.

Nel Diario ritroviamo un universo di volti, di gesti e di parole straordinariamente reale. Le storie penetrano nella nostra psiche, con vivida naturalezza. Nelle pagine di questo work-in-progress sentiamo risuonare la sofferenza ancestrale tipica delle torch songs, il lamento profondo delle pianure fissato nei versi dolenti del blues rurale.  Alla fine di ogni riga potrebbe spuntare la voce di un Johhny Cash ultimo, prossimo alla morte, che, nella bellissima reinterpretazione di “Hurt” dei Nine Inch Nails, canta (di sé) così:

I hurt myself today,

to see if i still feel,

I focus on the pain,

the only thing that’s real.

Oggi mi sono ferito da solo,

per capire se ero ancora in grado di sentire,

Mi sono concentrato sul dolore,

l’unica cosa reale.

Per poi chiudere, shepardianamente:

If I could start again,

a million miles away,

I will keep myself,

I would find a way.

Se potessi ricominciare,

a un milione di miglia lontano da qui,

mi controllerei,

troverei un modo.

A volte le storie vengono riprese, riallacciate, anelli messi in fila per spingere il racconto più in là, verso un nuovo margine spaziale, un fiume, un’autostrada, un confine, ed è come se riaffiorassero spontaneamente sul bordo della coscienza di un intero continente, per poi sprofondare nuovamente sotto l’orizzonte degli eventi. Ne spiccano alcune. L’epopea della testa tagliata, ad esempio, presenta una profondità simbolica e paradigmatica di assoluto spessore. Si svolge ad Haskell, Arkansas, una domenica a mezzogiorno. Un passante trova una testa gettata in un fosso, ai margini dell’Highway 70. La testa parla, telepaticamente. Implora l’uomo di portarlo con sé, in un altro posto, perché «in quel fosso è stato difficile conservare la lucidità». Shepard sviluppa una storia cupa e poetica,  velata da amara ironia, che esprime il disagio dello scrittore verso la condizione alienata dell’uomo contemporaneo, il quale si accorge paradossalmente che valori ed emozioni sussistono solo nel punto in cui oramai non sono più. La testa racconta:

A tormentarmi non era tanto la solitudine quanto l’essere in un limbo. Il non sapere dove sarei finito. In qualche cassonetto arancione diretto all’altopiano di Ozark, forse. È stato proprio in quel momento, nel fosso, che mi è venuto da pensare un po’ all’amicizia. Sentivo che si agitava proprio lì dove una volta c’era il petto. L’assenza di un corpo non è qualcosa a cui ci si abitua facilmente.

L’autore alterna diversi registri: la narrazione in prima e terza persona, il dialogo diretto e indiretto, la poesia, l’annotazione diaristica vera e propria (per lo più aneddoti di storia patria), il report giornalistico di fatti di sangue, la riflessione moralistica proposta al pubblico dei lettori. La forma e la sostanza della materia narrata si intrecciano con eleganza e continuità.

Sam Shepard è ben piantato nel cuore della letteratura e della cultura americana. Ne ha assimilato la struttura, la retorica e i topoi, facendoli brillare con gusto del tutto personale, riconoscibile e autentico. Un racconto come Il salvataggio di Fats, in cui il protagonista riporta un’ipotetica impresa avvenuta durante la tragedia dell’uragano Katrina, sembra uscito dal genio di William Faulkner e avrebbe scatenato la curiosità di Truman Capote. Siamo nei paraggi di Thomas Wolfe, di Salinger e di Kerouac. La porta che si apre su Un campo di aranci del mio passato potrebbe inquadrare il passaggio del tosaerba guidato da Richard Farnsworth in Una storia vera di David Lynch, Stillwater sembra l’incipit di un film di Gus Van Sant. Ma è il tema del viaggio e dell’emersione del rimosso, di ciò che è andato perduto agli angoli di una strada, a donare al Diario shepardiano il suo carattere malinconico ed affilato.

Forse è nel nostro sangue, forse è nella nostra storia, certo è che andarsene da qualche altra parte quando il proprio paese diventa intollerabile, o anche solo quando la sponda remota dell’altrove ci sembra un miraggio irresistibile, gli Americani ce l’hanno nelle vene.

(William Least Heat-Moon, Postfazione a Strade Blu, Einaudi, 2015)

America, luogo dell’anima e modello di comportamenti. Nelle storie del Diario troviamo sempre un confine (non necessariamente fisico), da valicare o già valicato. In assenza di punti cardinali, con il collo sotto la spada di Damocle del rischio, il giocatore americano sperimenta la propria vertigine. L’azione, in perenne conflitto con il pensiero, motiva le scelte individuali e sostiene l’andamento dei giorni. È di fronte al mistero, all’ignoto, alla prova incalcolabile, che l’uomo di Shepard si cimenta, gettando nella mischia tutto se stesso o, al contrario, sottraendosi alla svolta possibile. Ritornando, poi, con una memoria carica di vissuto, a quel momento, a quel lancio di dadi, con la segreta sensazione che vi sia, sepolta sotto strati di oblio, una materna violenza fondatrice, una costellazione di miti che tutto trascende e giustifica.

I personaggi di Shepard sono uomini segnati, comunque sia andata la sfida della loro vita, e che ripercorrono la strada percorsa, per raccontarsi. Nel racconto di sé sta la sola ipotesi di riconciliazione loro concessa.

Diario di lavorazione è l’ennesima riscrittura dell’American Dream. Indispensabile. Parafrasando Wim Wenders, che parlava di Paris, Texas come di “un atto d’amore per il paese che ha colonizzato il nostro inconscio”, Sam Shepard ha rinnovato l’offerta, regalandoci un’opera granitica e profonda.

Alessandro Vergari

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