Il dovere di difendere la Repubblica

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La Repubblica compie settant’anni. È vero li porta male, ma mai come in questo anniversario importante abbiamo  il dovere di difendere tutti i suoi valori.

Quel lontano 2 giugno 1946 gli italiani furono chiamati alle urne per scegliere la forma di Stato da dare al Paese che usciva dalla guerra. L’Italia diventò una Repubblica e insieme a essa nacque una Nazione.

Da quella Nazione nacque una Costituzione e un cammino democratico e pluralista che garantì una sana ricostruzione e la democrazia.

Anche se oggi la Repubblica muore ignominiosamente ( come scriveva Mario Luzi in una delle sue poesie civili più belle) in questo settantesimo anno di vita abbiamo il dovere morale, civico e culturale di abbracciare i fondanti valori repubblicani.

Oggi che la politica ha sciupato il suo primato e con il passaggio dalla prima alla Seconda Repubblica abbiamo perso per strada partiti, pluralismo e una parte notevole di democrazia, non dobbiamo concedere il fianco al disfattismo ma rivendicare l’appartenenza a quella forma di Stato repubblicana.

Tra qualche mese saremo chiamati alle urne per il referendum costituzionale. A quella data dobbiamo arrivare con consapevolezza e maturità. Nel settantesimo anno di vita della Repubblica non bisogna dimenticare lo spirito dei padri costituenti.

Qui c’è da ricostruire di nuovo la Nazione. Troppe cose sono accadute in questi anni. Dal 1946 ai giorni nostri abbiamo assistito a una degenerazione del costume politico che ha leso gli organi vitali della democrazia.

Ma la Repubblica resta sempre e comunque la migliore forma di Stato per questo nostro Paese.

La nostra Costituzione ci guarda con i suoi principi fondamentali e attende ancora di essere applicata alla lettera.Soprattutto oggi che sulla scena politica avanzano, senza il rispetto di nessuna regola, nuove monarchie.

Oggi 2 giugno 2016, a settant’anni dalla nascita della Repubblica, abbiamo il dovere di difendere la Costituzione e la democrazia.

Nessuno tocchi la Repubblica e la Costituzione, perché attuarla è meglio che cambiarla.

Nicola Vacca

 

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