Le persiane chiuse di Ghizlane Mahtab

ca

 

«Sa, Carrère, qual è la cosa più difficile qui? L’inerzia delle cose. Se non si vuole correre il rischio di schiantarsi al suolo è meglio volare basso. Perché in questa città niente va per il verso giusto. Tutto si è fossilizzato, i radical chic chiusi nella loro bolla di vetro, i fessi nei loro casermoni di periferia, i politici nel loro grottesco habitus politichese, i professionisti del filo spinato tutt’intorno alla circonvallazione e nella zona dell’Eurotunnel. E’ avvilente, caro Carrère. La sera, quando le raffiche di vento raggiungono i 94 chilometri all’ora, noi torniamo a casa, al caldo, mentre… Ah, è vero, avevamo deciso di non parlarne».

Sarebbero sufficienti queste poche righe per inquadrare la prospettiva adottata dall’autore di Limonov nello stendere questo piccolo gioiello narrativo, commissionato in Francia dal trimestrale XXI, un reportage scritto alla maniera di un Kapuscinski o di un Capote, da Calais, la città di frontiera dove i migranti si accalcano nella cosiddetta Giungla – l’accampamento improvvisato che tutti abbiamo visto in televisione -, con la speranza di attraversare la Manica per arrivare in Inghilterra.

Non sono gli stranieri ad essere direttamente al centro del lavoro giornalistico di Carrère. Nemmeno la Giungla. E’ piuttosto il riflesso del disastro nelle vite degli abitanti di Calais a costituire il focus narrativo: l’impatto devastante che un fenomeno non controllato e non regolato dalla politica nazionale ed europea ha avuto su un’intera comunità, lacerandola fino a renderla irriconoscibile a se stessa. La paura dello straniero ha creato una linea di demarcazione netta nella società, tra pro e contro, paragonabile all’affaire Dreyfus.

Ed ecco che, appunto, il luogo di segregazione dei migranti sembra farsi schema virale in grado di replicare se stesso in tutte le zone della città, con il risultato di separare intere aree urbane, riducendole a ghetti incapaci di comunicare l’uno con l’altro. Da una parte, i miseri quartieri di “urbanizzazione prioritaria” del Beau Marais e di Fort-Nieulay, abitati in prevalenza da un proletariato bianco impoverito, che vota in massa per il Front National e dove una violenza radicata da decenni «fa molta più paura della delinquenza dei migranti»; dall’altra, il quartiere di Saint-Pierre, dove sorse l’industria ottocentesca dei merletti che dava lavoro a ventimila persone, scese ora a quattrocento, e dove vive ciò che resta della piccola borghesia progressista un tempo maggioritaria a Calais, persone che «votano rigorosamente a sinistra e crescono secondo gli stessi princìpi i figli, ragazzi molto aperti e socievoli, che fanno buoni studi a Lilla o a Parigi, e sanno bene che, anche se lo volessero, non potranno vivere dove sono nati perché qui non c’è lavoro e forse non ce ne sarà mai più». Mai più. Il reportage di Carrére attesta qualcosa di inesorabile.

Recinzioni, filo spinato, elicotteri, reparti antisommossa. La zona attorno all’ingresso dell’Eurotunnel totalmente sventrata, ridotta anch’essa a scenario di guerra da quando «tutti gli alberi in un’area di cento ettari» furono abbattuti, nell’autunno scorso, «per impedire ai migranti di avanzare senza essere visti e per facilitare la videosorveglianza: neanche un coniglio riuscirebbe a nascondersi». Incidentalmente, si potrebbe associare questa immagine alla proposta, fatta agli immigrati, di assumere il travestimento di coniglio, celebre invito di un ex sindaco leghista “per prendere meglio la mira”.

Emmanuel Carrère descrive una realtà sociale imbarbarita dalla paura, in cui solo poche sparute oasi resistono (come il Channel, unico centro culturale della città), ma dove tutto sembra sul punto di affondare. Basterebbe un nulla, sottolinea l’autore, per far deflagrare la violenza definitiva, un fatto malignamente puro e casuale per innescare la guerra civile e materializzare lo spettro del progrom. Calais assomiglia a una nave in tempesta legata alla terraferma da uno spago sempre più sottile.

Tra pochi giorni Adelphi ripubblicherà una celebre biografia che lo scrittore francese dedicò anni fa al grande scrittore americano Philip K. Dick. La Calais narrata da Carrère si presterebbe molto bene a materia ed oggetto di un romanzo distopico o di fantascienza. Ciò che Dick prefigurava in molte sue visioni letterarie, che ai suoi esordi negli anni Sessanta molti bollarono come semplici allucinazioni, ora sta realmente accadendo. Un senso di alienazione sociale che si struttura in forme urbane alterate e distorte (muri, checkpoint, zone interdette che ricordano il film “Stalker” di Tarkovskij), la paura come veleno somministrato a dosi massicce da simulacri politici sorti dal nulla e da messaggi autoreplicanti (chi produce le notizie? Chi ne stimola la diffusione?), un apparato di controllo distante e imperscutabile che si erge sopra ogni cosa (che volto ha l’Europa?), la diffusa sensazione di essere sotto scacco dell’Altro, hobbesianamente inteso come il pericolo costante che alberga nello stato di natura, e poi la pervasività del potere privato multinazionale, dell’algoritmo, l’onnipresenza della telecamera, l’occhio del drone così simile a… Dio?

L’ordine distopico ha contagiato la nostra percezione del mondo. Viviamo in una realtà e ne sentiamo un’altra, sovrapposta ad essa, non meno concreta perché abbarbicata alle nostre viscere.

A tal proposito, ecco uno stralcio di intervista ad una coppia del luogo:

Lei: «Adesso gli fanno pure prendere la patente, mentre mio figlio non se la può permettere, la scuola guida».

Io: «Ah si? Gli fanno prendere la patente?».

Lei: «Si, l’ho letto su internet e ne ho visti due che uscivano dalla scuola guida Gambetta, e le assicuro che erano tutti contenti. Da Auchan, dove andiamo a fare la spesa per la settimana, guardi un po’ i nostri carrelli, e poi guardi i loro, pieni fino all’orlo, sacchetti da dieci baguette l’uno, intere confezioni di bottiglie di aranciata, patatine e altre robe di marca. Quei carrelli stracarichi sono una cosa orrenda, orrenda».

Carrère riconosce che sono «discorsi di poveri, e poveri di cultura oltre che di denaro». Tuttavia non cade nell’errore, tipico di molti intellettuali di casa nostra, di stigmatizzare il disagio. Il dato preoccupante non è tanto il razzismo in sé (a volte strisciante, a volte apertamente dichiarato), quanto la perdurante impossibilità di falsificare una visione del mondo attraverso una narrazione alternativa altrettanto valida, ovvero l’assoluta impotenza della politica “tradizionale” nel presentare un progetto antagonista. La tesi è molto semplice e suadente: gli stranieri sono assistiti, i francesi no. I primi, in un ribaltamento concettuale clamoroso (nel ragionamento non affiora minimamente l’idea che essi siano in fuga dalla propria terra), e tuttavia straordinariamente solido in quanto senso comune, sono percepiti come privilegiati. Il dato della povertà, che potrebbe accomunare francesi e non-francesi in una comune lotta contro il sistema, non è più leva di alcuna coscienza di classe.

Io: «Voi siete mai stati aggrediti?».

Si guardano: «No».

Io: «E i vostri figli?».

Lei: «No».

Io: «Conoscete qualcuno che è stato aggredito?».

Lei: «No, ma ce ne sono. C’è una signora, abitava allo Chemin des Dunes, era a casa sua, ma i migranti le hanno reso la vita impossibile, e chi se ne è dovuto andare? Lei».

Non importa che sia accaduto realmente. Importa solo che possa accadere. Ed è proprio su questa contingenza, coltello che preme sul costato del cittadino medio, che si fonda un’intera rappresentazione del mondo dai più definita sbrigativamente “di destra”, quasi per esorcizzarne l’irrazionalità. L’errore, suggerisce Carrère, sta nel gridare “al fascista” solo per rimuovere dalle proprie coscienze la possibilità di un evento irreparabile, nel bollare come “minus habens” i Calesiani arrabbiati, quando dovremmo ammettere che le denunce possono avere una loro componente di realtà. Lo scrittore francese non teme di sporcarsi le mani sul terreno della verifica dei fatti, operazione che comporta l’elevazione del gesto giornalistico a letteratura.

Così, quando Carrère viene accolto da Ghizlane Mahtab, unica residente in una zona calda della città a manifestare solidarietà verso i migranti anche con gesti concreti, resta piacevolmente colpito dalla sua umanità e affabilità in palese controtendenza rispetto al resto della comunità. Tuttavia, di fronte ad un interrogativo posto da una calesiana arrabbiata a proposito di una particolarità notata nella casa di Ghizlane, («e perché allora, se non ha mai avuto nessun problema, sta sempre con le persiane chiuse?»), lo scrittore francese non indietreggia, non chiude gli occhi, si interroga e si concede la bellezza del dubbio.

E’ strano, me n’ero accorto, ma non ci avevo dato troppo peso […] Seccato, dico: «E’ vero».

Al termine del reportage, l’autore ci mette a conoscenza della sua personale verifica del fatto, non conclusiva, non scientifica. Tuttavia, conta il significato del gesto, il tentativo dell’intellettuale di rango di sospendere, da una parte, il proprio giudizio sui Calesiani arrabbiati, dall’altra, di disarticolare l’egemonia culturale lepenista, la visione del mondo soggiacente alla narrazione dell’odio, così forte e compatta da risultare una sorta di dato naturale che solo una ragione critica, attenta alle sfumature e coraggiosa, può permettersi di smontare con successo. Lo scrittore sta dalla parte degli ultimi, fuori da schemi ideologici e senza cedere a sentimentalismi.

Emmanuel Carrère si dimostra un grande scrittore in grado di dedicare il proprio talento al giornalismo. In un recente articolo pubblicato sul Guardian, Richard Lea, scrittore ed editor britannico, ha passato in rassegna i differenti modi di intendere il rapporto tra fiction e non-fiction in vari paesi del mondo (si può leggere una traduzione in italiano nel numero 1153 di Internazionale). Se nelle letterature anglofone tale differenza è molto marcata, altrove sfuma o addirittura scompare. In Germania, ad esempio, conta molto lo stile della scrittura, “se lo stile è letterario il libro tende a essere classificato sotto belles lettres; se il suo scopo è principalmente quello di trasmettere informazioni sarà definito Sachbuch (libri di fatti).”

Lo scrittore francese non espone semplicemente i fatti, ma li interpreta attingendo al proprio intuito non meno che alla coralità di voci che lo circondano. In un panorama letterario dominato dalla banalità di narrazioni autocentrate e dalla schiavitù della concretezza, Carrère si mette in discussione, dialoga con il suo alter-ego Marguerite Bonnefille, una donna del luogo che gli invia una lettera di otto pagine «più tristi che crudeli», scava nell’animo dei Calesiani rinunciando alla cosa più facile, ovvero descrivere il cuore malato della Giungla per ricavarne facile materiale di propaganda (come molti fanno). Un libro necessario che trasfigura l’attualità in una riflessione impegnata, un testo pirata che pianta l’arpione sul fianco di una balena impazzita.

Perchè Calais non è solo Calais, Calais è il mondo.

Alessandro Vergari

( Emmanuel Carrère. A Calais, Adelphi, 2016)

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...