Invento delle storie

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Prefazione

«La scrittura è tutt’altro che sollievo. La scrittura rievoca, precisa. Introduce un sospetto di coerenza, l’idea di un realismo. Si sguazza sempre in una caligine sanguinolenta, ma un po’ si riesce a raccapezzarsi. Il caos è rinviato di qualche metro. Misero successo, in verità».

Queste parole le scrive  Michel Houellebecq nel suo romanzo Estensione del dominio della lotta e mi sono venute in mente mentre leggevo Invento delle storie, una raccolta di racconti di Roberto Saporito.

Tutto sommato la scrittura non è mai un rifugio, al massimo la possiamo considerare una prospettiva del non senso in cui l’unica cosa certa e l’attraversamento con le parole.

Roberto Saporito sa, come il suo amato Houellebecq, che la scrittura è tutt’altro che sollievo, e di conseguenza inventa delle storie senza preoccuparsi minimamente di ferire con l’essenzialità di una lingua che non cerca accomodamenti o posti sicuri di approdo.

Se si leggono i primi due racconti di questo libro (L’ascensore e Voci) la prima sensazione che si avverte – grazie alla scrittura rarefatta e estremamente essenziale nel suo straordinario gioco di sottrazione delle parole – è uno spaesamento labirintico  in cui non luogo e assurdo dettano kafkianamente le regole del narrare che hanno a che fare con l’insensatezza dei personaggi e del vivere.

Sia il protagonista del primo che del secondo racconto sono travolti da un metafisico accadere dell’esistenza.

Entrambi sono persi nei labirinti dei propri incubi, prigionieri di un reale che vivono quotidianamente nella sospensione onnivora di un assurdo che diventa finzione e che li inghiotte nell’abisso infinito di non luoghi a cui tutti oggi apparteniamo.

Ma anche i personaggi che si trovano negli altri racconti hanno in comune tra di loro un metafisico senso di non appartenenza alla realtà. Ognuno a modo suo celebra l’assenza di qualsiasi sentimento in una decrescita interiore che trova nell’amarezza il segno di questi tempi.

Roberto Saporito, come uno dei suoi personaggi, inventa delle storie, le storie della  gente che incontra  o quantomeno le storie che secondo lui questi individui stanno vivendo. Si inventa delle storie su persone vere, che incontra per strada, sul treno, in aereo, nei caffè, nei ristoranti, ma che non conosce, che non conoscerà mai, che non gli interessa neanche conoscere, ma che divengono parte integrante della sua vita.

Roberto Saporito racconta storie che hanno a che fare con la vita di tutti i giorni ma soprattutto inventa storie in cui l’esperienza e il vissuto diventano il peggiore degli incubi in cui scavare per toccare l’insensatezza della condizione umana con la sue perplessità e i suoi dubbi.

Egli è uno scrittore scettico che maneggia agnosticamente l’esistenza e quindi sa essere nel suo tempo senza prendervi necessariamente parte.

Per questo motivo si inventa delle storie considerando sempre il punto di vista del lettore e allo stesso tempo non ha nessuna importanza sapere se le sue storie provvisorie di letteratura e di vita parlano e fanno parte di noi.

Questa è roba da scrittori veri, e Roberto Saporito lo è.

Nicola Vacca

L’ascensore

“Abbiamo bisogno di sapere cose che gli altri non sanno.E’ quello che nessuno sa di te che ti permette di conoscerti.”

(Don DeLillo)

Si aprono le porte dell’ascensore cigolando lievemente.

Esci dall’ascensore e le porte dietro di te si chiudono, replicando il lieve cigolio.

Ti ritrovi in uno slargo deserto, in  un angolo c’è una sedia di ferro, smaltata di bianco, e bianche sono le pareti e il soffitto.

Prendi a destra per un piccolo corridoio, attraversi un piccolo slargo a sinistra, uno a destra che poi diventa un lungo corridoio senza finestre.

Non c’è nessuno.

Non sai dove sei esattamente, non ti ricordi quello che è successo, ti ricordi solo di esserti svegliato nel letto di questo ospedale, che non sai dove sia, qui  ti hanno portato, ovunque sia, ma ti ci hanno portato: prima viaggiavi tranquillo sulla tua Vespa e dopo eri nel letto attaccato ad una flebo e con un gran mal di testa, nel mezzo il nulla.

Alla fine del lungo corridoio bianco e deserto giri a sinistra, “Ma dove cazzo è l’uscita” pensi toccandoti la testa che fa ancora male.

Altro lungo corridoio bianco e silenzioso e illuminato da un neon sfrigolante, che ogni tanto si spegne per un attimo per poi riaccendersi con un rumore metallico.

Devi aver sbagliato piano, devi essere andato troppo in basso con l’ascensore.

“Posso andare” hai chiesto prima di prendere l’ascensore.

“Certo” ha risposto una dottoressa di mezza età, dai capelli biondi tendenti al bianco “l’abbiamo tenuta in osservazione questa notte, ma è tutto a posto, può andare.”

Torni indietro, attraversi il lungo corridoio, ne attraversi uno più corto sulla sinistra, giri a destra, fai quella che a tuo avviso è la stessa strada di prima ma quando arrivi nello slargo di partenza non c’è nessun ascensore.

Hai sbagliato strada, torni indietro, prendi un corridoio sulla sinistra, attraversi un altro slargo dove c’è un ascensore, premi il tasto di chiamata ma non succede nulla, i tasti sono spenti, senza vita, e poi non sembra lo slargo da dove sei arrivato, non c’è la sedia di ferro, non c’è nulla qui, e continui a premere i tasti ma questo ascensore sembra non funzionare.

Sembrano i sotterranei dell’ospedale della serie televisiva “The Kingdom”: i muri sono un po’ scrostati, i neon stanchi, i pavimenti lievemente in pendenza, il rumore dei tuoi passi rimbombano: ed è l’unico rumore.

Sospiri, ti tocchi la testa, sotto i capelli, vicino alla tempia sinistra, e fa un po’ male a toccare.

Riparti nella direzione opposta da dove sei arrivato.

Uno slargo a destra, uno slargo a sinistra l’inizio di un lungo corridoio, lungo bianco e senza finestre.

Lo attraversi fino in fondo, e in fondo partono altri due corridoi, uno a destra e uno a sinistra. In quello di destra, a metà corridoio, c’è una barella abbandonata, e sembra da tanto tempo, non hai incontrato barelle fino ad ora, prendi il corridoio di sinistra. Alla fine del corridoio c’è una barella abbandonata: è ufficiale, ti sei perso.

Non è un ospedale, è un labirinto.

O forse sto solo sognando, e fra un po’ mi sveglierò, pensi.

O forse sono morto cadendo dalla Vespa, e questo è una sorta di purgatorio, o qualcosa del genere, continui a pensare.

Poi pensi che se stai pensando forse non stai né dormendo né sei morto.

Continui a camminare lungo questi corridoi bianchi e non incontri né porte, né ascensori né niente.

Da qualche parte arriverò prima o poi, pensi.

Giri a sinistra e il corridoio di colpo è in pendenza, in discesa.

Il corridoio in discesa non è più dritto ma curva a destra, una curva stretta.

Scende, anche se tu avresti preferito che salisse.

 Ma magari la discesa porta ad una qualche porta, o ascensore, o comunque verso un’uscita.

Alla fine della discesa c’è un lungo corridoio bianco  in piano, con un neon che sfrigola, e ogni tanto si spegne per un attimo, per riaccendersi con un rumore metallico.

Sospiri.

Roberto Saporito

(https://www.amazon.it/Invento-delle-storie-Otto-racconti-ebook/dp/B01FU9DIR2?ie=UTF8&qid=1463638796&ref_=sr_1_1&s=digital-text&sr=1-1)

 

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