La mediocrità dei numeri primi

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Questo crogiolarsi nel proprio nulla, questo amarsi a dismisura tra la polvere e le rovine del tempo, questo disarmante bisogno d’essere… la mediocrità dei numeri primi ha il sapore del pane ammuffito.

La muffa e la fuffa. A ciascuno il suo.

Durante la lettura di un buon libro si perde la coscienza, si attraversano le parole, ci si lascia assassinare dalle emozioni. Un’opera che uccide, degrada e polverizza salva un uomo dalla mediocrità. Lo fa risorgere, lo fa nuovo. Gli ha insegnato la prosa della ribellione e la poesia della negazione.

Ma dove trovare tutto questo?

Di scrittori ego-concentrici ne abbiamo troppi. Si prendono sul serio, sono pennaioli con un’autostima esagerata. Il loro complesso di inferiorità verso un mondo che non gli tributa meriti sfocia in crisi di vanità. Aprono la finestra nelle notti di luna piena e sono convinti che in una sola sera conteranno tutte le stelle del firmamento. Agitano la mano su un taccuino bianco, scarabocchiano e scambiano l’isteria per ispirazione. Pubblicato il loro libro a pagamento, entrati in modalità vanity-press, radunano il critico amico, il giornalista amico, l’amico dell’amico… partono alla conquista dell’Isola che non c’è. L’Isbn è facoltativo.

Poi ci sono i blasonati, quelli delle grandi case editrici, quelli che il presente, che tutto inghiotte e sputa, ha immortalato nell’eternità di un secondo. Hanno già scontato il prezzo della loro pubblicazione con servizievoli piaceri di penna… masturbazioni d’inchiostro, sesso orale da talk-show, giurie di premi transgender. Tutti, ma proprio tutti, fingono orgasmi, tranne qualche ignaro lettore che si accontenta delle parole e corre a comprarle.

I gusti a volte sono come le bestemmie che si tirano appena ci si sveglia… improprie.

Così resto basito, trafitto dal disgusto. Non vorrei più dire una parola.

Eppure…

Ridiamo di ciò che scriviamo, ridiamo di ciò che siamo, ridiamo dei nostri versi, delle nostre frasi, dei nostri capoversi, dei nostri racconti, dei nostri vizi. Abbiamo perso tutte le virtù e nulla possiamo aggiungere. L’Universo stesso ci ha abbandonato, ci guarda con sospetto, ci ha messo in quarantena.

Non una parola ci salva dalla disgrazia di essere uomini. Mai più un verso riuscirà a raccontare la tragedia della storia, perché in quest’epoca di opulenza ci piace la supponenza.  Chi più grida ha ragione; chi più vende ha classe. Siamo per teoremi semplici, siamo lapalissiani per mestiere.

L’ovvietà è peggio della vanità. Ecco perché preferisco il nichilismo…amo ridere, solo ridere.Voglio morire ridendo.

Martino Ciano

 

 

 

 

 

 

 

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