Il partito comodo degli intellettuali

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Dove sono finiti gli intellettuali? Nell’epoca in cui le idee non servono più, nella politica e nella società, nella cultura e nella comunicazione, adesso che  un millennio si è aperto e non c’è una nuova idea all’orizzonte, che fine ha fatto il partito comodo degli intellettuali?.

Con il tramonto delle ideologie è cambiato il rapporto tra intellettuali e politica.

Ma la vocazione all’irreggimentazione ideologica oggi sembra ancora interessare  un numero cospicuo di intellettuali che non  vuole rassegnarsi  alla fine di una stagione dominata per lungo tempo dalla  iperpoliticizzazione della cultura.

Questa particolare figura retorica di intellettuale, che coltiva il pregiudizio dell’ideologicamente orientato, nonostante la crisi delle ideologie abbia  decretato anche la sconfitta delle idee, è il principale esponente  di quel partito militante degli uomini di pensiero  che firma appelli, promuove pensanti crociate denigratorie politicamente corrette contro l’avversario – nemico al quale negare in ogni contesto la patente di democraticità.

L’intellettuale ama collaborare con il nulla. Gli intellettuali hanno tentato con la politica  e sono naufragati: anche nella piccola storia italiana di questi ultimi anni, la parabola dei professori scesi in politica, si è conclusa con un bollettino della disfatta.

Oggi  il problema è un altro. Dopo gli anni oscurantisti dell’egemonia culturale della sinistra sulle più influenti case editrici, nelle università e su parte dei media, quella oligarchia culturale che negli ultimi cinquant’anni ha esercitato con l’imposizione del proprio pregiudizievole e dogmatico pensiero la vera oppressione della società sull’individuo non vuole rassegnarsi a dichiarare il  fallimento e lo scioglimento di quel partito comodo degli intellettuali  nelle cui fila hanno militato per mistificare, emarginare e disprezzare quanti si opponevano  al loro strapotere.

Sono proprio questi nostalgici dell’egemonia della vulgata marxista ad accettare per convenienza il ruolo di collaborazionista del Nulla.

Oggi l’eclisse dell’intellettuale  ruota intorno a un problema: l’impossibilità di rappresentare (tele)visivamente i concetti, e insieme la difficoltà di riportare le idee al loro etimo, di forme accessibili allo sguardo. Inscena se stesso , non gli argomenti.

Questo è il dramma vero della discesa in campo  degli scrittori di successo, degli storici e dei giuristi legati al conformismo  dell’estabilishment cosiddetto progressista: sono preoccupati  per il venire meno di quell’apparato fazioso  che per numerosi anni  ha condizionato  le scelte culturali del Paese. Quell’apparato ideologico  che per decenni  ha deciso quale cultura promuovere, quali autori osannare e quali bruciare  sul rogo del politicamente scorretto.

La perversa, fraudolenta e dolosa indignazione del partito comodo degli intellettuali  potrebbe cambiare le carte in tavola nei rapporti  tra cultura e politica. La fine della logica dell’egemonia sulla cultura della sinistra, e della faziosità secondo cui  il Bene  è tutto da una parte e il Male si identifica con i nemici da abbattere, divora  l’esistenza  di questi uomini di penna e di pensiero  divenuti improvvisamente  profeti di sventura e di sciagura perché è venuta meno  la rendita di posizione ideologicamente orientata.

Adesso che la sconfitta delle idee è avvenuta perché l’ideologia da sola si è dimostrata insufficiente  a sottolineare le differenze,  bisogna chiedere aiuto alla morale  per ricostruire i rapporti indispensabili tra cultura e politica, tra intellettuali e potere.

L’intellettuale  che coltiva i pregiudizi militanti, quello convinto che le proprie idee al punto che  per le idee diverse dell’altro non c’è né spazio e né posto, ha mentito alla cultura ,alla storia e alla società.

È  vero,  che nei giorni del crepuscolo delle idee, l’intellettuale è un mero collaborazionista del Nulla, perché il problema dell’intellettuale, l’handicap di partenza, è che non riesce ad argomentare le sue idee, se non nella disattenzione generale, così ha deciso  di rinunciare; ma non ad apparire nei media bensì a portarvi le idee.

L’intellettuale, però, rimane l’unico interlocutore creativo in grado di inventare nuovi stratagemmi dialettici in grado di disfare  la trama del pensiero unico di cui egli stesso è vittima.

Adesso che lo spirito di  quel Sessantotto e della sua stagione, la cui febbre ideologica  e i demoni del militantismo politico hanno finito per condizionare negativamente la nostra cultura,  sembra un ricordo lontano, il rapporto tra politica e cultura  può essere riscritto  con imparzialità  e saggia oggettività.

Perché il mito  dell’egemonia della sinistra sulla cultura ha dato segni di cedimento. Ma il partito comodo degli intellettuali, continuatori ideali di quella  politica, oggi cerca, attraverso l’alleanza dell’effimero  pensiero debole con il  nulla del pensiero unico,  di evitarne la completa estinzione.

Bisogna agire ora che il pensatore di sinistra è nudo, orfano del sistema che proteggeva la sua credibilità, e che sponsorizzava il suo ruolo di servo sciocco del potere.

Dalla disfatta del partito comodo degli intellettuali e dalla liquidazione dell’apparato, che per  lunghi anni ha garantito loro le prebende di un successo  non certamente meritato, finalmente può emergere  una cultura libera da ogni pregiudizio  in grado di restituire alla politica  il proprio primato dialettico.

Si avverte la necessità di una cultura a misura di intellettuale, dove finalmente egli sia in grado di riappropriarsi delle sue idee, non più collaborazionista del Nulla, ma portatore sano di un nuovo modo di pensare, finalmente libero da ogni condizionamento dietrologico.

Oltre la sconfitta delle idee questa è la strada da percorrere  per  opporsi al  nichilismo di una civiltà come la nostra che per lunghi anni è stata ingabbiata  nella prigione dell’oscurantismo ideologico.

Nicola Vacca

 

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