Il sessantotto delle mie bugie

68

 

Capire alcune persone non è soltanto impossibile, è inutile.

Ennio Flaiano

 

(In un breve racconto parla un personaggio immaginario, che immaginario non è, che ha fatto come molti il ’68 e che voleva combattere e abbattere con i pugni chiusi lo Stato e le sue regole e come molti, negli anni a venire, è finito sul libro paga di quello stesso Leviatano che se lo è comprato per un piatto di lenticchie.
Per farla finita con questa logica ipocrita delle false rivoluzioni.)

 

 

Eccomi qui, io  e un foglio bianco a parlarvi dei tempi di lotta che furono. Avete davanti a voi un sessantottino di origine controllata.

Io c’ero quando scoppiò il maggio francese. Fui uno dei primi ad alzare le barricate, a urlare a squarciagola:“l’immaginazione al potere”.

Finalmente era giunto il nostro momento, la rivoluzione a portata di mano e uno Stato da combattere.

Indimenticabili quegli anni di occupazione. Duri e  puri contro ogni forma di potere e istituzione, per creare nell’utopia un uomo nuovo, libero persino da se stesso.

Noi contro tutti per demolire l’esistente e le sue regole, abbattere lo Stato e tutte le sue forme di potere.

Ci avevo creduto davvero, ho sposato la causa della rivoluzione e con il pugno chiuso ho lottato. Ma alla fine qualcosa è andato storto.

Quando le acque si sono calmate, mi sono ritrovato comodamente impiegato in un ufficio pubblico a servire quello Stato che volevo abbattere con la rivoluzione.

Sono stato per lunghi anni uno stipendiato della pubblica amministrazione. Certo che il mondo è strano: da essere un nemico di ogni forma di Stato

(cazzo, ho fatto pure le barricate nel sessantotto, sono andato anche in Francia davanti alla Sorbona) mi sono trovato sul suo libro paga per una vita intera.

Doveva andare così. Anche a molti compagni che erano con me sulle barricate la vita ha sorriso. A loro si sono aperte le porte della banche, molti sono finiti a occupare importanti ruoli dirigenziali.

Insomma, siamo diventati i borghesi che nel sessantotto combattevamo.

Oggi che sono in pensione, e che non riesco a farmi nemmeno un sessantanove, mi godo la mia bella vita di servitore sciocco dello Stato, ma credetemi continuo ad alzare la voce  contro ogni forma di potere, ricordando i giorni di fuoco del sessantotto in cui ero in prima linea contro il sistema.

Oggi su facebook faccio il sessantottino. Scrivo i miei ricordi, perché io nel 1968 c’ero con il pugno chiuso e combattevo contro lo Stato e le sue leggi.

Mi assento giusto un attimo i primi di ogni mese per andare alla posta a ritirare la mia pensione meritata.

Sono stato un impiegato statale. La rivoluzione può attendere.

Nicola Vacca

Annunci

4 thoughts on “Il sessantotto delle mie bugie

  1. Facile liquidare la questione con le belle parole.Il mea culpa non basta. Cosa è andato storto ? Cosa invece è andato dritto alla meta, a quella meta che ad un certo punto ti sei posto ? Citi Flaiano per puro autolesionismo,per compiacertene ?

    Mi piace

    • Caro Paolo, non devi chiederlo a me, ma a tutti quelli che hanno fatto il sessantotto e poi si sono trovati per opportunismo dalla parte di coloro che hanno combattuto.In questo racconto parla uno di questi signori. Io di quella stagione non ho mai condoviso nulla.Grazie per essere passato.

      Mi piace

  2. Secondo me la vera rivoluzione non è il frutto di rabbia incontenibile e odio mirato verso il potere, ma di un’organizzazione fattibile, di consapevolezza e coerenza, di un lavoro da portare avanti nonostante tutto e ovunque. La vera rivoluzione non è spaccare tutto, fare barricate e appiccare incendi, ché quello stanca presto, ma lavorare umilmente nella direzione giusta. Avere ideali realizzabili, non utopie, quello sì è importante. E non rimangiarseli. Sebbene sembri un grosso controsenso, penso si possa cambiare in positivo la società anche dal di dentro, se si riesce a non piegare le nostre idee.

    Mi piace

  3. Credo che ci siano due punti che stonano nel ragionamento di Nicola Vacca. Innanzitutto, questo giudizio unilaterale, troppo sbrigativo, sommario, generalista, stereotipato e qualunquista, sui “sessantottini”… per affermare poi – tra i commenti allo stesso “raccontino” – che: «[…]io di quella stagione non ho mai condiviso nulla». E questo suona già come un ossimoro, spostando a mio avviso l’attenzione del lettore sul fatto che forse sarebbe meglio giudicare (criticare) ciò che si è conosciuto in prima persona… ciò di cui si è stato parte e non spettatore.
    Secondo, credo che trascorsi gli anni caldi, i momenti di lotta attiva… l’epoca – sì, perché le epoche finiscono e con loro i modus operandi, i modus vivendi, e la fine di un’epoca muta anche il modo di fare politica o di combattere la stessa – non ci sia nulla di strano nel proseguire la propria vita lavorando da impiegato statale. Per un semplice fatto: gli ideali si possono mantenere e rappresentare anche dentro un ufficio statale, anzi, forse anche di più. E certe lotte alle quali il comunista-anarchico-sessantottino-dreamer-equantialtrinevogliamoaggiungere ha attivamente partecipato, sono visibili anche in quegli uffici “controllati dal sistema”. Le conquiste di quegli anni non valgono soltanto per i metalmeccanici. Cose come il minimo salariale, il tetto di ore di lavoro settimanali, le associazioni sindacali ecc., valgono per la FIOM tanto quanto un ufficio delle ex Poste Italiane o della SIP o delle Ferrovie… e non solo… tutto ciò, senza contare tutte le altre conquiste come il diritto di voto, la legge sull’aborto, le migliorie dell’organizzazione universitaria e tanti altri.
    Forse, a tante battaglie vinte si è affibbiato lo stemmino del Partito Radicale e sono dunque “esenti” da questo “raccontino” sul ’68. Eppure, le fonti dei media di allora ci raccontano che senza quel ragazzo che poi finì a lavorare come impiegato per lo stato, sarebbe stato molto più difficile ottenere tutte quelle conquiste che oggi abbiamo dimenticato (e in molti casi perduto) e che ci sembrano “normali”… parte di una società democratica, parte di un sociale che senza quel sostrato oggi non avrebbe avuto neanche la possibilità di indire un referendum.
    E il risultato dell’ultimo referendum è uno specchio impietoso dell’oggi. E oggi, chi lotta per cosa?
    A quel ragazzo del ’68 io dico solo “grazie”. Non mi aspetto che sia lui, oggi, a settant’anni, a risolvere le cose per me… per noi… per i nostri figli. Quel ragazzo del 68’ ha già raccontato ai suoi figli di “averci provato” e in molti casi “di esserci riuscito”. Del resto, basta guardare la società dei Cinquanta e paragonarla con quella di fine Settanta. Quello che c’è stato in mezzo è stato uno spartiacque simile a quello tra il Medioevo e l’Età Moderna, per così dire. Soprattutto nel meridione.
    Noi invece, cosa racconteremo ai nostri figli? Di aver criticato chi ci ha provato cinquant’anni prima?

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...