Nessun antidoto per questo veleno

 

 

 

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Il primo romanzo di Luciano Funetta, classe 1986, è una lama che colpisce al cuore.

Rivera, il protagonista, vive solo e alleva serpenti. Ha rinunciato alla sua famiglia e al suo lavoro per quello che sembra essere l’unico scopo della sua vita. Trenta teche, ognuna delle quali contiene un rettile velenoso, spesso mortale. Rivera conduce un’esistenza da eremita postmoderno, in una città chiamata Fortezza, che evoca deserto, tartari, polverosa barbarie e attesa di eventi inevitabili.

Fortezza, già dal nome, è una città coloniale, la cui identità è attestata dalla topografia dei quartieri (il produttore Jack Birmania vive nel quartiere degli Inglesi), dal clima di decadenza, dalla sensazione che ogni cosa sia destinata al declino. Fortezza è una città assediata che sta per cadere su se stessa. Il tempo sembra giunto agli sgoccioli, al limitare di una conflagrazione universale. Rivera si affaccia sempre alla finestra e osserva la giungla urbana. Segue il ciclo vitale della città, in cui si è trasferito da giovane alla ricerca di un impiego oramai abbandonato.

[…] il Rivera ventenne si era trasformato in un nuovo Rivera. Anche la città, che fino ad allora sembrava in preda a un’ubriacatura senza fine, sembrò entrare in una fase successiva, quella del malessere e del pentimento, ma soprattutto dell’oblio di qualcosa che si è commesso e che non si riesce, nonostante sforzi immani, a ripescare dalle cateratte della memoria.

Gli abitanti hanno perso la scommessa della civiltà. Subdoli tarli la rosicchiano dalle fondamenta. Lo sgretolamento estetico va di pari passo con l’abbandono etico, una sospensione che apre alla possibilità di una libertà feroce. E’ l’irruzione dell’assurdo.

Una sera, dopo aver spento le teche, Rivera andò in cucina – il corpo sudato che scintillava gigantesco nella luce del neon. Si scaldò due pezzi di carne e si sedette. Masticava lentamente e guardava nel vuoto. Ogni due bocconi posava la forchetta per passarsi una mano sull’addome. Sapeva che noi eravamo lì a guardarlo, ma non se ne curava.

Quando ebbe terminato di mangiare rimase immobile, fissando un punto sulla parete di fronte a lui. Per un po’ rimase immobile sulla sedia, con la schiena dritta e le mani sulle ginocchia, davanti al piatto vuoto, poi si alzò e si diresse verso la stanza delle teche. Noi lo seguimmo.

Rivera non è più eccitato dalle donne. Quella sera si avvolge i serpenti sul corpo, si stende sul pavimento, gode con loro. E si filma. Affida il DVD ad un gestore di cinema a luci rosse, che proietta il “cortometraggio” prima di un film. Il successo gli arride in maniera inaspettata. E’ l’inizio della fine. Il viaggio verso il porno estremo comincia così, con un solo passo, un inciampo in una virgola di insensatezza, soglia di niente stesa tra una sigaretta e l’altra.

Dalle Rovine è un romanzo colto, complesso e sconcertante. In esso si respira l’esotismo tenebroso di Conrad. Vi si ritrova, anche, l’aura metafisica della grande narrativa sudamericana, in primis Borges. Come in Camus, ogni gesto è radicato in una bolla di estraneità, nel solco non misurabile di una vertigine esistenziale. Le assonanze con il cinema sono molteplici, da Egoyan (Exotica) a Lynch (la villa di Birmania sembra uscita da Mulholland Drive, Clelia Moroder potrebbe avere il volto di Laura Dern), fino ad Amenabar (Tesis, uno dei pochi film ad affrontare il tema degli snuff movies).

Funetta usa l’espediente narrativo di voci narranti (NOI) esterne e invisibili, presenze di natura non precisata che seguono Rivera ovunque egli vada e ne commentano, per noi, movimenti e passaggi, provocandoci un’angoscia sinistra. Testimoni che sembrano fluttuare nell’ambiente, naturali e necessari, come gli occhi degli indios che scrutano Aguirre sulla sua zattera folle, nel celebre film di Werner Herzog.

Rivera, grazie alla sua estemporanea performance, diventa un idolo del porno. La conoscenza di Jack Birmania, produttore cinefilo, esteta appassionato dei film di Tod Browning, è la porta che lo introduce al successo, sublimato nella produzione di una pellicola “ad episodi” di cui è indiscusso protagonista. Lo specchio, il titolo dell’episodio finale, è un omaggio alla dimensione onirica e un rimando suggestivo ai temi che un celebre film omonimo, del grande Tarkovskij, aveva celebrato: il grido come forma di liberazione alle soglie della morte (qui, l’orgasmo provocato dai serpenti), il sé come un fantasma intrappolato nei ricordi (le teche dove Rivera ha ingabbiato, in senso fisico non meno che allegorico, le proprie paure), l’inconscio come fonte di vita e di disperazione.

Maribel iniziò a respirare più forte. Con le mani seguiva sul suo corpo le carezze dei serpenti sul corpo di Rivera. Tutto quello che riuscimmo a pensare fu che era bella e che il suo corpo era una finestra.Laudata, giovane regista appassionato di splatter horror, gira il film. Maribel, attrice francese alle prime armi, accompagna Rivera in questa esperienza folle. E’ il suo doppio, il suo specchio, Eva tentata dai serpenti di Adamo.

Dalle Rovine è soprattutto un romanzo sul destino dell’Occidente. Alexandre Tapia, sinistro personaggio che consegna a Rivera il manoscritto da cui prende il titolo il libro, è uomo dai mille nomi e dalle infinite maschere, in fuga da un passato imperscrutabile, presumibilmente orrendo, forse un torturatore argentino; Rankovic, uomo-ombra collaboratore di Birmania, tramite con il mondo sotterraneo degli snuff, è, con ogni probabilità, un reduce della guerra di Jugoslavia, e nella sua figura sembra di rivedere il contorno del colonnello Kurtz, l’orrore, l’orrore…

La sagoma che vedemmo alla fine del corridoio, poco illuminata da una fonte di luce artificiale alle sue spalle, era quella di un uomo gigantesco. Stava in piedi, a gambe larghe, con le braccia dietro la schiena. La testa, rispetto al resto del corpo, era sproporzionata, piccola e appuntita. […] Nel complesso, la statura impressionante e le dimensioni ridicole della testa, facevano sembrare quell’uomo una creatura in conflitto, devastata da qualcosa e allo stesso tempo invincibile.

Tapia e Rankovic vivono e operano in spelonche ai margini della civiltà, demoni del sottosuolo il cui obiettivo sembra uno solo: pensare e organizzare, da questi abissi, la morte della cultura occidentale secondo le regole della domanda e dell’offerta.  Il suicidio di Jack Birmania e l’agonia, lenta e straziante, di Klaus Traum, il produttore tedesco amico-nemico, rappresentano la desertificazione nichilistica di un’epoca che nel mettere in atto i propri incubi svanisce letteralmente nel nulla.

Il progetto di Alexandre Tapia abbatte i confini tra reale e virtuale, tra oggetto e rappresentazione. E’ la messa in scena della morte reale e il suo confezionamento per occhi desiderosi di orrore estremo. E’ la produzione consapevole dell’abominio, ultima palpitazione di un mondo defunto, nerissimo anestetico oltre il quale non vi è più riscatto, ma solo la dura terra ad attenderci senza alcuna speranza di conforto.

Se Maribel è figura moralmente ingenua, Tapia è l’archetipo della ferinità ancestrale ed assassina, e se Maribel è rispecchiamento, Tapia è rottura dello specchio, cedimento degli argini tra sé e la propria immagine riflessa. É la congiunzione dell’uomo con il mostro, la vittoria dell’incubo sulle ultime possibilità di vita.

L’unico messaggio etico, lucido paradosso, non proviene dalla coscienza, ma dal “cielo stellato sopra di noi”. Il mondo degli uomini, intasato da polvere e pietre, non produce più valori.

«Pensa se all’improvviso dal mare arrivasse un’orda luminosa. Una cavalcata di centinaia di comete, in formazione, e che queste comete attraversassero il cielo da ovest verso est in un’ora o due, proprio adesso, mentre ce ne stiamo qui. Credi che di fronte a uno spettacolo del genere le nostre vite continuerebbero ad avere lo stesso valore?» […] Nel giro di qualche secondo, annunciate da un debole bagliore, le vedemmo arrivare.

Durante la notte, a seguito di questa visione, poco importa se reale o immaginata, Birmania si stringe un cappio al collo. Come in antichi miti, i segni del disastro imminente possono essere visti e interpretati da poche persone destinatarie di una verità insostenibile. Allo stesso tempo sacerdoti e vittime della propria epoca, o soccombono subito o portano addosso il marchio. Fino all’olocausto di sé.

Rivera, a differenza di Maribel e Laudata, che abbandonano il campo, decide di andare fino in fondo, di entrare nel cuore di tenebra con il coltello tra i denti.

Uscendo dalle rovine, non si arriva da nessuna parte. Non vi sono scelte, ma solo sentieri interrotti, eppure da percorrere, oltre i quali tutto si contrae in un big bang ultimo e, come pensavano gli stoici, forse salvifico in quanto aderente ad una remota legge universale.

Funetta ha scritto un romanzo folgorante e lacerante, allegoria di una civiltà giunta all’ultimo respiro. Il veleno è già in circolo.

«Bisogna cambiare registro» disse tra sé Alexandre, dal nulla. «Tornare alle origini, a quando l’arte e la fame erano la stessa cosa. Dobbiamo essere uomini che dipingono scene di caccia in una grotta, affamati che cacciano e disegnano nello stesso momento e con i medesimi strumenti».

Sembra impossibile resistere alla follia dell’oltreuomo ipotizzato da Tapia. Nessun antidoto. E’ necessario attraversare la foresta, l’irreversibile smottamento, il cuore selvaggio. E poi, dal fondo delle macerie, ricominciare. Il serpente si morde la coda.

Alessandro Vergari

(Luciano Funetta, Dalle rovine, Tunué, pp.128. euro 9,90)

 

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