Quel particolare della corda

coperta-sole-24-ore

 

 

La tunica l’ha sempre avuta sporca sull’orlo e alle volte s’è sentito lo sguardo addosso, quello dei superiori e quello anchedei parrocchiani che lo avvicinavano per strada. Ma non puoi giudicarlo per così poco.Adesso è notte e rischia sulla propria pelle, che sia pulita
o no, sotto la tela nera, non importa. Non si è neppure messo la vestaglia, esce dalle coperte come ci era entrato, in mutande, gli è sufficiente infilarsi di nuovo la palandrana e le pantofole. Pensa che se non fosse solo un viceparroco anche
a lui le perpetue nere e curve del primo banco gli laverebbero la tunica una volta la settimana. Fa caldo. Ti dico che ha deciso di andare a vedere come penzolano, si lascia la casa alle spalle dopo aver chiuso l’uscio a chiave, lentamente, per credere che il suo gesto sia inavvertibile come il palpito dei vegetali. Non deve assolutamente far rumore, scende la strada con la veste tirata sopra i garretti, le calze molli e le ciabatte quasi sfondate ai piedi. In testa ha ancora le parole del frate che all’ora di cena gli ha raccontato tutto e i canti dei fascisti e dei georgiani, che tornavanovittoriosi verso l’osteria di Quarona.
È estate, è la notte tra il lunedì e il martedì, in cielo sta appesa una roncola di luna calante, senza troppa luce, e la bella babilonia di stelle che rischiara l’entrata in calendario di
Ferragosto. Come avviene quando i climi sono densi, c’è un silenzio fermo, aperto e tramato solamente dall’invariabile sfregamento delle ali dei grilli. Una brezza agile si butta giù dalla via e imbrocca lo specchio di questo ponte della Pietà. C’è il fresco, finalmente, dopo gli interminabili cociori del giorno. Ma il vento muove la morte. Ci sono cinque cadaveri, cinque ragazzi vinti da un sonno lontano, col capo finito leggermente
di lato. I piedi dondolano avanti e indietro, alcuni nudi, altri vestiti ancora degli scarponi o delle calze. Braccia penzolanti come i bastoni di un burattino, senza vita, rigide. I corpi sono adesso molto in alto, sfiorano con i capelli le umide pietre del ponte: li hanno tirati su per permettere il transito sulla carrozzabile che passa di sotto.
– Sono stati caricati a Varallo sugli autocarri, già con la fune al collo.
– Quanti?
– Sei, poi uno l’hanno graziato.
– Ma era lì?
– Non so, non capivo più niente!
– Ci credo, lei è così giovane – dice il viceparroco.
– Ma Dio mi ha assistito. Credo che le parole che mi uscivano dalla bocca fossero mosse dalla lingua di Dio. Ho… hourlato, anche. Quasi volli alzare le mani per schiaffeggiare il viso fascista dell’ufficiale. Ma era impermeabile a tutto… una cosa incredibile. Li hanno fatti salire sul parapetto, li hanno spinti, poi una corda si è anche…
Proprio quel particolare della corda ha colpito don Gianni. Forse se non avesse in testa quel particolare della corda non si alzerebbe nel cuore della notte per andare a vedere.
Le funi le avevano portate via dalla macelleria, arnesi da
carcassa di bue che ora scendono dall’alto, legate attorno al ferro della rotaia, sono corde pulsanti e tese come solo possono essere quando a un capo di esse pende il corpo di
un uomo. Fanno quel rumore, quella specie di scricchiolio prodotto dalla fibra in trazione. Don Gianni lo sente distintamente perché il buio mette gli accenti sui rumori,
gli va proprio sotto, come fossero cinque pendoli stanchi di oscillare. Tenendo reclinata la testa all’indietro percepisce quella strana sensazione acustica che ridà i suoni in ovatta
come se il sangue fosse lentamente fluito nei labirinti delle orecchie. Se solo torni indietro a qualche ora prima, vedi il tramonto e l’ultima luce che batte sui visi di cinque ragazzi senza più la vita addosso, con le camicie gualcite, i calzoni corti dell’estate,
forse. Il più anziano è Augusto, ha trentadue anni, è  un partigiano dal volto sottile e dagli occhi piccini; c’è il trentenne Aldo, con la sua bella fronte ampia e un po’ di tristezza
nello sguardo suo morto: anche se era in cella, coi compagni aveva festeggiato il compleanno appena quattro giorni prima, il dieci di agosto; c’è Vincenzo, che ha solo ventitré anni e ha deciso di non tornare alla sua luminosa Bari per lottare
sui monti della Valsesia; Gino sembra poco più che un bambino, lì sopra, appeso a quel cavo maledetto; e infine l’altro Gino, di diciotto anni, ha il mento sbarbato da studente,
gli occhi buoni e umili. Cosa avranno pensato mentre li portavano con la camionetta fino a lì? Non era un gioco, dentro alle loro pance c’erano brividi grossi come crepe e una malinconia straziante per tutto e per tutti: per il cielo così bello che
c’è in estate e che non avrebbero più veduto, per la voce degli amici che non avrebbero più sentita, per l’abbraccio dellamamma, del papà, dei fratelli, delle morose, perduti per sempre. Prova a immaginarteli tutti assieme seduti al tavolo dell’osteria
a ridere e a fumare. Don Gianni ci riesce, lui ha una fantasia potente e a chi incontra per strada ha sempre qualcosa da raccontare. Non può non avere in mente, ora, che sotto a questo ponte – si è seduto sulle rocce muschiate che gli stanno a fianco, l’erba è fresca e odorosa anche nel buio – era avvenuto in primavera un altro sanguinoso episodio, a Pasqua
proprio, quando alle due della notte una camionetta di soldati della Tagliamento al comando del sergente Rizieri Zucchi trovò sbarrata la strada da un cavo dell’alta tensione predisposto dai partigiani del Pesgu. Morirono venti militi, tra quelli fulminati dalla corrente e quelli presi dai colpi di fucile. Alla mattina i veicoli si erano imbattuti nella via impraticabile per un groviglio di corpi che nessuno voleva toccare
tanto era forte la convinzione che al solo sfiorarli sarebbe
caduta sulle teste la vendetta. – Sono saliti al cielo con la serenità di Dio negli occhi. Sono
stati ragazzi, uomini coraggiosi, forti, dall’animo insopprimibile. E io anche – dice il novizio, che ha davvero poche primavere – io… io me ne stavo tornando a casa, a Novara, preoccupato di non sapere bene come e quando ci sarei arrivato. Con la ferrovia saltata in aria, ero salito su un carretto a Varallo, appena fuori del convento di sant’Antonio, e speravo di arrivare almeno a Romagnano confidando nella Provvidenza. Poi
da lì il treno, forse… Don Gianni non parla ma è chiaramente spazientito.
Della ferrovia, del carretto non gli importa nulla.– Sa, è un periodo che non mi sento troppo bene, ho sovente delle vertigini e dei forti dolori al capo. Andavo a Novara
per curarmi…
– Il Signore ti assista.
Il giovanissimo frate alza lo sguardo, sorride dolcemente e posa gli occhi chiari sulla faccia legnosa del don. – Mi ha già assistito. E in una maniera che ha fatto assaggiare alle mie mani e alla mia lingua il miracolo. Sono sceso dal carretto perché i militi ci hanno fermati impedendoci di proseguire. Ho chiesto perché e loro niente. Mi sono voltato in cerca di un’espressione amica, di una parola di conforto. Ma non c’era
nessuno, le propaggini del paese sembravano allontanarsi da tutto come un pezzo di ghiaccio alla deriva. Potevo pensare che non stesse succedendo. Allora ho chiesto di nuovo e ho ricevuto il calcio del fucile sulla spalla. Non molto forte, ma l’osso l’ha sentito. Perciò ho preso a camminare spinto dai più sacri presentimenti. Dove vai? Mi urlava il milite. Cosa pensi di fare? Vociò con le labbra mezze pinzate per la sigaretta.
Ma, una volta accesa, la prese tra le dita e intanto rideva perché, lo vede anche lei, il mio viso è piccolo ancora, e stretto, gli occhi sono dolci e piccini, non ho tre fili di barba.
Sembro un bambino vestito da monaco… e cosa vuole che faccia uno così? L’ha pensato anche il milite, garantito. Gli ho detto che andavo a dare i conforti religiosi, che sentivo che c’era qualcuno che soffriva là in fondo. È solo l’inizio, vedrai
adesso come urlano!, ha risposto, lasciandomi però andare,che facessi un po’ quello che volevo! – Hai avuto del coraggio e tanta compassione. Io avrei
fatto le stesse cose, avrei pronunciato le stesse parole. – Sì… – il frate cerca tra i propri lineamenti quelli giusti per sistemare la faccia e dire ciò a cui ha assistito. – Sì, grazie…
io avevo quasi male al cuore, era duro come un sasso e mi batteva sulle ossa per fracassarle. Mi capisce? È allora che mi ferma un altro soldato e mi fa le domande solite,
dove andavo, perché, cosa credevo. Conforti religiosi, dissi di nuovo e quello mi lasciò passare, con la bocca leggermente aperta come se avesse il viso rallentato da una forma di
letargia. Credo abbia pensato che fossi un sacerdote, mandato a chiamare da qualcuno. Proseguii, sulla schiena i brividi di chi ha scampato un pericolo mi scendevano fin sotto.
Non mi vergogno di dirle che li ho sentiti nelle mutande, come quando si va sull’altalena.
– …
– Mi perdoni. Il nostro Francesco ci ha insegnato anche
a sorridere, sì, a usare i muscoli della faccia per essere felici.
Lei come si chiama?
– Sono don Gianni. Faccio il viceparroco qui, da tanto.
– Che tristi giorni per questa Parrocchia!
– Non sono i primi! Ma dimmi, esattamente cosa è successo?
Dove stai andando adesso?
– Non lo so, non lo so. Dovrei trovare il modo di raggiungere
Romagnano… io e gli altri miei compagni di viaggio.
Non lo so. Li ho perduti di vista…
– Quanti anni hai?
– Diciassette. Io e miei confratelli…
Don Gianni gli fa una carezza tra i capelli.
– Diciassette – sorride via. – Diciassette! E che cosa ti ha
detto di fare il Signore?
– Ho parlato. Ho parlato a quei ragazzi e a quegli uomini,erano tutti più grandi di me, e lo sembravano ancora di più dopo che li avevano appesi per il collo alle rotaie della ferrovia.
Ho detto loro di avere fede perché la promessa del Signore è
troppo bella e troppo grande… che avrebbero visto la luce, che avrebbero sentito gli odori della loro mamma e del loropapà, che avrebbero ascoltato il battito del cuore di Dio e che
sarebbero stati colmati dalla sua voce morbida.
– E allora, purtroppo, non devi stupirti nel riavvolgere le immagini, nel figurarti ancora i cinque partigiani fissati a questo ponte. Qualche attimo fa li hai pensati nel cuore
della notte, quando ormai tutto era finito. Ma prima! Prima c’erano stati la crudeltà e l’odio. I macabri preparativi, i militi che salirono alle rotaie per assicurare le corde alle lastre bollenti della strada ferrata. I partigiani costretti con le spinte e con i colpi a guadagnare, forse scalzi, la scarpata della ferrovia coi sassi e le erbacce, a scavalcare il parapetto. Nelle loro menti gli ultimi pensieri, i più malinconici. Come vorrebbero
scorgere un volto amico! E invece c’è un sole enorme e bruciante che li preme dietro la nuca, la corda attorno al collo dà fastidio, è grossa, polverosa, incide le carni.
Sentono il pomo d’adamo già oppresso, fatica a andare su e giù, non si riesce a deglutire. Il liscio novizio Marco li guarda, in un angolo, con gli occhi colorati dalla misericordia e
il cuore diciassettenne che gli spacca il petto. Poi è tutto confuso, è tutto brutto. Il sottotenente della Repubblica urla, i militi spingono le schiene partigiane, ci sono cinque
tonfi secchi che si accavallano l’uno sull’altro come le onde. Un soldato con la camicia nera completamente fradicia di sudore aveva giocato con la corda di uno degli impiccati
voltandola più volte tra le mani, così quando il corpo vola giù inizia a roteare sempre più velocemente. E c’è anche l’imprevisto. Succede quella cosa, appena dopo: forse perché
certe corde sono logore, forse perché a volte il destino è più crudele di chi lo vorrebbe amministrare e prescrivere, capita che due capestri cedano. Due corpi fracassano in terra,
l’uno pochi istanti dopo l’altro. Non so dirti se siano quelli di Augusto, o di Aldo, o di Vincenzo o di Gino, o dell’altro Gino ancora. Non importa. Il francescano ha allungato le
braccia come per prendere al volo le persone già mezze rotte, ma si paralizza di fronte alle ossa annodate, al bolo di carne e anime che cercano la via d’uscita. Urla la vendetta di
Dio contro il sottotenente, gli ricorda il diritto internazionale che chiede il risparmio e la grazia. Ma il sottotenente urla più forte, si chiuda il cappuccio, padre, e preghi, preghi
e stia fermo. Allora il novizio guarda gli altri appesi con l’osso del collo già guasto e poi va a mettersi sulle ginocchia le teste dei due uomini caduti giù, le culla nel saio, le bacia. Il
sottotenente nero insulta, tira le vesti del frate. Parlano, urlano, minacciano. Infine il silenzio torna alle pieghe dell’aria. I due uomini vengono riaccompagnati al patibolo, pieni di orrore e di lacrime, con la testa che non riesce a stare su; i compagni hanno ormai gli occhi marmorei e sporgenti, la lingua di fuori. Cosa è rimasto, cosa ancora ha senso? Ricordati quella battuta di dialogo che i partigiani Max e Lancia hanno
nel racconto Un altro muro di Beppe Fenoglio; i due sono in cella, in attesa dell’esecuzione. Uno sospira: «Eh, in questo stato la vita dovrebbe scaderti dal cuore, dovrebbe farti venir voglia di darle un calcio in culo e… Ma la voglia di vivere invece non ti va mica via».
– Ti offro un bicchiere di vino, vieni. – Don Gianni avvicinail novizio al banco scuro dell’oste e gli fa segno di versare.
– No, non bevo.
– Ti farà bene.

– La prego…
– Il tuo Francesco berrebbe adesso, ci giurerei!
Marco ha ancora le mani che tremano, è sudato e il saio è sporco qua e là, di terra, forse di sangue o di saliva. Alla fine beve, tutto d’un fiato, e poi sorride amaro guardandosi
i sandali. Don Gianni esce, fa chiamare un uomo grosso coi baffi diseguali e la camicia sudata, che parla con il viceparroco, scompare e dopo pochi minuti torna avanti l’uscio con un carro. Nel frattempo si sono riuniti lì anche gli altri compagni di viaggio e Marco, assieme a loro, viene invitato a salire. Passeranno sotto ai morti impiccati quando il sole inizierà a incastrarsi tra i fastelli delle colline. Don Gianni e quel giovane
eroe non si incontreranno mai più. Che coraggio ha, il don! Sale fino in cima, tira su la veste per sormontare il parapetto e inizia a tirare con tutta la forza delle braccia religiose la prima corda, fa piano in modo da scastrare la testa del morto di sotto all’arco del ponte. Alla prima difficoltà pensa che tanto il corpo è privo di vita e se
pure gli piega un altro po’ le ossa del collo non cambia niente. Ma poi rifà tutto da capo, lascia andare la fune, il cadavere scende. Don Gianni attende che la rotazione deceleri e
coglie il momento per tirarlo su senza che la morte s’impigli di nuovo tra le pietre notturne. Gli vengono i brividi quando sente i vestiti e la pelle graffiarsi sugli spigoli, ma dà l’ultimo strattone rovesciandosi addosso la salma compatta, lunga e freddissima del primo martire. Tutta la luna scivola sulle rotaie, non ci sono ostacoli e il metallo sembra moltiplicarla: così quasi l’intero viso del partigiano è in chiaro. Col dito medio e con l’indice gli passa dalla fronte alla bocca e poi da un occhio all’altro. Dice il Requiem aeternam e poi gli dà una sberla dolce sulla guancia, ma le labbra restano aperte in una sorta di sbadiglio implacabile. Appoggia il corpo a terra, si sporge e con
la mano manda i baci, uno alla volta con un buffetto sulle corde, in direzione di tutti gli altri trapassati. Gli pare blasfemo, ma non riesce a non pensare che la vita sia uno spegnersi di speranze come stelle che muoiono nella notte. Rientra alla casa parrocchiale almeno un’ora più tardi, ha quasi freddo adesso. Si rimette a letto e chiude gli occhi senza
riuscire a prendere sonno. Non dormirà, no. Sta pensando al novizio, che ha fatto il proprio dovere, e che forse potrebbe morire in pace già a partire da quell’istante, lontano da aspettazioni solenni e fatali… ce le abbiamo anche noi, uomini di
Chiesa, le mani rivolte in avanti, come ciechi, vogliamo toccare il futuro, frastornati dalle illusioni, sperando di riscuotere a vantaggio di tutti le doglie dei giorni presenti. Io voglio fare del bene, ma è difficile aspettare, la Provvidenza ha i tempi così lenti e si fa vedere di rado, come la cometa. I minuti primissimi dell’alba li consuma girando l’anima tra
le lenzuola. Bussano, lo chiamano per la funzione delle sette. Beve del latte con un pane duro. Il parroco è via per alcuni giorni e tocca a don Gianni dire tutte quante le Messe. In sacrestia, dal cassetto estrae la stola rossa, non la potrebbe usare ma non gli
importa, se la gira attorno al collo, sulle spalle. Procede distratto, pronuncia le parole meccanicamente, finché giunge al momento della predica, che tutti attendono
in maniera sentita, dopo i fatti recenti. – A lungo ricorderemo la funesta giornata di ieri. Cinque uomini, ragazzi, mariti, cinque figli, hanno pagato con la vita il prezzo dell’odio implacabile che scuote la nostra valle ormai da quasi un anno. Fino a quando andremo avanti? E perché? Chi lo vuole? Io prego ogni giorno, ogni ora, con maggiore intensità, che il Signore guardi giù e che per la sua mano questa tragedia cessi di mietere altre vittime. – Si ferma, gira l’assemblea con gli occhi. – Non so se qualcuno di voi stamattina presto ha avuto il coraggio di andarli a vedere. Io non sono più tornato, dopo ieri. Io li ho visti salire
al loro patibolo, ho disobbedito agli ordini che mi venivano urlati addosso, ho curato i dolori di quelli che andavano a poggiare i loro corpi in Dio. Due sono caduti a terra,
quando già la loro anima era presa a metà dalle mani degli angeli, ho chiesto che fossero graziati ma il militare urlò più forte, prima contro di me, poi addosso alla morte stessa che
non voleva finire il lavoro iniziato. Mi hanno buttato a terra minacciando di tirare sul ponte anche questo povero prete. Per almeno trent’anni don Gianni è andato avanti a raccontare questa bugia, e tu non lo devi biasimare perché l’ha fatto con amore sincero, con autentico affetto per quei morti. Avrebbe voluto davvero esserci lui a domare il destino del martirio, a coccolare quei ragazzi tra gli ultimi amen. Ma le
cose andarono diversamente. Che poi, se ci fosse stato don Gianni al posto di quel frate
acerbo, a loro non sarebbe cambiato nulla. Chissà cosa pensarono
in ultimo! Tu che ne dici? A me piace credere che, nonostante tutto, abbiano voluto restare fedeli alla vita, alla loro esistenza in sacrificio per gli altri. Fare la Resistenza in
fondo ha voluto dire proprio questo: resistere per vivere, tenere duro e andare contro, contrastare, combattere, ribellarsi, riuscire a farcela. La parola Resistere disegna nei miei
occhi una bocca in salive, la chiostra di denti che stride come un gesso sulla lavagna, le labbra contratte, il muscolo del cuore fatto duro e ruvido dallo spasmo. Eppure ce l’hanno fatta.
Dico i partigiani, i resistenti: donne e uomini irriducibili, fatti di carne resistente, carne buona per faticare, per camminare, per saltare, per sparare, per dare tutto, anche la loro vita perché la vita continuasse dopo di loro. E allora immàginateli ancora lì sopra, affacciati al parapetto, sorridenti. Mi pare che tutto abbia senso, mi pare che
non resti altro che dire grazie, e salutare.

Giacomo Verri, Racconti partigiani, Biblioteca dell’immagine, 2015

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...