Della vita e della morte della montagna

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La memoria in letteratura può diventare un atto rivoluzionario e chi la racconta, rende un servizio nobile alle parole che diventano Storia. Quando ci troviamo di fronte ai narratori della memoria, dovremmo sospendere ogni tipo d giudizio e abbandonarci ai loro racconti per assaporare il sapore e l’umanità di mondi perduti che per molti sensi  si legano al nostro, che ormai da tempo ha smarrito l’identità del suo passato e non riesce a trovare il baricentro di un possibile futuro.

Antonio G. Bortoluzzi è uno dei pochi e autentici narratori della memoria che la nostra letteratura esprime. Apprezzato scrittore di montagna, come lo sono stati Buzzati, Rigoni Stern e Sgorlon, Bortoluzzi nei suoi libri racconta un’epoca e la sua fine. La sua scrittura fa un passo indietro negli anni e riporta in vita il mondo perduto della montagna (egli è nato a Puos d’Alpago) e l’umanità sepolta di una comunità che si esprimeva attraverso il gesto e la solidarietà fraterna.

Dopo «Cronache dalla valle» e «Vita e morte della montagna», Bortoluzzi torna a vestire i panni del narratore della memoria e pubblica «Paesi alti», che idealmente chiude la trilogia sull’anima smarrita di quei luoghi.

Antonio, da quel curioso cercatore di storie, ha continuato a bussare alle case degli abitanti dalla sua montagna. Intorno al tavolo di cucina ha ascoltato le storie che gli sono state raccontate e le ha trasformate in letteratura.

La sua scrittura nasce dalla frequentazione della storia orale.

Anche il borgo chiamato le Rive è uno di quei piccoli paesi arroccati tra le montagne in cui vive il giovane Tonìn e la sua piccola comunità di uomini e donne semplici. Siamo nel 1955  in un paese che non ha nemmeno la tabella con il nome. Il boom economico è arrivato.

Bortoluzzi, in un arco temporale di dieci mesi, attraverso le imprese quotidiane di Tonìn racconta lo spirito dei luoghi di quel mondo che è andato perduto e l’umanità di una comunità che si stringe sempre intorno a se stessa nel sostegno fraterno e reciproco.

L’autore scandisce nelle sue storie il tempo delle stagioni e delle esistenze, raccontando le voci di dentro in un mondo dominato dalla natura e dal rispetto delle persone.

Con un pizzico di nostalgia Bortoluzzi torna indietro nel tempo, mette in funzione la macchina della memoria per raccontare il mondo perduto della montagna con la sua sincerità e umanità.

Un mondo fatto di persone che hanno in comune il medesimo senso di appartenenza a una comunità e al mondo di cui fanno parte.

Adesso che anche quell’umanità è stata sepolta insieme a tutto il resto, la memoria deve giocare le sue carte e il narratore ha il dovere morale di fare i conti definitivamente con quello che è stato perso, nella speranza che quel bene possa essere disseppellito e un nuovo umanesimo riporti la luce dove il sole è tramontato.

Antonio G. Bortoluzzi con «Paesi alti» chiude i conti con la vita e la morte della montagna.

La sua storia dà voce, attraverso le vicende Tonìn, sua madre e della comunità di cui fanno parte, alle cose non dette e a quelle da dire che restano per sempre in fondo all’anima per essere rivelate.

Perché la voce dell’umanità sepolta della montagna è metafora del nostro mondo sbranato quotidianamente dalla cattiveria dell’uomo lupo dell’altro uomo.

Nicola Vacca

 

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