Le voci di dentro della Resistenza

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La Resistenza è stato un fatto corale con una sua epica  di uomini e donne che hanno lottato per la libertà. Questo lo sa bene Giacomo Verri che già in «Partigiano inverno» aveva raccontato la lotta partigiana  fuori dagli schemi e dai canoni ideologici.

Verri, ribadendo di avere come nume tutelare la grande opera di Beppe Fenoglio, pubblica  «Racconti partigiani». A settanta anni dalla Liberazione, l’autore in queste pagine consegna alla contemporaneità il passato di uomini e donne comuni che hanno combattuto con la loro appassionata microstoria quotidiana il gelido vento della Storia.

La Resistenza non è monopolio di pochi, come vuole farci credere ancora oggi l’agiografia ideologica, ma è un patrimonio di tutti quegli italiani che con le loro piccole storie hanno creduto fino in fondo nella conquista della libertà.

Francesco Permunian, nell’ introduzione a «Racconti partigiani», osserva giustamente che nella prosa di Giacomo Verri, fitta di dialoghi e monologhi, lo sfondo paesaggistico è quasi assente, in quanto tutto è interiorizzato, di tanto in tanto balenano scorci lirici, di un paesaggio  a volte spettrale di luoghi montani, che furono quelli della Resistenza piemontese.

Giacomo Verri dà voce alle persone semplici e racconta le loro storie. Per non dimenticare  l’attualità dei valori della Resistenza oggi più che mai bisogna leggere alcune pagine di Beppe Fenoglio, Carlo Cassola e Italo Cavino piuttosto che quelle di  Elio Vittorini. Accanto a loro ci metterei anche  Giacomo Verri che nelle sue storie prima di tutto racconta  con straordinaria poesia il mondo umano e sincero della gente comune che in quegli anni terribili ha imbracciato il fucile per conquistare la libertà.

Nel primo racconto che apre il libro, troviamo un nonno che racconta a sua nipote la prima festa di Liberazione.  Di questa «prima domenica concessa da Dio agli uomini, quando nemmeno gli uomini se l’aspettavano», il nonno racconta a sua nipote la gioia e la felicità di tutti per la libertà conquistata. Ma nel corso degli anni il gusto assaporato della libertà è svanito. Delle passioni e della felicità di quella prima festa della Liberazione oggi è rimasto solo il ricordo e il nonno ricorda alla nipotina le parole profetiche del suo comandante:« quando sarebbe stato inutile essere felici».

È il confronto serrato tra le generazioni che riconsegnerà alla Resistenza il suo significato morale e darà alla Libertà il suo significato assoluto che in questi ultimi anni è stato svuotato da una retorica politichese e demagogica.

Questo è il senso dei «Racconti partigiani» di Giacomo Verri, che nelle sue pagine si preoccupa di raccogliere le esperienze d uomini comuni, e quindi di persone vere, che hanno messo in gioco le loro «questioni private» per resistere all’invasore e conquistare la libertà.

Le pagine finali del suo libro Verri le dedica a un’intervista impossibile a Beppe Fenoglio, il primo scrittore che ha demitizzato la Resistenza e che ha avuto il coraggio di scrivere che i partigiani non erano eroi puri che indossavano un fazzoletto rosso. Da partigiano, lo scrittore di Alba nei suoi libri ha denunciato le meschinità e gli opportunismi dei partigiani, anche se non ha mai dubitato che chi scelse la resistenza fosse dalla parte giusta.

Fenoglio si rivolge così al suo intervistatore immaginario: « Non, mio caro amico. Il fascismo era solo l’estrema pelle, una copertura oscena e cribrosa, di un corpo già corrotto, già debilitato, già ammalazzato: il corpo universale della violenza cieca, un corpo di cui tutti noi partecipiamo in una tragica comunione. Anzi il fascismo, se le devo dire la verità, è forse stato il segno che ha concesso a me, e a tanti altri l’intelligenza di quel corpo universale della violenza. Fu un simbolo così grosso, così brutale, così stupido che potemmo vedere il suo schifoso organismo staccarsi da noi: per la prima volta non più ci sentimmo partecipi della violenza del mondo, di quella violenza tetragona, capricciosa, assurda. Tornammo a diventare uomini, come Dio, forse, li volle fare dal principio».

Le persone semplici che troviamo nei «Racconti partigiani» di Giacomo Verri hanno molto in comune con i personaggi di Fenoglio. Entrambi hanno combattuto non per motivi ideologici, sono stati nemici del fascismo  non perché vi si opponevano ideologicamente, ma perché Resistere era prima di tutto una questione morale e la libertà la grande causa universale da abbracciare per ridare dignità agli uomini.

Il racconto della Resistenza italiana di Giacomo Verri è un invito alla riscoperta dei valori. Perché settanta anni dopo abbiamo bisogno non di gendarmi della memoria ma di partigiani della penna coraggiosi nel difendere con la testimonianza una storia combattuta per la libertà con parole  altrettanto libere che sono lontane dalle logiche dei pregiudizi ideologici di fazione.

Nicola Vacca

 

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