Il terzo sicario è la pigrizia

trittico

 

 

 

Sfogliare un libro dell’editore Italosvevo è un’esperienza nell’esperienza. E’ un approccio alla lettura che coincide con un piccolo atto di responsabilità, contro la facile fruizione della letteratura di consumo e contro l’immediatezza del digitale. Occorre prima tagliare le pagine intonse del volume, con l’ausilio di un coltello o di un taglierino, una a una, con gesto lento e simbolico, un rito di riappropriazione e di conferma del supporto fisico. L’apertura del libro costituisce un evento di cui siamo attivamente partecipi.

Casa editrice di nicchia, ha pubblicato pochi mesi fa, come primo testo della collana, un volumetto di Hans Tuzzi, pseudonimo di Adriano Bon. Saggista, critico, bibliofilo, romanziere,  in un’intervista a Panorama del 2013 inquadra in questo modo il suo pubblico di riferimento: «auguro ai miei editori che Tuzzi abbia tanti lettori, ma a me va bene così, una competente minoranza». Scrittore coltissimo, eclettico, allergico alle classificazioni, è noto sia per il suo impegno nello studio della storia del libro, «che è troppo», sia, soprattutto, come autore di romanzi gialli, «che è troppo poco».

La vera letteratura, precisa Tuzzi nell’introduzione, corrisponde ad una visione di irrealtà e questa attitudine non è in alcun modo immiserita dal genere a cui si applica (ammesso e non concesso che il romanzo giallo sia inferiore ad altri), a patto che «l’autore ne sappia ricreare le regole».

Il gesto letterario, se ne deduce, è comandato dall’intenzione e dall’invenzione, radici primordiali di ogni opera letteraria autentica e significativa.

Per quanto riguarda l’intenzione, Tuzzi ritorna con la memoria alla lettura di due efferati fatti di cronaca avvenuti in Inghilterra, risalenti agli anni Settanta e aventi come protagonisti bambini, talmente sconvolgenti da  suscitare il desiderio «di scrivere un labirinto con omicidi o altri delitti nefandi che permettesse di parlare del male».

Se il negativo è privazione e sconfinamento nel buio, allora il positivo è la ripresa della luce, risalita verso una comprensione almeno parziale della materia. Il colore giallo, nel suo sfolgorio antitetico al nero, sfugge dall’essere semplice connotazione, convenzionale, di un genere romanzesco per assumere il valore simbolico di rischiaramento della realtà, «il giallo dei lampioni in una notte che sembra reclamare il delitto».

Colore fumoso e pastoso, il giallo, come un vecchio flash al magnesio. Scrive il grande fotografo Weegee nella sua autobiografia: «quando i criminali cercavano di coprirsi il volto, per me era una sfida. Volevo far scoprire loro, letteralmente, non solo la faccia ma anche quell’anima nera che hanno». Lungi da tentazioni manichee, la luce, come in un quadro di Caravaggio, aderisce al buio per farlo risaltare nel suo essere tale, in un gioco dialogico di reciproca sconfessione.

Un ruolo decisivo, nella scrittura, è assunto anche dall’immaginazione, dalla capacità d’invenzione:

«Anch’io, nella mia semplicità, sento a volte germinare idee nella testa. Alcune prendon forma di trame, altre restano incastonate sulla pagina fra un fatto e un’azione, talvolta nel bel mezzo d’un paesaggio. Non lo faccio per darmi un tono, è che penso proprio così, e vedo così il mondo, e gli altri: la commessa del supermarket, l’uomo che va di fretta per strada, o quello che ostenta sovrano disprezzo per i suoi simili, più dell’ombrello sul tavolo operatorio mi aprono altrettanti percorsi mentali la cui meta finale mi risulta tanto inattesa quanto, all’inizio, ignota».

Tuzzi nell’introduzione dichiara il suo habitus, i suoi moventi interiori, la sua disposizione riconoscibile e riconosciuta alla scrittura. Nelle pagine che seguono, avverte l’autore, non incontreremo le solite piste narrative, bensì «elzeviri morali» in cui si sostanziano «associazioni mentali» che non sempre trovano dimora nei romanzi.

Il Trittico si compone di tre storie, intitolate Aubade, Dinamo Kiev e Bataclav. In filigrana vi si può leggere una ricognizione del dolore contemporaneo, un’elegia dello svanire, un lamento sommesso per il deperimento costante e inarrestabile del linguaggio. In superficie  riposa l’ironia amara sull’illusione troppo umana di un Dio di misericordia in contrasto con la palese semplicità della natura. Il materiale della narrazione è attinto da un bagaglio di letture vastissime, erudite, rare, che si intrecciano al ricordo di vecchi film, documentari, eventi sportivi, divagazioni sulla carta geografica. Ogni evento, indipendentemente dal registro a cui solitamente lo si fa appartenere, al dominio dello storico o a quello della pura evidenza personale, per Tuzzi è degno di essere afferrato, udito, raccontato, relazionato ad altro. «Ma il canto dei grandi poeti d’Africa non pensa ad Hegel», reo, il filosofo tedesco, di aver escluso, nel suo disegno onnicomprensivo, il continente nero dal canovaccio dello sviluppo della civiltà umana. Qui, viceversa, non vi sono itinerari prestabiliti né convalidati a priori da fondamenti filosofici o scientifici. Troviamo, piuttosto, una libera ricerca di ciò che è andato perduto, l’incrinatura nella costruzione del sapere, il vulnus nei rapporti umani, l’entropia che sottrae peso alle parole.

Alto e basso, individuale e universale. Una franca rappresentazione del mondo si apre nella mente dello scrittore, che ogni volta rilancia l’amo dai singoli punti del discorso per estrarre nuovo materiale dalle profondità della memoria. Il concatenamento delle riflessioni segue un percorso estetico-morale non finalizzato a facili ottimismi, segnato piuttosto da un profondo senso critico che si esplicita nel tentativo di scandagliare l’esperienza alla ricerca di inediti rimandi e spontanee suggestioni.

Emblematica la prima parte del Trittico, che si apre con una visione apocalittica alla Hieronymus Bosch, una rappresentazione plastica, lirica, del destino naturale delle specie viventi nel deserto del Kalahari e in altri luoghi alla fine del mondo, atlanti aperti sulla dura, implacabile legge della sopravvivenza.

«Così, alla schiusa di milioni di uova di testuggine sulle spiagge di sperdute isole del Pacifico migliaia e migliaia di uccelli piombano dal cielo a saziarsi. E’ l’immagine, lo ricordate?, cui Tennesse Williams ricorre in una celebre sequenza di Suddenly last summer per significare l’assenza di dio, l’assoluta insensatezza del tutto. Tuttavia, da questo immane olocausto la specie esce viva: nella somma degli anni, a dispetto delle lenta e atroce falcidia degli individui, la specie si riproduce».

A contrasto, la rappresentazione si chiude con la morte dell’uomo, nella sua singolarità di individuo, nel vano tentativo della tecnica e degli apparati della morale di deviare il colpo ultimo dietro il paravento di una pietà meccanica. «Perchè non morire con elegante distacco?», chiede a tutti noi Tuzzi, dove NOI è la specie civilizzata, che, come gli animali, non finisce con la sparizione del singolo ma che nasconde l’inevitabile dietro maschere sociali e perpetua la propria rituale devozione al perbenismo. L’umanità, che inutilmente cerca dio (in minuscolo), solo per darsi un contegno, soffoca l’urlo, l’orrore di fronte all’enigma nel mantra consolatorio di una preghiera.

Il Dio maiuscolo, suggerisce Tuzzi, è strettamente legato al senso di colpa. Unici due valori o idee della moralità, Dio e la colpa, che distinguono l’uomo dalle altre creature senzienti. E’ innata in noi la ricerca della divinità, che una volta identificata nell’Unico o nel Sommo diventa automaticamente strumento di elezione per pochi e di oppressione per molti, violenza a cui si può contrapporre solo «il balbettio mormorante della ninnananna», il canto di madri che, nel corso della Storia, hanno cercato di preservare i propri figli dalle atrocità della belva umana.

La coerenza onirica della narrazione si suggella in immagini di potenza cinematografica quando lo scrittore evoca, nella seconda parte del Trittico, la furia del Cardinal Mazzarino di fronte alla morte imminente, perché non potrà più godere del lusso, dell’arte di Rubens, delle preziose copie della Bibbia stampata da Gutenberg, ed è «troppo intelligente per credere nella Vita che verrà», mentre, con sublime indifferenza, l’antica concezione pitagorica della genesi del mondo trova conferma nel susseguirsi dei giorni, vanitas vanitatum et omnia vanitas, fino all’accadere calcistico dei nostri tempi, ultima religione mondiale. Sul pallone che «rotola con l’energia di una dinamo, da Kiev a Kampala, da Kilkenny a Kyoto», è impresso a spicchi l’antico dodecaedro dei misteri, il pari e il dispari, il limite e l’illimite. Il non-senso, ovvero il senso dell’irrealtà, è quindi riposto ovunque, ed è possibile trovarlo esercitando una curiosità attenta alle cose minime.

Infine, si domanda Tuzzi nella postfazione, chi è il terzo sicario del Macbeth di Shakespeare, quello che non agisce, non uccide, ma solo osserva? L’autore ha un’intuizione, in un mattino di limpido cielo triestino.

Per l’Italia l’unica risposta possibile è la pigrizia.

«Se, come dice Confucio, tutto comincia con la lingua, il luogo in cui vedo più imperare la pigrizia mentale, oggi, in Italia, è questo: la lingua».

Siamo preda, afferma l’autore, di un vocabolario «accattato» che ci disordina, che non riusciamo più a controllare, che rovina la nostra vita privata e pubblica. Una lingua impoverita fino allo sfinimento, un torpore «che ci fa inventare parole sempre più sgraziate e sempre più inutili, che ci fa parlare male e perciò pensare male, e agire peggio».

Filosofi medievali avrebbero detto che è venuta meno la nostra capacità di facere veritatem, di ri-creare la verità, ovvero di legare ad una qualche realtà di fondo, condivisa, i termini che abitualmente utilizziamo. Crollando gli schemi, svanisce la possibilità di ancorarci ad un’isola di senso, sfuma l’intellegibilità del mondo e di conseguenza perdiamo di vista qualunque dimensione etica. La nostra comunicazione non ha più nulla di naturale, non interagisce con niente di concreto, è solo un parlare vacuo che non abbraccia né un pensiero né una comunità.

Un declino ancor più evidente fiacca la sfera politica.

«Perché i più degli italiani, nel loro continuo mugugno, vogliono delegare, sempre, vita e, se non diritto di felicità, quantomeno di viver civile, a qualsivoglia uomo del destino, per improbabile e grottesco esso appaia?»

La domanda non ha una facile risposta. E’ un giallo. Solo un buon investigatore, forse, sarebbe in grado di risolvere il caso.

Alessandro Vergari

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