L’ultimo

feto

 

 

Mi chiamo Sauro Badalamenti, ho ottantatre anni, o meglio li avrei secondo il computo tradizionale. In realtà per me, come per tutti i sopravvissuti alla Grande Catastrofe, il tempo si è fermato. Ho ancora quarantatre anni e lo stesso fisico che si vede nelle mie vecchie fotografie, anche Miranda è la stessa, così come sono rimasti gli stessi quelli tanto fortunati da sopravvivere.

Quasi nessuno ormai si cura di calcolare il tempo secondo la vecchia unità di misura, quasi nessuno ormai si preoccupa di controllare la veridicità delle informazioni che ci vengono trasmesse, quasi più nessuno ormai può presumere di avere il controllo su qualcosa, su qualsiasi cosa, a cominciare dalla propria vita.

Non so nemmeno io come tutto sia accaduto, come sia successo che ognuno di noi, diventato ingranaggio silenzioso di un meccanismo perfetto, abbia trovato improvvisamente interesse e desiderio ad adeguarsi al concetto di cittadino ideale, propugnato dai Fleibig, un termine derivato dall’antica lingua tedesca che implica connotazioni di laboriosità, integrità, operosità e rispettabilità. Dopotutto è il motto del Partito.

Nel 2016 la maggior parte del mondo conosciuto era a regime democratico, tuttavia, come in passato, vigeva un sistema occulto di rigide regole gerarchiche, ognuno aveva bene a mente quale fosse il proprio posto, secondo antichi privilegi economici e di casta. Benché la tolleranza per le minoranze costituisse ancora la norma, si andava sempre più delineando una tendenza verso uno stato autarchico. La storia di quei tempi ormai siamo in pochissimi a ricordarla, ma prima della Grande Catastrofe c’erano già stati due tentativi di autodistruzione operati dalla razza umana. Nel giugno del 1914 l’arciduca Ferdinando, erede al trono austroungarico, venne assassinato insieme alla moglie da un nazionalista serbo. Fu la scintilla che accese la polveriera dei Balcani e, poco prima della fine dell’estate, scoppiò la Prima Guerra Mondiale. Al termine del primo conflitto mondiale tutti affermarono che quella sarebbe stata l’ultima guerra: non ce ne sarebbero mai state altre. Sbagliavano. La Seconda Guerra Mondiale fu un conflitto di proporzioni inimmaginabili del quale intere nazioni stavano ancora pagando il conto, quando i soliti statisti profetizzarono che se mai ci fosse stato un terzo conflitto avrebbe avuto le connotazioni di una guerra lampo. Questa volta non sbagliavano.

La guerra chimica del 2016, che iniziò nel mese di aprile con una terribile epidemia, provocò quasi lo stesso numero di morti della Grande Peste Nera del 1300. Si aveva la sensazione generale di una catastrofe che colpiva alla cieca, dalla quale non ci fosse né scampo né riparo. La popolazione mondiale fu decimata, letteralmente, nel giro di pochi mesi. Non ci fu quarantena o vaccino in grado di arginare la catastrofe. Prima dell’estate il mondo, così come noi l’avevamo conosciuto, non esisteva più. Le città furono abbandonate per l’impossibilità di gestire le centinaia di migliaia di cadaveri riversati nelle strade, acqua e viveri finirono in fretta, l’energia elettrica e i combustibili non erano più fruibili. Nessun veicolo a motore andava più, nessuno dei sopravvissuti era in grado di far funzionare una centrale idroelettrica, nessuno di noi, moderni uomini del ventunesimo secolo, sembrava più in grado di fare alcunché, perfino scavare un tubero nell’orto o usare un attrezzo agricolo sembravano imprese improbe e impossibili. Improvvisamente il denaro e le proprietà immobiliari, elementi su cui avevamo fondato intere economie, non avevano più valore. Prosperavano solo gli intrallazzatori, gli imbroglioni e i ladri, gente avvezza al mercato nero che, quando poteva, si appropriava di risorse e strumenti facendo ricorso alla violenza e alla paura. La gente onesta e laboriosa, coloro che in seguito sarebbero diventati i Fleibig, gente abituata a riporre la propria fiducia in un’amministrazione efficiente e incorruttibile, perse la fiducia nel governo e si concesse una sorta di “moratoria sulla moralità”, ritenendo che fosse necessario e legittimo cavarsela con qualunque mezzo a disposizione. E fu la guerra civile, alla quale sopravvissero in pochi.

Presto si scoprì che coloro che erano scampati alla grande epidemia e alla guerra civile che ne era derivata, avevano in realtà sviluppato degli antigeni naturali di difesa, i pochi sopravvissuti erano ormai immuni al Grande Morbo, ma avevamo pagato per questo privilegio un prezzo troppo caro. Perdemmo anziani e bambini e si salvarono solo quelli che erano nella fascia di mezzo, quelli della mia generazione, dai venti ai quaranta anni, ma l’antigene, oltre a congelare per sempre la nostra età e a fermare l’invecchiamento, ci aveva reso anche sterili. Tutti, uomini e donne, irrimediabilmente. Per tutti noi, ormai, non ci sarebbe stato un futuro. La razza umana era destinata all’estinzione. Fu allora che intervenne il Partito dei Fleibig, a livello mondiale ci fu chi prese in mano l’organizzazione di ogni singola nazione e provvide a inviare scienziati, tecnici e specialisti in grado di formare le Nuove Corporazioni delle Arti e dei Mestieri. Accettammo questo aiuto volentieri: perché ne avevamo bisogno. Presto si creò di nuovo un sistema sociale valido, dove tutti, agricoltori e medici, tecnici e scienziati, avevano chiara la loro funzione e la loro posizione, dove le conoscenze di ciascuno erano fondamentali per lo sviluppo e la conservazione dei nuovi insediamenti. Chi sapeva insegnava agli altri, chi non sapeva veniva istruito, chi deteneva conoscenze socialmente utili era tenuto a condividerle. Ma rischiava di essere tutto inutile, perché non eravamo più in grado di procreare. Così il Fleibig mise a disposizione di tutti il Grande Incubatore, dove ogni donna poteva, con l’accordo del suo compagno, procreare in maniera assistita. Il feto, coltivato in vitro, veniva portato a completo sviluppo e poi fatto nascere ufficialmente con una grande cerimonia pubblica che sanciva il suo ingresso nella collettività. Non era proprio la stessa cosa, ma era già molto. Cominciavamo a ritenerlo sufficiente, fino a quando la Corporazione dei Medici cominciò a notare che c’era qualcosa che non andava. I nuovi nati, a distanza di anni, quando andavano verso le prime fasi dello sviluppo, non solo continuavano a essere sterili ma sembravano tutti uguali, anzi, tendevano a somigliare in maniera inquietante ai Fleibig Fondatori, i Grandi Maestri che il Partito aveva mandato in ogni parte del mondo per ricreare le basi della conoscenza. Non chiedetemi perché non se ne parlasse, né perché nessuno se ne fosse accorto prima, forse lo sapevamo, ma semplicemente non volevamo pensare che fosse vero o assai più radicalmente eravamo certi che non saremmo stati in grado di tollerarlo, se solo fosse stato vero. Così la Corporazione dei Medici tacque, ma Miranda e io eravamo sicuri che anche nelle altre Corporazioni iniziava a serpeggiare il malcontento, il germe del dubbio si era insinuato tra noi a tutti i livelli ma, in pratica, non se ne parlava. La spiegazione ufficiale per questa schiera di nuovi nati che sembravano essere tutti cloni di loro stessi, propugnava la tesi che la Grande Epidemia avesse in qualche modo modificato il nostro patrimonio genetico, ma erano creatura sane, badavano a ripetere gli scienziati, perfetti Fleibig che avrebbero ripopolato il mondo. Che volevamo di più, dopo una catastrofe che aveva rischiato di estinguere la razza umana? Potevamo forse essere ingrati e rifiutare un simile dono della scienza e della tecnologia? Potevamo forse rinnegare gli innumerevoli benefici apportati dalle nuove colture idroponiche, dagli innovativi sistemi a propulsione, dai confortevoli nuclei abitativi a batterie solari? Non potevamo.

Così tacemmo e continuammo a tacere fino a che un giorno, Miranda, che faceva parte della Commissione d’Indagine sulle morti sospette, mi mandò a chiamare d’urgenza. Con lei c’erano i membri più eccellenti della Congregazione dei Medici. Dai tempi della Grande Catastrofe, per noi perdere una vita umana era una disgrazia immane, un evento su cui occorreva fare chiarezza, a tutti i costi. Per questo, in assenza di malattie e di morti naturali, ogni decesso veniva considerato sospetto, anche se dovuto a un incidente, e ogni morte veniva vagliata accuratamente, perché tali eventi non si ripetessero più. Così fu per lo scoppio della serra idroponica, che causò decine di morti. Severissime inchieste tendevano a identificare le cause di ogni incidente, per stendere nuovi protocolli anti infortunio e modalità di utilizzo più sicure. In questo caso Miranda stava analizzando il caso di una Fleibig morta durante il collaudo di un nuovo mezzo propulsore che era esploso, il corpo, esposto ad altissime temperature, appariva praticamente consumato e sul tavolo autoptico restavano solo le ossa. Io, che ero a capo della Corporazione Investigativa, dovevo essere messo naturalmente a conoscenza di ogni evento dubbio o sospetto, ma in quel caso la presenza degli altri membri della Corporazione dei Medici risultava anomala.

Capii subito che qualcosa non andava, il viso di Miranda era pallido e tirato mentre mi mostrava un mucchio di ossicini steso sul telo verde da autopsia. Sembravano le falangi di una mano e così le chiesi: – Cosa c’è di strano Miranda? Perché avete tutti quell’aria seria e compunta, va bene, è morta una Fleibig, una di noi, sono cose che non devono succedere. Che non dovrebbero più succedere. Per questo è importante stabilire quali siano state le cause dell’incidente. Dunque? Cosa avete scoperto? Miranda non parlava così si fece avanti il membro decano della Corporazione e, preso uno dei minuscoli ossicini, me lo pose sul palmo della mano. – Siamo stati ingannati, Sauro. Tutti noi. Quello che tieni in mano non è una falange, è un femore. Ci misi del tempo per mettere a fuoco quella informazione, mentre Miranda ricomponeva per me lo scheletro, perfettamente formato, di un neonato, un feto umano, un piccolo Fleibig, che sarebbe nato vivo e forse anche sano, se qualcuno non avesse predisposto tanto opportunamente un incidente mortale al momento giusto. Alla fine mancava solo il femore destro, che lei prese delicatamente dal palmo della mia mano per collocarlo con riverente cautela al suo posto, sul panno verde. Nella mia mente scorrevano veloci tutti i dati delle morti sospette che avevamo avuto nella Colonia negli ultimi trent’anni. Tutti casi di Fleibig femmine. Ero già arrivato alla verità, quando uscii dalla stanza per controllare i dati di tutte le altre Colonie. Chiamai i miei colleghi delle Corporazioni Investigative ed ottenni la conferma ai nostri sospetti. In trent’anni, in tutte le centottanta colonie, non si era mai avuto un caso, un solo caso di morte sospetta, che avesse interessato un Fleibig di sesso maschile. Ci avevano ingannato, in qualche momento della nostra evoluzione, dai tempi della Grande Catastrofe, la natura, miracolosamente, aveva posto rimedio ai danni dell’uomo e ci aveva restituito il dono della fertilità, l’inestimabile dono della vita. Ma nessuno, nelle nostre comunità, sapeva più riconoscere i sintomi di una gravidanza e così nessuno se ne era accorto. Tranne coloro che complottavano perché questo non si sapesse, perché questo miracoloso balzo evolutivo non fosse noto, perché tutti noi, per riprodurci, dovessimo dipendere ancora dal Grande Incubatore, continuando a mettere al mondo quei figli con la pelle blu e gli occhi gialli obliqui che non erano, né mai avrebbero potuto essere, figli nostri. Fu così che contemporaneamente, in tutte le centottanta colonie, è cominciata la resistenza. Forse non riusciremo a sopravvivere, forse non tutti ce la faranno, ma ogni Colonia sta diffondendo lo stesso messaggio di speranza e di vita. I fortunati tra noi che vedranno sorgere la nuova alba saranno benedetti dal vagito di un neonato, forse i nuovi nati non troveranno colture idroponiche o alloggi a batterie solari per accoglierli ma non importa, siamo pronti a riscrivere l’intero cammino dell’evoluzione, a costo di ripartire dalle caverne e di reinventare il fuoco, se è necessario. Dopo tutto, quello che è stato fatto si può rifare… tranne gli stessi errori.

A proposito: se vedete avvicinarsi un Fleibig con la pelle blu e gli occhi gialli obliqui, non abbiate esitazioni, sparategli subito. È meglio.

Giuseppe Foderaro

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