Delirio di negazione

cl.jpg

 

Franz Reichelt era un sarto austriaco di 33 anni con la passione per il volo, aveva dei grossi e spessi baffi a manubrio, un taglio di capelli che gli faceva sembrare la testa quadrata e due fessure orizzontali al posto degli occhi. La settimana scorsa, con indosso un paracadute di sua invenzione, tentò di volare lanciandosi dalla Torre Eiffel, di mattino presto, circa alle 8.30. Salì sopra uno sgabello posto sul lato interno del primo piano del monumento e dopo qualche secondo di esitazione si lanciò nel vuoto. Il paracadute, che aveva progettato e costruito personalmente, era una sorta di mantello con un grande cappuccio di stoffa. Non si aprì e per questo si schiantò al suolo dopo una caduta di circa 60 metri, provocando persino un piccolo cratere di una ventina di centimetri.

All’evento avevano assistito diversi giornalisti della stampa parigina ed era persino stato filmato da due cineprese, il suo fallimento diventò immortale. Dall’autopsia eseguita sul quel che rimaneva del corpo spappolato di Reichelt,  i medici dichiararono che l’austriaco era morto a causa di un attacco cardiaco poco prima dell’impatto. Personalmente trovavo estremamente divertente quanto accaduto, quando avevo  letto la notizia su Le Petit Journal ero scoppiato a ridere così tanto che avevo attirato gli sguardi attoniti degli altri clienti del Café de Flore e mi dovetti scusare con tutti.

Ora ero nel mio studio e stavo giocando con il fumo, che era soffice e bianco. Lo facevo scendere in gola e lo fermavo poco prima che mi entrasse nei polmoni, un’anima densa di sapore che dominavo e assaporavo in bocca e nel palato. Fumare la pipa era una questione di equilibri, bisognava effettuare la tirata nell’istante preciso  in cui si stava per spegnere, così la brace rimaneva più fredda e il sapore migliore. Avevo sempre immaginato che fumare la pipa fosse come salvare la vita di un uomo che stava per morire, per poi farlo peggiorare e aiutarlo nuovamente, finché non si fosse spento per sempre. Mi sentivo padrone della vita della brace della pipa, mi sentivo importante, speciale, una sorta di dio. Forse per questo che ero diventato un medico, perché mi piaceva decidere ed essere responsabile della vita degli altri.

Ero a conoscenza del modo migliore per fumare perfettamente una pipa perché era l’unica informazione importante che mi aveva insegnato mio padre, l’unica eredità realmente utile che riuscivo a sfruttare. Era un uomo brillante, un avvocato che amava i vizi della vita più della vita stessa e quando rimase senza più fondi per mantenerli, si impiccò in questo stesso studio. Quando entrammo a casa, dopo la solita passeggiata pomeridiana ci precipitammo da nostro padre, come di consueto. Stava dondolando, morto, con la lingua di fuori e le braccia distese adiacenti al corpo, aveva un’espressione buffa, un volto paonazzo e violaceo. Mia mamma urlò, mia sorella urlò, la domestica urlò e a me venne da ridere. Inanimato e appeso per il collo mi sembrava un burattino in attesa di essere animato, pensavo fosse ancora vivo però. Avevo sette anni.

Ancora oggi, quando ripenso alla scena, mi viene da ridere, un po’ meno se ripenso alle botte che mi diede mia madre il giorno del funerale, perché avevo riso davanti a quella tragedia e non avevo versato neppure una lacrima durante la funzione religiosa. La cicatrice grossa, gonfia e storta che avevo sopra l’occhio sinistro mi rimembrava quotidianamente quel fatto. Un ricordo indelebile inciso sulla carne in malo modo; fu la domestica a suturami la ferita, senza lavarsi le mani dopo aver tagliato delle cipolle per il minestrone che avrebbe preparato per cena. Ricordo ancora l’odore acre e pungente delle sue dita sporche che si mischiava a quello rugginoso del mio sangue giovane.

Fumavo guardando fuori dalla finestra la Torre Eiffel. Più la osservavo e più la odiavo, mi irritava. Per questo osservavo  la neve candida che volteggiava morbida e si adagiava delicatamente sulla strada già bianca nella speranza che la coprisse. Purtroppo non bastava la neve per nascondere gli oltre 18000 pezzi di ferro forgiato e i quasi 2 milioni e mezzo di bulloni che l’ingegner Gustave Eiffel si era divertito a unire ed elevare verso il cielo, come una moderna torre di Babele. Esattamente 25 anni fa, insieme a un gruppo di architetti, artisti e intellettuali, tra cui anche il mio amico intimo Guy de Maupassant, inviammo una petizione al ministro dell’Esposizione chiedendogli che fosse abbandonato il progetto per “l’inutile e mostruosa Torre”, che dal nostro punto di vista avrebbe umiliato tutti gli altri monumenti di Parigi. Non fummo ascoltati e dovemmo accettare di tenerci sulla fronte questo enorme brufolo gonfio e purulento che rovina la bellezza del volto fine, aristocratico ed elegante di Parigi.

Non ero solo, c’era una delle mie pazienti, la signora X. Lei soffriva di qualche disturbo mentale raro che aveva come sintomi  un delirio ansioso da cui emergevano forme dissociative del senso di realtà e di sé. Ad esempio negava l’esistenza di Dio ma anche quella del Diavolo. Continuava a ripetere di essere morta, di non avere più né il cuore né i polmoni. Diceva che lo stomaco e il fegato si erano trasformati in polvere. Sembrava non respirasse mentre scandiva le stesse frasi all’infinito. La sua cantilena, però, mi lasciava indifferente. Le sue parole erano scandite senza emotività, sembrava le avesse imparate a memoria. Aveva uno sguardo freddo, spento e smunto. I suoi occhi azzurri non brillavano, erano opachi e sembravano secchi. Parlava fissando il vuoto stando seduta su una scomoda sedia di legno chiaro con le gambe piegate e le mani aperte sulle ginocchia. Aveva addosso un vestito sgualcito che un tempo doveva essere stato giallo, ora era senz’anima e sembrava riflettere la personalità della persona che lo indossava.

Gli sparai un colpo in testa, mi era sempre piaciuto non deludere le persone, soprattutto i pazienti che avevano famiglie ricche che pagavano in anticipo e in quel caso mi avevano retribuito profumatamente affinché la togliessi di mezzo simulando un suicidio; tanto era pazza e nessuno avrebbe avuto problemi a confermarlo. Nessun parente voleva prenderla in custodia e tutti ambivano alla casa in campagna di sua proprietà, perfetta per le vacanze estive. Cadde in avanti senza vita, era morta per davvero. Incuriosito dalle sue parole ripetute all’infinito, presi il mio coltello da caccia che tenevo nel secondo cassetto della mia scrivania e con la lama pulita e lucente, tagliai la pancia della defunta signora X partendo dall’ombelico e salendo verso lo sterno, la carne era dura e faticai parecchio per aprirla, uscì una nube densa di polvere nera, non c’era sangue e neppure cuore. La vecchia non mi aveva mentito.

Mi iniettavo regolarmente cocaina e fumavo spesso l’oppio, avevo incominciato grazie al consiglio del  Dottor Clapton, un medico americano che avevo conosciuto durante un seminario organizzato dalla multinazionale farmaceutica tedesca Bayer nel 1900. Illustravano l’utilizzo della diacetilmorfina per la cura di malattie neurologiche. Tale sostanza fu ribattezzata eroina, perché la Bayer sosteneva che questo nuovo medicinale non provocasse gli spiacevoli effetti collaterali, come dipendenza e assuefazione, palesati dalla morfina. Lui ne era totalmente dipendente e mi suggerì di utilizzare queste sostanze non solo per aiutare i miei pazienti ma anche per migliorarmi personalmente, sia dal punto di vista professionale che da quello fisico.

Da allora ero sempre pronto a sperimentare nuove droghe e per questo decisi di raccogliere un po’ di cenere e la misi nel fornello della mia pipa di legno di ciliegio scuro, le parti interne della signora X si amalgamarono perfettamente al tabacco naturale. Accesi un fiammifero e, prima di utilizzarlo per accendere il fuoco, lasciai che lo zolfo bruciasse per non sentirne il gusto. Una volta accesa la brace, aspirai lentamente e, anche se non ero solito farlo, aspirai il fumo a pieni polmoni. Mi venne da tossire e, dopo che incominciai a vedere tutto offuscato e percepii una strana sensazione di smarrimento, fui colto da un malore improvviso che mi fece perdere i sensi.

***

La signora X e il signor Y si sposarono molti anni fa, per puro e vero amore. Vivevano a  Quillan, un piccolo paese nel sud della Francia, verso il confine spagnolo. Si frequentavano sin da bambini, erano cresciuti nella stessa casa. La famiglia di lei era ricca e nobile, quella di lui di origini umili. Era figlio dei contadini che lavoravano nelle terre adiacenti alla casa, o sarebbe più preciso definirla reggia. Erano molto intimi, nessuno dei due aveva avuto rapporti con altri esseri umani, né fisici né semplicemente affettivi. Avevano condiviso momenti tristi e felici, rimanendo sempre molto uniti e rafforzando il loro legame che era diventato simbiotico. Quando palesarono il loro amore alle rispettive famiglie, furono denigrati da entrambe, quella del signor Y chiese perdono a quella della signora X e quest’ultima impose che il giovane fosse allontanato per sempre dalla casa, volevano per la figlia un marito migliore, almeno per i loro canoni. Loro però non vollero accettare le condizioni imposte e decisero di scappare e si sposarono poco dopo  in una piccola chiesa a Rennes-le-Château, non erano più ricchi ma neppure poveri, erano semplicemente felici. Lei rimase incinta nei giorni successivi alle nozze; entrambi avevano aspettato quel momento per consumare la loro passione senza essere considerati peccatori agli occhi di Dio.

La signora X in quegli anni era bionda, estroversa e con dei bellissimi occhi azzurri che brillavano, lucenti e umidi di vita. Il signor Y era felice di poterla avere al suo fianco e ringraziava il Signor Iddio ogni mattina e ogni sera per quel dono. Quando mancavano ormai solo due mesi alla nascita del loro primo figlio, ebbero un incidente con la carrozza mentre si stavano recando alla chiesa Santa Maria Maddalena, la stessa dove si sposarono. Era il mercoledì precedente alla prima domenica di quaresima, stranamente stava nevicava molto forte e, nonostante le condizioni avverse, decisero di recarsi comunque a messa per il giorno delle ceneri. Lui morì sul colpo, trafitto da una trave di legno ruvido che, attraverso lo sterno, gli spappolò il cuore e lei perse il bambino per l’urto.

Il corpo della signora X, insanguinato e pieno di schegge di legno e vetro conficcate nella carne, camminò zoppicando fino a raggiungere la chiesa. Sul frontone c’era scritto “Terribilis est locus iste” e ciò non spaventò la donna, anche perché non conosceva il latino. Quando entrò, la funzione era già iniziata. La statua del demone posta sotto l’acquasantiera le sorrise e lei si mise a urlare, bestemmiando con veemenza. Il suo volto era deformato da un pianto insano e disperato che univa dolore fisico e morale. I partecipanti alla messa, prete compreso, la guardarono con disprezzo e, come colti da un folle raptus di rabbia, la linciarono con violenza, uniti dall’odio per quella donna che pensavano fosse stata posseduta dal demonio. La lasciarono in una pozza di sangue scuro e dall’odore dolciastro, con il volto tumefatto e irriconoscibile.

Quel giorno morì anche lei, anche se il corpo non accettò questa ingiustizia e decise di continuare a vivere finché qualcuno non avesse conosciuto la sua triste storia.

***

Mi risvegliai disteso con la guancia destra appoggiata sul pavimento freddo del mio studio, con la pipa ancora fumante poco distante da me e vidi il cadavere della signora X che ora sorrideva, nonostante avesse un buco nel cranio proprio sopra gli occhi azzurri e malgrado fosse stata eviscerata. Sputai per terra perché mi sentivo un groppo alla gola che mi soffocava, e che poi si spostò allo stomaco e infine al cuore. Mi venne un infarto. Tentai di alzarmi per cercare aiuto ma caddi rovinosamente. Non riuscivo a far uscire nessuna sillaba dalla mia bocca. Poi ebbi un ricordo simile a quelli che avevo quando fumavo l’oppio. Percepivo la realtà come se fosse ovattata e avvertivo i movimenti rallentati e i rumori lontani. Riuscivo a definire alcuni elementi ma non a capirli pienamente. Non riuscivo a tenere gli occhi aperti e a respirare, quindi smisi di farlo.

Forse ero morto ma non ne fui mai totalmente convinto. Ero disteso in una bara di legno nero e lucido, mi sentivo vivo e, seppure fossi immobile, percepivo che i miei organi stavano ancora funzionando e riuscivo a sentire il brusio del finto silenzio di un funerale. Tutti piangevano osservandomi dall’alto, con la testa all’ingiù e un’espressione di falsa tristezza, con lacrime di finto cordoglio. Solo mio figlio sorrideva, solo lui aveva capito tutto.

Claudio Marinaccio

Claudio Marinaccio è nato nel 1982 a Torino. Dopo aver vissuto in Cile e viaggiato in giro per il mondo su due ruote è tornato nella sua città natale dove risiede tuttora. Collabora con il sito Senzaudio e altre riviste tra cui Il Mucchio, occupandosi di articoli, interviste, recensioni di libri e cinema. Esordisce nel 2014 con il romanzo Scomparire (Cicorivolta Edizioni) e alcuni suoi racconti sono apparsi nell’antologia Gli Indolenti (Cicorivolta Edizioni).

 

 

 

 

 

 

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...