Rivalutiamo l’imbecillità

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Imbecille. Forse un idiota più ingenuo del solito, guidato dalla sfrontatezza, che si considera libero, che non tiene a mente un fatto: tutti siamo condannati alla libertà. Ce lo ricorda Sartre, ce lo fa dimenticare il sistema che persuade tutti noi a ricercarla attraverso strade tracciate da altri, introducendoci in istituzioni create ad hoc per tenerci incatenati.

La libertà, la nostra Eldorado. Per i nichilisti si compie nella morte, per i cattolici si manifesta in Gesù Cristo, per gli indifferenti è il silenzio disinteressato.

Grazie all’amico Nicola Vacca ho scoperto un fantastico imbecille, si chiama Samuel Bennet. Giovincello protagonista di un racconto incompiuto di Dylan Thomas, che sceglie Londra come luogo di iniziazione alla vita. Un rito di passaggio tra i bassifondi e i bordelli di questa città così misteriosa. Nel degrado fiabesco, Samuel cerca se stesso e la sua esperienza è una fabula senza significato, perché l’imbecille non cerca la morale della favola ma spera sempre che la favola non finisca.

E in questo puzzle di anime, di esperienze e di comparse strambe, Sam crede di essere libero, completo, di muoversi in un mondo che controlla tranquillamente. Ma su di lui pende la penna dello scrittore, che certamente non è un imbecille. Dylan Thomas è disilluso, è conscio del suo inutile ruolo negli ingranaggi del sistema. In Bennet si traveste da libero ingenuo, inconsapevolmente liberto, e va a zonzo, come avrebbe fatto un seguace dell’Avanguardia Lettrista, affascinato dalla deriva-urbana.

E allora rifletto. Sarebbe bello tornare imbecilli e quindi pargoli in cerca di iniziazioni fugaci che lascino in noi marchi indelebili ma non dolorosi, che non ci facciano vergognare dei nostri peccati di gola e di superficialità. Sarebbe cosa buona e giusta ridiventare ingenui esploratori del mondo, convinti di essere davvero padroni dell’unica vita di cui disponiamo. Ma sognare tutto questo a 33 anni è infantile.

Le esperienze danno sempre una falsa consapevolezza. Ci fanno credere sapienti e il sapere genera più mostri del silenzio della ragione. La conoscenza ci compromette, ci chiede sempre di dover scegliere tra il sì e il no. L’onnipotenza poi è il regalo più subdolo che il sapere può fare all’uomo, soprattutto se non sa più considerarsi imbecille.

E allora, torno a leggere con imbecillità e passione. Mi sento così libero e padrone della mia unica vita che quasi mi sento bambino. E così inizio a sfogliare un’altra opera. La libertà ritorna ad essere la mia Eldorado.

Martino Ciano

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