Salvatore Quasimodo e il suo tempo

quasimodo

 

“Ognuno sta solo sul cuore della Terra trafitto da un raggio di Sole: ed è subito sera.” Questo breve componimento poetico di Salvatore Quasimodo, intitolato “Ed è subito sera”,  tratta il tema del tramonto, da intendersi come il termine di un percorso, di una guerra, di un’era. Il messaggio principale è la caducità del tempo, della finitezza dell’essere umano, tanto caro sia ai classici greci, come Mimnermo ( vedi la poesia“ Come le foglie”) ed Omero nell’Iliade nel dialogo fra Glauco e Diomede sulla stirpe degli uomini , ma anche ai contemporanei del poeta siciliano nel Novecento, come Ungaretti, in “Soldati” ( “ Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie”). Si tratta quindi di un cammino arduo, un sentiero tracciato dall’uomo in diversi millenni della sua storia, reso motivo ricorrente in un determinato periodo storico, come quello bellico, in cui emerge ancor di più la frammentarietà della vita umana, e quindi credo la necessità di una leopardiana “social catena”. Probabilmente Quasimodo fu memore proprio de “La ginestra” di Giacomo Leopardi, nel comunicare il bisogno di una poesia più impegnata e civile, anche se nel discorso per il premio Nobel “Il poeta ed il politico” emerge un netto contrasto fra il concetto di cultura del poeta e l’”abito cortigiano”(riprendo una definizione usata  da Gobetti), prediletto appunto dal politico.

Ma analizziamo più in profondità la poesia: la parola ognuno sembra riprendere il latino “quiscumque”, e di qui ricaviamo la fortunatissima locuzione latina “unicuique suum”, in italiano “a ciascuno il suo”, dove per suo in questo componimento si può intendere l’impossibilità di sfuggire alla consistenza (stare) della propria solitudine, dove si sciolgono i nodi della nostra coscienza. Sul cuore indica una forza pulsante, vitale, per me ripresa dalla filosofia di Friedrich Nietzsche, che fu letto da Quasimodo. La solitudine di Quasimodo si esprime in rapporto alla propria terra d’origine, la Sicilia, elaborata nostalgicamente in altre opere come luogo di un’armonia e di un equilibrio perduto,  quasi un’Arcadia, soprattutto se si pensa alle difficoltà concrete del presente. La parola Trafitto rappresenta la vulnerabilità dell’essere, come un soldato ferito da un colpo di fucile, o Gesù Cristo morente sulla Croce. Trovo suggestiva quest’ultima ipotesi, soprattutto se connessa alle parole seguenti : da un raggio di Sole ; per raggio io intenderei una dimensione religiosa colta nella sua essenza, badando al fatto che alle Origini l’uomo venerava come dio il Sole, simbolo in Grecia di Apollo, protettore della poesia e di tutte le arti,  ma anche la ripresa di un contatto con il divino ispirato dalla Creazione michelangiolesca, anche lui poeta come Quasimodo. Ed è subito sera ci dà l’idea della fine immediata, quasi crepuscolare, della fine di una giornata: credo che l’immagine della sera, riprenda un poeta dell’Ottocento, l’inquieto e preromantico Ugo Foscolo, autore del sonetto “Alla sera”, e fra Quasimodo e questo poeta intenderei sviluppare un parallelismo.

Innanzitutto entrambi hanno il culto dei classici, come se avvertissero la necessità di far risalire la propria genealogia in un passato remoto: sia Foscolo, in “A Zacinto”, che Quasimodo, in “Vento a Tindari” collocano in una dimensione mitica, quasi onirica, le loro origini. Se al rapporto di Quasimodo con la Sicilia si è già accennato in precedenza, occorre adesso delineare la figura di Foscolo rispetto ai suoi tempi, in cui si dimostrò molto innovativo. Nativo dell’isola greca di Zante, Ugo Foscolo fu uno spirito ribelle ed anticonformista, soprattutto se confrontato con personalità coeve come il neoclassicista Vincenzo Monti, definito dallo stesso Foscolo “traduttore dei traduttori”.

Ed è proprio il tema della traduzione che ci ricollega a Quasimodo, insignito del premio Nobel “per la sua poetica lirica, che con ardente classicità esprime le tragiche esperienze di vita dei nostri tempi” . Il suo lavoro in questo ambito comincia in età adulta, a quasi quarant’anni, e si intreccia con le migliori penne della poesia italiana, in quell’epoca : Cesare Zavattini, Eugenio Montale e Camillo Sbarbaro, solo per citarne alcuni, erano personalità di questo mondo con cui Quasimodo era in contatto. Risulta quindi interessante analizzare gli interessi politici e le amicizie di Salvatore Quasimodo: fu in contatto con i fratelli Misefari, antifascisti di Reggio Calabria, e per breve tempo si iscrisse al Partito Comunista Italiano, contrariamente al suo amico e giurista Giorgio La Pira, futuro sindaco di Firenze con la Democrazia Cristiana; fu invece diverso il percorso seguito da Salvatore Pugliatti, anche lui giurista e rettore dell’Università di Messina. Credo che questa figura andrebbe meglio approfondita: l’originalità dei suoi contributi , come nel campo della musicologia, hanno fatto di lui una mente rinascimentale, quasi leonardesca, ma restò comunque un uomo capace di gestire situazioni delicate come l’occupazione dell’Università nel Sessantotto.

 Il ruolo svolto da Foscolo invece risente dei tratti distintivi del suo carattere, e fu quindi turbolento, irrequieto e movimentato: anche lui , comunque, fece conoscenza di diversi illustri suoi contemporanei, come Ippolito Pindemonte ed Alessandro Manzoni, e come traduttore dei classici merita una posizione di tutto rispetto.

Tuttavia, fra i due preferisco Quasimodo, e motivo questa mia predilezione per il poeta siciliano in virtù della maggiore coesione (anche se non totale, ma questo è giustificato dalla durezza di quei tempi) del premio Nobel con i suoi ideali antifascisti: Foscolo invece si fece ammaliare da Napoleone, che non si preoccupò minimamente di cedere Venezia all’Austria (cosa da cui Foscolo ricavò una disillusione fortissima). Sarebbe dunque meglio guardare con diffidenza quegli uomini politici, che intendono usare gli artisti, o riprendendo il discorso “Il poeta ed il politico”  di Quasimodo, come letterati, cioè del tutto prostrati al loro servizio.

Un altro componimento di Salvatore Quasimodo che mi ha colpito è “Alle fronde dei salici”, appartenente alla collana “Giorno dopo Giorno”, nonostante alcuni intellettuali come Franco Fortini abbiano criticato aspramente il disimpegno politico tipico dei poeti ermetici. Trovo interessante la fusione di un sostanziale elemento classico, apollineo ed equilibrato come quello dionisiaco, con la forza dirompente, poiché fortemente distruttiva, della guerra: un contrasto che richiama due elementi antitetici fra loro,  cioè Guerra e pace. Non a caso richiamo il titolo del celebre romanzo di Lev Tolstoj, in parte per la presenza di Napoleone ( di cui ho già parlato a proposito di Foscolo), e poi perché le ultime pagine di questo romanzo sembrano riecheggiare la Resistenza partigiana in Italia. Molto significativo, prima di procedere con l’analisi del componimento, è per me ciò che Quasimodo disse a proposito della guerra e sulla sua capacità di permeare in profondità la vita e la morale degli uomini.

“E come potevamo noi cantare

Con il piede straniero sopra il cuore

Fra i morti abbandonati nelle piazze

Sull’erba dura, di ghiaccio

Al lamento d’agnello dei fanciulli

All’urlo nero della madre che andava incontro al figlio crocifisso sul telegrafo

Alle fronde dei salici per voto, anche le nostre cetre erano appese

Oscillavano lievi al triste vento”

Il primo verso sembra quasi rispondere ad una domanda, che in effetti venne mossa da parte degli intellettuali del tempo, come ho già accennato, sul comportamento avuto dal movimento ermetico durante la Seconda Guerra Mondiale. La risposta di Quasimodo è chiara: è impossibile, in tempi di guerra, riproporre l’armonia della poesia, con un evidente rimando al mondo classico visibile nel verbo “cantare”. Mi piacerebbe pensare che non sia un caso l’uso di questo verbo, con cui inizia  il poema di pace “classico” per antonomasia, cioè l’Eneide di Virgilio. Il canto della poesia è quindi possibile in tempo di pace, non durante gli orrori della guerra, e questa tesi può rafforzarsi  per i minori incentivi dati alle rappresentazioni teatrali in Grecia durante il tempo di guerra.

Dal secondo verso inizia ad emergere la drammaticità della guerra, con l’avanzata tedesca in Italia, ed il poeta parteggia con strenuo senso di difesa della patria. Non a caso, in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera, Maria Cumani, l’ultima moglie di Quasimodo parlerà del suo uomo come una persona “irriducibile” : come in “ È subito sera”, il premio Nobel usa il termine cuore. Il cuore rappresenta la parte del nostro corpo più portata a commuoversi, a soffrire, soprattutto nelle situazioni avverse e di estrema difficoltà, tipo la guerra, ed è anche quella chiamata a reagire, nei momenti di pericolo. Il cuore , fra l’altro, era secondo i latini la sede dei ricordi, e quindi io aggiungerei in queste circostanze che il cuore rappresenta il legame verso la patria, che è calpestata dal piede straniero, mentre nel terzo verso si indica l’insensibilità dei comportamenti bellici di fronte a tanta sofferenza.

Successivamente sono presenti delle immagini che accennano ad una idea intrinseca di religiosità: il lamento d’agnello indica l’innocenza dei ragazzi che subiscono indifesi le atrocità della guerra, come gli agnelli . A questo proposito ricordo l’espressione latina “Agnus Dei”, usata in ambito pasquale sia nell’Antico Testamento, che nel Nuovo, riferita in quel contesto a Gesù.

Ed è proprio la figura di Gesù Cristo che viene rielaborata da Salvatore Quasimodo in chiave moderna con grande originalità ed adesione alla realtà: quando leggo questo verso, nella mia mente si susseguono due quadri, cioè “L’urlo” di Munch, e “ “The white Crucifixition” di March Chagall.  Trovo suggestivo soprattutto la rievocazione del secondo quadro, perché Chagall fa, come Quasimodo, riferimento all’invasione nazista. Se a ciò si aggiunge che la Crocifissione di Chagall risale al 1937 ,mentre Quasimodo usò “Alle Fronde dei Salici” nella seconda metà degli anni Quaranta, non si trovano difficoltà a trovare delle analogie fra  il mondo della pittura e quello della poesia:  sembra che nemmeno la diversa nazionalità ( Chagall era bielorusso) dei due artisti ponga un limite al loro impeto creativo di tipo dionisiaco, che anzi sembra avere un’armoniosa e sostanziale unità, in contrapposizione alla forza distruttiva e devastatrice della guerra. L’immagine del palo del telegrafo della poesia di Quasimodo, che cerca di avvicinare la crocifissione di Cristo ai tempi del Novecento, proprio come fa Chagall nella sua opera, rievoca in me un collegamento alla modernità che evidenzia paradossalmente l’incomunicabilità del dolore, in cui l’uomo si stringe con silenzio ed angoscia nei momenti più bui della sua vita ed in quella dell’umanità.

Come la Crocifissione di Chagall si sofferma sull’immagine di Gesù Cristo come ebreo, all’indomani della Seconda Guerra Mondiale, con uno sguardo sull’immediato futuro, Quasimodo si ispira al remoto passato della persecuzione ebraica in Babilonia citando il Salmo 137, in cui gli Ebrei si rifiutano di intessere le loro lodi a Dio durante la riduzione ( uso volutamente questo termine, per evidenziare lo stato mentale di Quasimodo in tempo di guerra, “irriducibile”, come avevo già detto prima, eppure costretto a vedere il proprio territorio deriso nella sua dignità in tempo di guerra) in schiavitù, appendendo le cetre ai salici, alberi da sempre associate ad un’immagine di cupa sofferenza. L’ultimo verso è spunto di riflessioni: se le cetre oscillano lievi al triste vento, che significato può avere la poesia, oggi giorno?

Io comincerei dicendo che la poesia dev’essere qualcosa di costruttivo per la società, richiamandomi all’etimologia della parola, “poiein” in greco significa comporre, ma anche costruire. La poesia è per me qualcosa che deve arrivare a costruire ciò che all’uomo manca o non è riuscito ancora ad ottenere, e le opere di Quasimodo hanno avuto il compito di rielaborare dalle macerie ciò che più di tutto era stato devastato da ben due conflitti mondiali: l’uomo, e la sua coscienza di essere pensante.

“Cogito ergo sum” è una massima di Cartesio che risale all’età moderna, ma il razionalismo di quel periodo è stato grosso modo smontato dalla follia perpetrata dalla guerra, e nemmeno luminari come il filosofo francese Henri Bergson, o in Italia Benedetto Croce, colsero immediatamente il pericolo delle nuove dittature. Ma risulta assai utile riprendere nuovamente una frase di Quasimodo: “I filosofi, i nemici naturali dei poeti, e gli schedatori fissi del pensiero critico, affermano che la poesia (e tutte le arti), come le opere della natura, non subiscono mutamenti né attraverso né dopo una guerra. Illusione; perché la guerra muta la vita morale d’un popolo, e l’uomo, al suo ritorno, non trova più misure di certezza in un modus di vita interno, dimenticato o ironizzato durante le sue prove con la morte”. Quest’affermazione fatta dal poeta siciliano risulta molto interessante, perché, partendo da questa constatazione, si può intuire come si siano dipanati molti percorsi artistico-culturali, in seguito a delle “rotture”: penso al neorealismo italiano, con Umberto Rossellini nel cinema,.

Per l’analisi di “Uomo del mio tempo”, anche prendendo in considerazione la filosofia di Friedrich Nietzsche,  possiamo constatare che degli elementi di disperazione fossero già presenti agli inizi del XIX secolo, e che i conflitti mondiali siano stati sedimentati da cause economiche , arrivando a fenomeni di barbarie e ferocia inauditi.

Sei ancora quello della pietra e della fionda,

uomo del mio tempo. Eri nella carlinga,

con le ali maligne, le meridiane di morte,

t’ho visto – dentro il carro di fuoco, alle forche,

alle ruote di tortura. T’ho visto: eri tu,

con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio,

senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora,

come sempre, come uccisero i padri, come uccisero

gli animali che ti videro per la prima volta.

E questo sangue odora come nel giorno

Quando il fratello disse all’altro fratello:

«Andiamo ai campi». E quell’eco fredda, tenace,

è giunta fino a te, dentro la tua giornata.

Dimenticate, o figli, le nuvole di sangue

Salite dalla terra, dimenticate i padri:

le loro tombe affondano nella cenere,

gli uccelli neri, il vento, coprono il loro cuore.

 “Uomo del mio tempo”è  presente in “Giorno dopo giorno”.  Balza subito all’occhio, dopo una prima lettura, la forte religiosità di questo componimento, che sembra riprendere un legame arcano con il passato, che forse nemmeno la guerra è riuscito a sciogliere, se  quest’ultima invece non ne ha svelato i meccanismi più crudeli e spietati: il primo verso riprende delle leggi primitive, quasi tribali, ed il poeta qui sembra essere un osservatore attento di quanto sia avvenuto, ma senza essere per nulla complice dei crimini di sterminio perpetrati dalla guerra: viene lanciato invece un grido alla solidarietà, alla fratellanza fra gli uomini che si basi su principi nuovi, del tutto diversi da quelli passati, e non basta, da sola, l’evoluzione scientifica (  ricorderei comunque che gli stessi Bergson e Croce furono dei convinti antipositivisti,) se non è affiancata da un miglioramento delle qualità umane. L’ultimo accorato appello è verso le generazioni future, fra cui la nostra, a non ripetere gli stessi errori del passato.

Stabilirei qui un confronto fra una personalità italiana che nei suoi occhi ha visto il lato più cruento del Secondo Conflitto Mondiale: Primo Levi.  Io ho notato delle differenze: certamente il poeta ha un legame più forte con il divino, mentre la visione di Levi risulta più disincantata. L’autore di “ Se questo è un uomo” , rilasciò un’intervista in cui affermò che “ se c’è Auschwitz, Dio non può esserci”. Parteggiare per uno dei due mi sembra una sciocchezza: ciò che ha maggiore  peso è riuscire a comprendere come si possa andare avanti dopo eventi così terribili, ed ognuno di noi è chiamato a dare una risposta, “Giorno dopo giorno”, come riecheggia il titolo della raccolta di Quasimodo, nel proprio quotidiano, senza fermarsi ad una visione superficiale delle cose, ma mettendo in dubbio il proprio modo di esistere, e trovarvi una soluzione (Norberto Bobbio,  intellettuale antifascista, scrisse nel 1955 che compito della sua categoria non fosse di cercare  certezze, ma seminare dubbi)”umana”, cioè che sia per gli uomini e non solo per i poeti, visto che  Eugenio Montale disse che i poeti non possono dare soluzioni. Quella di Quasimodo, pur non essendo io un credente, è una religiosità positiva,  e forte, che intende creare legami positivi ( religere in latino significa creare dei legami), e sciogliere quelli negativi, usando aneddoti sempre a sfondo religioso come quello di Caino ed Abele, e quindi merita considerazione, come la posizione di Levi, trasversalmente, per farci capire come sia importante non dare nulla per scontato se vogliamo che l’avvenire sia meno crudele del passato, e credo che ci siano molti interessi perché ciò non avvenga. “Meditare che questo è stato” è una frase di Levi che ben ci fa comprendere l’irrepetibilità di scenari da incubo, ma tutt’oggi notiamo nuovi possibili episodi di sopraffazione: il primo che mi viene in mente è quello dei migranti, dato che molti governi non sono riusciti a gestire bene quest’emergenza, e la colpa non la darei assolutamente solo ai Paesi in cui queste povere anime emigrano, ma anche ai governi locali. Risulterebbe deplorevole usare questi fenomeni per accendere nuovi casi di razzismo e xenofobia ,e lucrare qualche poltrona.

 Di Giacomo Leopardi, fra le più sensibili personalità dell’Ottocento italiano e non solo, vorrei ricordare una poesia, “La ginestra”, e una lettera ( che, secondo alcuni non fu mai scritta,) ad un giovane del ventesimo secolo. “ La ginestra”, fa riferimento ad una social catena, che è ciò di cui abbiamo bisogno noi esseri umani e che ha di sicuro delle somiglianze con Primo Levi e Quasimodo: di Primo Levi eredita indubbiamente la disillusione, di Quasimodo il legame con un passato remoto, visto che nella poesia leopardiana è fatto accenno all’eruzione del Vesuvio e la subitanea devastazione di Pompei ed Ercolano. La lettera ad un giovane del ventesimo secolo, invece, secondo alcuni non fu mai scritta, ma è in verità presente ed esaminata nello Zibaldone (come ha fatto notare un preside di Liceo, Lanfranco Bertolini, nel libro “La lettera di Leopardi ad un giovane del XX secolo”), e preannuncia quasi profeticamente l’impossibilità di immaginare l’uomo come un essere perfetto, infallibile ( a questo proposito vorrei citare un libro di Rita Levi Montalcini, “Elogio dell’imperfezione” ,anche se di ambito scientifico) qualora in possesso di tutte le facoltà scientifiche, nel senso più tecnico, ma non umano, della parola. Quasimodo sembra quindi portare a pieno compimento quanto Leopardi avesse già detto in questa lettera. Di Leopardi va inoltre ricordato il grandissimo amore per il mondo classico , e questo è un altro elemento che lo accomuna a Salvatore Quasimodo.

Poeta contemporaneo, ma per certi versi opposto e del tutto differente da Quasimodo, fu invece Giuseppe Ungaretti, al quale ho accennato all’inizio di questo saggio. Ungaretti, differentemente da Quasimodo, ebbe dei rapporti già dall’inizio molto favorevoli con gli intellettuali del suo periodo: frequentò la Sorbona di Parigi, dove insegnava il già nominato Henri Bergson, ed ebbe frequenze epistolari con l’italiano Giuseppe Prezzolini. A mio avviso occorre soffermarsi un attimo su questo poeta: fu una delle figure più autorevoli dello scenario intellettuale nostrano, se si pensi che intorno a lui fecero cerchio personaggi di orientamento politico persino opposto, come Gobetti, ed Indro Montanelli , il quale, con un chiaro omaggio al suo maestro, intitolò una delle sue ultime esperienze giornalistiche, “La Voce”.  Tornando invece ad Ungaretti, trovo calzante fare subito riferimento alla raccolta “Allegria di naufragi” del 1916: il titolo è da attribuire a chi è riuscito a scampare ad una disgrazia, come Giuseppe Ungaretti  in guerra ( convinto interventista), e prova un senso di gioia. Mi sembra che paragone più opportuno non ci potesse essere, con chi riesce a scampare ad una situazione di sventura, ad un rovesciamento della sorte, come nel caso dei migranti che approdano sulle coste, vittime di un destino meno fortunato del nostro, o a chi, dopo un momento di intensa sofferenza, vede all’improvviso un’ancora  di salvezza che gli permette di restare a galla. Restano altri nodi da sciogliere sul rapporto fra Ungaretti e Quasimodo: anche Ungaretti pose attenzione al mondo classico ( storica è una sua lettura televisiva dell’Odissea) , ed entrambi ricevettero dei riconoscimenti da università straniere ( Quasimodo da Oxford, Ungaretti da Oklahoma), ma il vero punto di contatto fra questi due illustri poeti è insita nella corrente letteraria detta ermetismo. Caratteristica di questo modo di fare poesia, visto che non si può parlare di una vera corrente, è l’uso di un linguaggio chiuso , sfuggente, ma immediato, con ricorso ad analogie molto difficili da comprendere, tranne che al poeta stesso. Se le fondamenta dell’ermetismo in Italia sono state definite da Francesco Flora e Carlo Bo, i modelli a cui i nostri compositori italiani si ispirarono furono i francesi, come Arthur Rimbaud e Paul Verlaine.

Un altro breve confronto può essere fatto con Giosuè Carducci, primo premio Nobel per la Letteratura (1906), ed uno dei poeti maggiormente stimati da Croce: secondo me, di Carducci Quasimodo ha ereditato la passione per l’uso retorico della parola e la rielaborazione dei classici in chiave moderna ( Carducci intitolò una sua raccolta “Odi barbare).                                                                                                                                                                                                                                    Altre somiglianze sono riscontrabili con l’autore dei Canti di Castelvecchio, Giovanni Pascoli: anche Pascoli ricevette diversi premi , per la sua capacità di riportare in auge le lingue classiche ( vinse per tredici volte il prestigioso Certamen Hoeufftianum di Amsterdam), che solo apparentemente possono essere considerate lingue morte, ma che in realtà sembrano permeare nell’animo dell’autore di Myricae: rilevante è che uno dei maggiori temi toccati da Pascoli sia quello delle madri private del proprio figlio, poiché si avvertono impressioni simili con “l’urlo nero della madre” , citata in “Alle fronde dei salici”. Mi sembra opportuno soffermarsi ulteriormente su quest’aspetto, al fine di evitare analisi banali: secondo me, Quasimodo si dimostra superiore a Pascoli, perché riesce a rielaborare un’immagine, quella della madre orbata, in luce ancora più moderna, e più tragica.

Accanto a confronti fatti con autori tutto sommato contemporanei a Quasimodo, sarebbe interessante approfondire ulteriori aspetti dell’opera del premio Nobel del 1959: io proporrei soprattutto quello del giornalismo. Le riviste principali a cui Quasimodo partecipò furono “Solaria” e “Letteratura”: l’esperienza dei due giornali letterari, non può essere assolutamente scissa, e ad avvalorare questa tesi sta il fatto che uno dei condirettori di Solaria, Alessandro Bonsanti, diventò il direttore di Letteratura. Posso quindi proseguire  affermando che, nell’ambito di “Solaria”, fossero presenti due correnti: una, di stampo antifascista, che riprendeva lo spirito di militanza del già citato Piero Gobetti; l’altra, invece , più disposta a collaborare con il regime.  Sarà significativo che a prevalere nel secondo dopoguerra sarà proprio la parte antifascista,  e non una piegata in posizioni di comodo con il regime: non ci  può essere prova più schiacciante sul fatto che il discorso fatto da Quasimodo ( “Il poeta ed il politico”) al conferimento del Nobel,  abbia avuto i suoi germi proprio in un periodo di estrema indigenza morale per il panorama letterario italiano , e non solo. Nemmeno la censura fascista , riuscì ad evitare la propaganda di nuove idee, di carattere più positivo e moralmente più valido delle precedenti , se si pensi che a questa rivista parteciparono anche martiri del regime franchista come Federico Garcìa Lorca.                                                                  Come è contenuto nel manifesto programmatico di Solaria, in quel progetto c’era la visione di una città ideale, che io trovo molto bella, e ben può rispondere sempre al discorso fatto da Quasimodo a Stoccolma, in una visione della città  che, con le dovute cautele, potrebbe essere paragonata persino alla polis greca di Platone ne “La Repubblica”, o ad altri modelli come “La città di Dio” di Agostino di Ippona o “La città del Sole”  proposta da Tommaso Campanella, che scontò con diversi anni di carcere le sue idee non allineate con i poteri forti della Chiesa.

Lo scopo di questo breve saggio è di aiutare a comprendere ancora di più la versatilità del talento del “nostro” Quasimodo, la compresenza nella sua penna di elementi fra di loro contrastanti , uniti da un equilibrio ed un senso dell’armonia che è in forte contatto con la bellezza del mondo classico. Una domanda che mi pongo, è se “ Uomo del mio tempo”,  un po’ come la lettera ad un giovane del ventesimo secolo di Giacomo Leopardi, possa rivolgersi ad un giovane uomo del XXI secolo, o se vogliamo, del terzo millennio. Un dato ad appannaggio di questa tesi è che le problematiche non sono cambiate, ma siano proporzionate a quelli che sono i nuovi ostacoli, posti dall’uso scorretto del mondo tecnologico ed alla conseguente  solitudine in cui vessa la maggior parte della nostra popolazione,  vedendo il tramonto di un’era. Ma , come ha affermato Quasimodo, e vorrei concludere qui, da dove ho iniziato il mio lavoro : “Ognuno sta solo sul cuore della Terra, trafitto da un raggio di Sole: ed è subito sera”.

Leonardo Donvito

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