Il confine come vita e destino

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Recensione di Breve diario di frontiera, di Gazmend Kapplani (Del Vecchio Editore, 2015)

Era esperienza comune, per chi accendesse la radio nel Salento di metà anni Ottanta, imbattersi nella frequenza del tutto particolare di Radio Tirana. Il più delle volte l’ascoltatore captava un motivo musicale che si ripeteva in maniera ossessiva. Era il segnale della fine trasmissioni. La radio valicava l’Adriatico, che il canale d’Otranto restringe ad un breve passaggio. Cosa vi fosse esattamente dall’altra parte, quale volto avessero i nostri dirimpettai, come vivessero, era un mistero che l’emittente di Stato, con i suoi comunicati scritti in una lingua aliena e pronunciati in un tono metallico standard, infittiva anziché dipanare. Il mare, fino a quel momento, era una cortina di ferro impenetrabile.

Il velo fu squarciato nell’agosto del 1991 con l’arrivo della nave Vlora nel porto di Bari. L’Albania era uno Stato comunista a vocazione maoista. La sua popolazione viveva in una condizione economicamente disastrosa e socialmente orwelliana. Le riprese delle migliaia di profughi in fuga dal Paese delle Aquile, stipati e appollaiati in ogni punto della nave, fecero il giro del mondo.

Gazmend Kapplani ha scritto un diario semplice e lineare che racconta la sua esperienza di fuggitivo. In nome di tutti i fuggitivi. Ha studiato ad Atene e oggi vive negli Stati Uniti. All’epoca del crollo del regime era uno studente che decise di varcare la frontiera inoltrandosi nell’ignoto, che, nello specifico, era la Grecia.

L’ignoto però è sempre una medaglia con un rovescio. Per noi occidentali l’Albania era un buco nero. Per loro eravamo noi “capitalisti” a essere il vasto mondo inesplorato. La miniera d’oro, l’Eden del sesso facile, il tempio di tutte le libertà come una bandiera sempre spiegata al vento. Kapplani coglie con finezza questo doppio spaesamento.

E’ un diario di frontiere, quindi, le “nostre” e le “loro”, e di antenne che puntano oltre le frontiere stesse. Il ridicolo e il tragico, nelle vicende narrate, si sovrappongono spesso in una risata amara.

«La passione e la specialità del compagno Mete era scoprire i nemici interni esaminando la posizione delle antenne televisive. Si arrampicava di nascosto sulle terrazze delle case esclusivamente durante la notte, per non essere visto, poi controllava se la posizione delle diverse antenne fosse o no conforme ai regolamenti del Partito». Il compagno Mete muore compiendo il suo eroico dovere. Cadendo dal quinto piano, mentre osserva troppo da vicino le natiche di una magistrato attraverso la finestra del bagno. Ma la versione ufficiale, liturgia del dogma, addossa tutto a un «complotto dei nemici interni del regime»… La paranoia è la vena nascosta della repressione, ma è anche la porta d’ingresso per la resistenza ironica, per lo sberleffo al potere irrazionale. Kapplani, al pari dei grandi autori che hanno saputo guardare nel cuore di tenebra dei regimi concentrazionari, sa scrivere verità dure con spirito lieve.

Ma cosa c’era oltre il confine? Gli albanesi si chiedevano come fosse il mondo laggiù.

«La sera vedevamo le luci del mondo-oltre-i-confini. […] Di solito quello che avevamo visto o udito in televisione si trasformava in storie leggendarie che costituivano il nutrimento delle nostre fantasticherie. Descrivevamo spiagge meravigliose, piscine, televisori a colori, sognavamo splendide ragazze che non avevano chili di troppo né tabù». La rivolta esistenziale passa dal risveglio di istinti semplici. Prima di tutto il sesso, sia in senso letterale sia come pulsione di vita freudiana. E dove c’è sesso, istintualità, c’è sempre un maestro di morale che frena il desiderio e  annichilisce la volontà. Che nel caso di Kapplani si trattasse dell’occhialuto professore di marxismo-leninismo e non di un monaco o di un maestro di religione è solo un tragico accidente della Storia. Laggiù… «le luci che avete visto provengono dalle ville dei ricchi. I ricchi vivono in case enormi, mentre gli operai muoiono di fame, non hanno niente. La loro vita si svolge nel buio e non ha niente a che vedere con la vita felice dei proletari nel nostro Paese». Buio contro luce, corpo contro spirito, l’essenza del manicheismo.

Albania, nazione chiusa che aveva nel proprio grembo aree proibite, «estese per un raggio di trenta o quaranta chilometri a partire dai confini stessi», perché è tipico delle società totalitarie replicare in se stesse “zone di esclusione”, come nel romanzo Picnic sul ciglio della strada dei fratelli Strugatzki, reso celebre dalla trasposizione cinematografica di Tarkovskij. «Sì, signori miei, nella Zona il tempo non esiste. Cinque ore. E, a pensarci bene, cosa sono per uno stalker cinque ore?» Non sono niente. Perché il tempo, senza punti di appoggio esterni, senza moventi, traiettorie, scarti di senso, è una triste parodia dell’eternità.

Il diario di Kapplani non è solo un reportage dal valore documentaristico su ciò che è stata la nazione di Enver Hoxha. E’ soprattutto il racconto della fuga da un mondo per approdare ad un altro. L’autore fin dall’inizio del libro alterna il resoconto della propria avventura, drammatico e a tratti picaresco, a riflessioni sull’identità confusa del migrante dal valore universale. Sta in questa capacità di astrarre nuclei di verità da sé e dalla propria esperienza il senso più prezioso di questo libro. Senza pietismi o false compassioni. Con l’asciutta consapevolezza di chi sa di aver attraversato non solo una frontiera, ma, soprattutto, una barriera dentro di sé, con il dolore e la durezza che tutto ciò comporta.

«Coloro che attraversano i confini illegalmente assumono alcune strane abitudini, tra cui la risata facile. Spesso viene loro una voglia inspiegabile di scherzare e di divertirsi, come se recitassero una commedia brillante e non fossero costantemente minacciati dal pericolo e dalla morte. Ma forse sono proprio il pericolo e la morte a suscitare il riso. Ridere è un modo per esorcizzare la morte, per stornarla, per scacciarne il pensiero. Di fatto il sorriso di coloro che attraversano i confini è un travestimento impeccabile». Vi è, in queste parole, l’eco di quanto asseriva Robert Walser, secondo il quale solo l’esercizio protratto e laborioso del mestiere di vivere può riscattare l’inautenticità della propria condizione umana, in primis il teatro delle parole usate, adottate, prese a prestito (condizione tipica del migrante), assimilate al punto da dare loro una parvenza di naturalità – la materia sentimentale come la intendeva Schlegel –, per riconciliarsi infine con lo spirito del mondo.

Kapplani scappa in Grecia, goccia nella fiumana di albanesi che tracimarono oltreconfine. Per trovare un’altra recinzione. Campo profughi, luogo di raccolta, centro di detenzione temporanea… molte sono le definizioni, una sola la sostanza. La città straniera assaporata per brevi momenti resta qualcosa che è là fuori, di altri. Bar, negozi, supermercati sono inaccessibili, se non attraverso il furto. Stringe amicizia con altre quattro persone: Xhemal, aspirante (?) ladro, due camionisti, e infine colui che soprannominano il «ragazzo del sesso», il cui vero nome è Marenglen (dalle iniziali di Marx, Engels e Lenin…)  Ed ecco che, dentro o fuori dai reticolati,  nasce una definizione di libertà superiore, strettamente legata all’esperienza in corso, perché «partire dona una libertà inaudita: a un tratto si avverte il bisogno di raccontare le storie più intime a perfetti sconosciuti, con una disinvoltura che si potrebbe scambiare per superficialità o follia. Forse tutto questo accade perché quando si va via, il peso dei legami si fa meno gravoso. Ecco perché il racconto somiglia più che altro a una confessione». In senso agostiniano, confessione, come ricerca sofferta e gioiosa del senso di sé, consapevolezza che si fa racconto, con la differenza che il Dio del nostro tempo è la libertà.

«E sapevo bene che, per tutta la notte, a cinque minuti l’uno dall’altro, avremmo continuato a pensare le cose nel medesimo tempo, a sudare o a rabbrividire nel medesimo tempo», scrive Sartre ne Il muro; «mangiammo il pane e a un tratto, dopo circa mezz’ora, udimmo una canzone d’amore. A dare il la era stato un gruppo di profughi in fondo al capannone e a poco a poco tutti ci mettemmo a cantarla come se fosse stato un segnale convenuto», scrive Kapplani in questo libro, che è anche un saggio sulla condizione precaria del migrante, sempre in bilico tra individualismo e voglia di comunità, tra esecrazione del passato e nostalgia insanabile delle proprie radici.

Esilarante ed emblematico è l’episodio del contadino greco muto, Dimitris, catturato e incarcerato per una notte nel centro di detenzione insieme agli albanesi, per il semplice fatto di non avere con sé la carta d’identità durante un controllo. I profughi si prodigano per farlo liberare e, una volta ottenuta la scarcerazione, grande è la soddisfazione, perché «il fatto che un greco poteva essere scambiato per albanese […] significava che anche un albanese lo si poteva scambiare per greco». Il gioco dell’identità, suggerisce l’autore, è inestricabilmente legato alla verità, e contemporaneamente all’inganno, della parola.

In questa fenomenologia dell’esperienza migratoria spicca un’acuta analisi di quelle che, sociologicamente, sono definite “seconde generazioni”. Se l’immigrato sa di essere uno straniero, suo figlio non lo è più, e se il primo è in debito con il Paese ospitante, per cui può accettare anche la possibilità dell’insulto, della commiserazione, accarezzando al limite l’idea del ritorno in patria, il secondo, di fronte all’ingiustizia, si comporta da «cane feroce», senza poter esercitare alcuna opzione di fuga all’indietro. «Per tuo figlio invece non ci sono altri Paesi, il suo Paese è questo qui e l’unica alternativa che ha è amarlo o odiarlo». E’ questa, probabilmente, la particolare disposizione psicologica ed esistenziale che consente al tarlo della rabbia di insinuarsi nei giovani sedotti dal terrorismo.

Il libro di Gazmend Kapplani ha il raro dono di essere un resoconto personale che non si richiude nel privato, ma che, al contrario, cerca sempre di abbracciare una dimensione universale. I migranti costretti ad attraversare le frontiere, linee d’ombra fisiche e mentali, sono oramai parte non solo del nostro tempo storico, ma ancor di più del nostro immaginario. Il popolo greco, che nei primi anni Novanta era, per gli albanesi in fuga, parte del ricco Occidente, ora è ai margini della stessa Europa. L’Albania, viceversa, è in pieno sviluppo economico. La ruota della Storia è in movimento. Nel Diario troviamo un segno, una presenza, una lucida e accorata testimonianza di fatti che, nel bene e nel male, ci riguardano e pongono domande. A tutti noi la responsabilità politica ed etica di trovare le risposte.

Alessandro Vergari

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