Libertà e politica ai tempi dell’Iphone

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«Sensori, smartphone, app: sono questi i tappi per le orecchie della nostra generazione. Il fatto che non riusciamo più ad accorgerci di quanto allontanino le nostre vite da qualunque cosa abbia solo un sentore di politica è già di per sé un segnale rivelatore: la sordità – all’ingiustizia e alle disuguaglianze, ma soprattutto a quanto sia disperata la nostra stessa condizione – è il prezzo da pagare per questa dose di benessere istantaneo».

C’è un filo rosso che lega gli articoli di Morozov raccolti in questo volume edito da Codice Edizioni: la progressiva scomparsa dell’orizzonte politico in connessione  – è proprio il caso di dirlo – con l’uso (e abuso) di strumenti tecnologici caratterizzati da una prossimità estrema al soggetto,  fino a diventare insostituibili e pervasivi, e in grado di semplificare brutalmente il nostro approccio  alla realtà, in termini, sempre e comunque, di utilità per il singolo, pensato in astrazione e slegato da un qualsivoglia legame comunitario. Sarà il pensiero libertario a trionfare? Tutto il contrario.

L’autore mette in atto un’operazione di rigorosa decostruzione di un’intero impianto economico e concettuale.

Giovane sociologo bielorusso, giornalista esperto di tecnologia, Eugeny Morozov è una voce che va in controtendenza rispetto al coro di entusiasti della “filosofia” della Silicon Valley, che sempre più ingrossa le proprie fila, non solo tra gli utenti comuni, ma anche tra i guru affiliati al mondo della politica e delle amministrazioni. Fanno breccia, nel vocabolario dei governi, una miriade di termini già entrati a far parte del gergo comune, che rimandano ad applicazioni “intelligenti” in grado di trasformare radicalmente le nostre vite, in meglio e ad una velocità mai sperimentata prima dall’umanità. Il tutto, sostiene Morozov, sarebbe riconducibile ad un’operazione politico-sociale molto profonda e dirompente (disruption) finalizzata a migliorare la nostra esistenza quotidiana senza avere l’obbligo né la convenienza di rivolgerci a quelli che la sociologia del Novecento definiva “corpi intermedi” o alle istituzioni classicamente intese. Con quali risvolti?

Per gettare un illuminante sguardo sulla rapida trasformazione in corso possiamo soffermarci innanzitutto sui concetti di Smartification e Big Data (il libro abbonda di irritanti neologismi tecnologici, non certo per colpa dell’autore):

«La smartification della vita quotidiana segue una traiettoria ormai familiare: ci sono i dati di base – una lista di cosa contengono il vostro frigorifero e il vostro cestino intelligenti – e i metadati – che registrano quanto spesso li aprite e quando si trovano a comunicare l’uno con l’altro. Entrambe le tipologie di dati forniscono spunti per idee interessanti: ne sono un esempio i materassi intelligenti – un modello recente promette di tener traccia della respirazione e del battito cardiaco, oltre che di quanto vi muovete nel sonno – e gli attrezzi intelligenti, che forniscono consigli nutrizionali».

Siamo di fronte ad una colossale operazione di raccolta di informazioni che, negli anni a venire, riguarderà probabilmente ogni aspetto della nostra vita quotidiana. “Intelligenza”, in questo contesto, significa capacità di tenere traccia dei nostri movimenti, dei nostri gusti, dei nostri bisogni; significa anche trasferimento dei dati da un’applicazione all’altra, in un processo di automazione sempre più perfezionato eppure  centralizzato nei giganteschi data server che non sono pubblici, bensì privati (Facebook, Google, Amazon…) e quindi necessariamente orientati al profitto. Il nostro smartphone, i nostri pc e tablet, i nostri elettrodomestici, i sanitari, l’intera abitazione nel suo complesso, i mezzi di trasporto (auto in primis): trasferimenti fisici e transazioni virtuali sono al centro di un processo di tracciatura e mercificazione, epocale e onnicomprensivo.

Come si inserisce il discorso politico, in tutto questo? Arriviamo al concetto di “regolazione algoritmica”, perorato da un venture capitalist estremamente influente nella Silicon Valley, Tim O’Reilly, vero ideologo della politica sognata e segnata da Google e Facebook.

«Oltre a rendere le nostre vite più efficienti, questo mondo intelligente ci mette di fronte a una scelta politica stimolante: se così tanta parte dei nostri comportamenti quotidiani già oggi è registrata, analizzata e sollecitata, perché fermarci agli approcci non empirici alla regolamentazione? Perché fare ricorso alle leggi quando ci sono i sensori e i meccanismi di feedback? Se gli interventi in termini di politiche devono essere – per usare le parole chiave del momento – evidence-based e results-oriented, la tecnologia può venire in aiuto».

Il punto dolente di questo ragionamento, sostiene l’autore, è la falsa vocazione al socialismo di cui si ammantano i “signori del silicio”, una vera e propria operazione di mistificazione politica.

L’assunto di base del tecnofanatismo è il seguente: se tutti possiamo diventare imprenditori dei nostri stessi dati, il meccanismo di scambio che le app consentono farà in modo che ogni nostra esigenza, ogni bisogno istantaneo, verrà esaudito secondo regole economicamente vantaggiose, avendo ognuno di noi la possibilità di offrire o domandare in tempo reale qualcosa di immediatamente ricercabile sul mercato. Può trattarsi di un passaggio in macchina (Uber), di un parcheggio in una strada trafficata che noi stessi possiamo acquisire e poi mettere all’asta, del nostro genoma mappato e “prestato” ad una società di ricerca in cambio di benefit nel campo medico… può trattarsi virtualmente di tutto. Ciò che rende apparentemente egualitario il sistema è il concetto di reputazione, ben noto a chi utilizza servizi quali AirBnB, eBay o TripAdvisor: più le segnalazioni (i feedback) sono positivi, più il profilo del venditore/compratore ne risulta avvantaggiato nelle successive negoziazioni. Generalizzando, chi paga un oggetto o un servizio oggi (un libro, una rata di mutuo, una tassa scolastica…), accettando la tracciatura dei propri movimenti (dati), vedrebbe premiata la propria regolarità o velocità nei pagamenti stessi, ususfruendo, ad esempio, di tassi più agevolati, un credito maggiore, un’assicurazione più generosa. La libertà di accesso alle piattaforme informatiche sarebbe di per sé, per i teorici della Silicon Valley, una forma di democratizzazione della vita pubblica, come mai se ne sarebbero conosciute in passato.

Eppure, il “socialismo” di Zuckerberg&Co si rivela falso, secondo Morozov, per almeno tre motivi. In primo luogo, la connettività totale aumenterà il fenomeno della compiacenza sociale (ovvero il conformismo pù retrivo), che riguarderà inevitabilmente i poveri e non i ricchi, perché chi oggi può permettersi di fare ciò che vuole non avrà alcun interesse a dimostrarsi un cittadino modello domani; in secondo luogo, la gratuità di servizi come quelli offerti da Google non è mai veramente tale e soprattutto «non è utile allo stesso modo a un neolaureato senza lavoro e a un fondo speculativo, tutelato dal segreto e in grado, grazie alle sofisticate tecnologie di cui dispone, di trasformare i dati in analisi finanziarie»; infine, il trionfo definitivo della tecnologia applicata alla società porterà alla fine dell’universalizzazione dei servizi (un punto cardinale del pensiero socialista!), che verranno forniti dalle multinazionali della Silicon Valley secondo standard completamente diversi che nessuno ha mai volutamente chiarito. A decidere sarebbe unicamente il mercato, sulle cui dinamiche interne si spegnerebbero i riflettori del discorso pubblico per assegnare il potere a meccanismi di autoregolazione tutt’altro che virtuosi. Uno Stato in cui tutti diventano imprenditori di se stessi, ricorda Morozov, era stato previsto da Michel Foucault negli anni Settanta del Novecento, come l’esito “naturale” della rivoluzione neoliberista.

La sharing economy, ovvero il nuovo welfare al silicio, si salda con il quadro antropologico di un’umanità iperindividualizzata. «Se sarete onesti e lavorerete duramente, la vostra reputazione online lo rifletterà, producendo una rete di protezione sociale altamente personalizzata. […] Mentre lo Stato sociale presuppone l’esistenza dei problemi sociali specifici che si propone di combattere, lo Stato algoritmico non fa alcun assunto di questo tipo. Le minacce future possono rimanere completamente inconoscibili e interamente affrontabili, a livello individuale».

Emerge un prepotente e preoccupante quadro di “società del controllo” (Deleuze), dominata dalla diffusione di sensori e dispositivi in grado di tracciare ogni nostro spostamento, con la promessa (esaudita, ma a quale prezzo etico e politico?) di renderci più comoda la vita, in cambio di una personalizzazione accentuata delle inserzioni pubblicitarie, sempre più avvolgenti; lo Stato parallelamente potrebbe permettersi di dismettere una serie di funzioni a favore dell’iniziativa privata: il crowfunding per sistemare una strada al posto dell’intervento del comune, un’assistente virtuale per sostituire educatori scolastici. La sanità stessa potrebbe essere rivoluzionata da app e rilevatori a distanza, sempre in nome dell’abbattimento dei costi e, inevitabilmente, di una sociopatia crescente, di una chiusura in una bolla virtuale alienante.

Il libro di Morozov è intrigante per la costante attitudine a smascherare il non-detto della futurologia e l’ottimismo della cosiddetta “spinta gentile” (incarnato dalla politica di Cameron, in particolare), sotto cui si cela una cattiva coscienza finalizzata ad aumentare le disparità già esistenti e a mettere a repentaglio la libertà umana. Soprattutto, l’autore demistifica qualsiasi ipotesi di neutralità della rete. Il mondo iperconnesso non è meraviglioso in quanto foriero di infinite opportunità, come ama ripetere ossessivamente la pubblicità dei grandi network della telefonia: è invece un mondo sotto il quale cova un’opzione forte, riconducibile allo schema schmittiano del concetto di politico, perchè la Silicon Volley si può odiare. Anzi, si deve.

L’insidia è pressante e presente. Citando Agamben, Morozov sottolinea come nel dominio della politica si sia oramai irreparabilmente ribaltato il rapporto tra cause ed effetti, per cui «se il governo guarda agli effetti e non alle cause, sarà obbligato a estendere e moltiplicare il controllo. Le cause vanno conosciute, mentre gli effetti si possono solo verificare e controllare». Un’amministrazione centrale o periferica pertanto potrà, al massimo, stendere confini e linee di separazione per contenere il disagio, perdendo di vista il quadro globale, cedendo a ottiche vieppiù emergenziali e aprendo il campo ai populismi  (inevitabile pensare a fenomeni quali la guerra al terrorismo, gli inutili vertici internazionali sul riscaldamento globale o la “gestione” dei flussi migratori). I dati, scrive l’autore, servono proprio a questo: ad esercitare un controllo capillare sui comportamenti individuali e collettivi, restituendo in cambio un feticcio di libertà, ovvero la connettività totale.

Economia e politica a parte, le prospettive più sconvolgenti di questo cambiamento di paradigma orientato-alla-tecnologia sono di natura culturale. Il problema con «l’epistemologia della Silicon Valley», scrive Morozov, «è che la sua visione del mondo è pesantemente distorta dal suo modello di business». Se consideriamo, ad esempio, la lotta all’obesità, le soluzioni messe a disposizione  dalle start up californiane sono inesorabilmente votate alla colpevolizzazione del singolo (un’impostazione rigidamente calvinista, avrebbe notato Max Weber). Se il nostro smartphone rileva in noi un eccesso di grasso, cosa può fare, se non invogliarci a fare più movimento, mangiare meglio, rinunciare agli zuccheri in eccesso? Per l’ideologia della Silicon Valley il peccato è sempre dovuto ad un “difetto di informazione”, eppure, sottolinea l’autore, «può darsi che se siete poveri, avete più lavori e non possedete un’auto per andare a fare shopping in un mercatino di coltivatori diretti, allora mangiare cibo spazzatura al McDonald’s sia una decisione completamente razionale: dopotutto, mangiate il cibo che vi potete permettere». Questa impostazione epistemologica è denominata “chiusura del problema”, una vera e propria fallacia del discorso che però diventa, in virtù della sua apparente chiarezza, una verità avente forza di legge naturale: «la definizione specifica di un problema viene usata per inquadrare il successivo studio delle cause e delle conseguenze di quel problema in modi che ne precludono concettualizzazioni alternative».

Il soluzionismo, come lo chiama Morozov, è un atteggiamento politico e mentale facilmente riscontrabile nella politica nostrana. Il governo Renzi è interamente costruito su una prospettiva simile. Anche le relazioni internazionali intessute dalle grandi potenze sembrano rimuovere sempre più le cause e concentrarsi unicamente sulla governance degli effetti, con risultati spesso sconcertanti. Tuttavia la mancanza di reale opposizione a questo stato-di-cose è una controprova della forza del problem closure.

Morozov è attento a non cadere nel pericolo opposto, nella tecnofobia o in forme antistoriche di luddismo. Non è tenero con le forme tradizionali di opposizione, con i difensori ad oltranza del vecchio Stato sociale e non crede che soggetti politici radicali (Verdi, Pirati) siano in grado di modificare sostanzialmente la situazione. Democratizzare la rete, alle condizioni attuali, è giudicata una missione impossibile. Nell’articolo Disconnettersi e basta, in cui cita la sociologia novecentesca di Kracauer e Simmel come punto di partenza per un ragionamento alternativo, ipotizza la creazione e la difesa di veri e propri «santuari della disconnessione», analogamente a quanto sperimentato nel secolo scorso nella battaglia contro l’eccesso di rumore nelle grandi metropoli. Sul piano politico, l’autore auspica una ripresa della discussione pubblica sul digitale, oggi praticamente esclusa dal novero delle possibilità, o ridotta a chiacchiericcio accademico, a causa della demonizzazione strisciante degli oppositori al processo tecnologico da parte del pensiero mainstream.

I “signori del silicio” hanno dalla propria un potere economico straripante e il consenso entusiastico delle masse atomizzate. Tuttavia, l’importanza di autori come Morozov sta proprio nel voler riportare al centro della discussione politica il tema della tecnologia onnipresente e pervasiva. Se la libertà umana risiede nella possibilità della rivolta contro tutto ciò che sembra già dato, allora è questo il momento di attivare nuove forme di resistenza in nome del respiro lungo dell’umanesimo.

Alessandro Vergari

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