Maga

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Abito a piazza Navona. Il lastricato polveroso battuto da mille scarpe. Siedo spesso sulla panchina di pietra tra la fontana del Bernini, e la chiesa del Borromini. Penso alla sfida tra loro e al suicidio del Borromini, ucciso dai suoi fantasmi secondo la leggenda.

C’è odore di castagne. Agli angoli della piazza uomini orientali ne vendono cartocci. E mi sposto verso la giostra con i cavalli. Ricorda la giostra ai piedi delle gradinate del Sacre-Coeur di Montmartre. Ho vissuto anche a Montmartre. Ma lì faceva troppo freddo d’inverno.

A piazza Navona ho conosciuto Maga, sulla giostra ci siamo andati insieme una volta che avevamo spicciolato proprio bene e ci avanzavano due euro per un giro. Il proprietario non voleva farci salire ma lei aveva fatto certi occhioni e lui aveva ceduto. Maga aveva vent’anni meno di me. Non puzzava di malattia venerea, come tutti noi. Aveva occhi vivi, azzurri. Vestiva di nero. Portava gli stessi pantaloni dal giorno della fuga. Avevano i bordi lisi e strappati e ogni giorno le si strappavano un poco di più, strisciando sotto le suole. Maga offriva vino a me e agli altri. Arrivava con dieci bicchieri di plastica e due fiaschetti sottobraccio. E li spartiva con noi.

Una volta disse di aver trovato un castello. Fu allora che cominciammo a chiamarla Maga. In principio non le credette nessuno.

Un castello abbandonato a Roma? L’hai creato tu? L’hai creato dal nulla, sei una Maga?

Se non mi credete ci vado da sola, a viverci.

Io la seguii. E gli altri li lasciammo sui loro cartoni ai bordi della piazza.

Salimmo sul bus che era pieno di occhi. Sguardi. Voci. Fissavano me, si tappavano il naso. Maga prendeva a guardarli con odio. E cominciava i proseliti.

Siori, siamo molto poveri, siori. Non giudicateci per i cenci e gli olezzi. Il mio amico Duccio è professore, sa tutto di arte e poesia. E io sono un’illusionista, siori. Se ci date due spicci magari riusciamo a farci una doccia e un panino, grazie egregissimi, grazie.

E intanto tirava fuori dalle tasche tre carte e le faceva diventare trenta.

Era chiaro sarcasmo ma dalle mani sul naso si passò alle mani nei portafogli. Nel trambusto del bus recuperammo venti euro. Scendemmo. Bevemmo una boccia di whiskey. Mangiammo due tranci di pizza quadrata.

Sull’Appia c’era un casolare dismesso di otto piani. Uno scheletro di cemento, vuoto e fatiscente. Scritte e crepe facevano risaltare le macchie di carbone intorno alle finestre divelte.

Sarebbe questo il castello?

Sta’ zitto. Ci credi alla magia? Ci credi? Allora chiudi gli occhi e conta fino a dieci. Quando li aprirai lo vedrai anche tu.

Uno. Due. Tre. Quattro. Cinque. Sei. Sette. Otto. Nove. Dieci.

A occhi aperti il prodigio si compiva. Al posto del palazzo c’erano torri e cupole, trifore dal drappo carminio, un ponte levatoio sopra un largo fossato di erbaccia, il grande portone era aperto e nella pietra, nell’ottone, nel ferro, simboli di un’antica casata. Entrammo e c’era come una musica di violini e pianoforti. Tappeti rossi. Armature medievali ai lati dell’ingresso. Maga correva all’impazzata. La seguivo. Salimmo dodici gradini. E poi altri. E altri ancora. Cominciavano le stanze.

Per noi avevo pensato alla suite imperiale, disse.

Mi prese per mano e danzammo. Danzammo. Per tutta la notte. Senza curarsi del ribrezzo che in chiunque avrei provocato, mi strinse forte tra le braccia e si scoprì i seni, le cosce. Sul letto a due piazze con il baldacchino continuammo a danzare fino al fondo della notte.

Ci svegliammo nel nitore di un’aurora ocra e azzurrata, pregna di nuvole cremisi e magenta. In mezzo ai trucioli, ci svegliammo. Nella polverosa terra del lastricato dismesso. Quelle che erano state trifore ora erano varchi nel cemento cinereo, spaccato, crepato e pieno di vetri.

Una marcia di piedi ci veniva incontro e Maga si tirò sopra il cappuccio della felpa laida. Cominciò a piovigginare. Il tinnire delle gocce ci metteva di cattivo umore. E i passi si moltiplicavano. Venne un uomo e dieci guardie.

Sloggiate!, dissero.

Più tardi seppi che era stato venduto. Ora lì c’è un centro commerciale.

Io di qui non me ne vado, disse Maga.

E io sapevo perché un altro non sarebbe valso lo stesso. Così le guardie presero me con la forza. Un manganello si levò e mi piombò sulla schiena. Maga si mise a scappare e poi al bordo di un’apertura, grande come il principio di un ballatoio completamente divelto, si fermò.

Lasciatelo o salto!

E vedeva la città sgretolarsi nella bruma di un mattino di pioggia. I sette piani dall’alto dovevano darle un senso di vertigine. Ma restava lì, di pietra.

Maga, non saltare, Maga non saltare!, pregavo e strattonavo e gridavo. Quelli mi riempivano di bastonate. Si avvicinarono anche a lei, stavano per prenderla.
Mi guardò, con i suoi occhi azzurri. Mi fissava e mi fissava e non smetteva di fissarmi.

La vidi in moviola capovolgersi nell’aria, ritrarre le gambe, prima una, poi l’altra, allargare le braccia, allargare le braccia, allargarle sempre più, fino a perderle, le braccia. E svanire nella nebbia.

Gridai e battei i pugni e strepitai. E maledissi tutti i vivi e tutti i morti. E tutti lì accalcati a guardare di sotto.

Non c’è il corpo, guardate, non c’è il corpo.

Non c’era davvero.

Da un albero lì giù un corvo spiccò un volo di una gittata enorme. Si disperse nella bruma. Ma prima si voltò a guardarmi. E aveva lo stesso azzurro negli occhi. Come nessun altro corvo. Lo stesso azzurro di Maga.

Ilaria Palomba

Ilaria Palomba è una scrittrice italiana ed è laureata in Filosofia.
Tra le pubblicazioni: “Fatti male” (Gaffi), tradotto in Germania per la Aufbau-Verlag nella collana Blumenbar, con titolo “Tu dir weh”; “Io sono un’opera d’arte. Viaggio nel mondo della performance art” (Dal Sud), “Homo homini virus” (Meridiano Zero), d’ispirazione per molte performance teatrali e di body-art e vincitore del ControPremio Carver 2015 e terzo al Premio Nabokov 2015; il racconto “La rivolta della schiava” tradotto in inglese da
Maxim Jakubowski per il “Mammoth Book” (2013), il racconto “Il potere della negazione”, tradotto in francese e pubblicato in duplice lingua nel numero “le BAROQUE” (2015) della rivista internazionale “Les Cahiers européens de l’imaginaire”, fondata da Michel Maffesoli e Gilbert Durand.
Scrive per le riviste “Succedeoggi”, “Mag O” il magazine di Omero, “Nova”, “Flussi Potenziali”. Lavora con un progetto biennale di arte e scrittura in un centro diurno, collabora con la Scuola di Scrittura Creativa Omero.

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