Nei giorni dell’amore cattivo

amore-cattivo

 

«Si poteva dire assetata d’affetto. Di contatto. Di pelle. Del profumo della pelle di un uomo capace di completarla e riempirla dopo tanto. Aveva fantasticato su quel momento. Una rinascita. Ci sapeva fare, lui. Ma lei».

Ma lei.

Lei è Nora, donna trentanovenne, single, con un buon impiego, residente a Milano, protagonista dell’intenso romanzo di Francesca Mazzucato.

Attraverso una prosa quasi jazzistica nel suo secco avanzare, spezzata eppure lineare nel suo incedere tragico, Mazzucato, autrice di assoluto talento, scrive una storia d’amore, cattivo appunto, e feroce.

Nora è una donna che si flagella, che si impone ferite per restare viva e vomita per resuscitare il suo corpo, sepolto sotto una colata di rabbia repressa. Prima delle sentenze della psicanalisi, prima della diagnosi di bulimia, sta il suo vissuto, il suo essere stata perduta negli anni d’infanzia, lo stritolamento causato da una madre infelice, maniaco-depressiva, e da un padre assente, ignavo, succube. E da una sorella la cui ordinarietà è sinonimo di brillantezza agli occhi dei genitori. Normalità, come adesione a norme mortificanti, soffocanti, inautentiche. Lei no.

«Lei no. Non era madre. Era una figlia storta, non era sposata, e c’era sempre il peso di uno sguardo di compatimento, di una parola di troppo che la faceva sentire in errore. A volte si domandava se si notava all’esterno. Certo non era come a sedici anni o a venti. Grazie alla terapia aveva migliorato la sua autostima e cercato di evitare i comportamenti autolesionisti ma nessuno poteva convincerla di essere seducente, bella e capace di attrarre. Faceva parte degli invisibili […]».

Esterno. Milano non è mai uno sfondo in questo romanzo. Milano respira come un animale in gabbia. Milano, né bella né brutta, è soglia e sostegno ai passi di Nora. Lei, donna sola, integrata nella metropoli come una migrante fuggita da paesi in guerra. Milano città-rifugio per lei che viene da un piccolo paese, heimat di vergogna e di dolore. «Perdersi nei panorami di Milano le era piaciuto fin dai primi tempi del suo trasferimento. Si sentiva energica. Andava alla scoperta della città e di parti di sé fino ad allora sconosciute che si rispecchiavano in strani angoli urbani, edifici antichissime, altimetrie inaspettate». Invisibile. Eppure viva. Piccole scoperte e riflessi urbani.

La città concede momenti di tregua, «pause alla sua ansia perenne». Antidoti. Nora scatta foto in obliquo a palazzi, chiese, tetti e le posta su Instagram. Nora condivide. Traiettorie sghembe, piani inclinati, proprio come un grande fotografo milanese, Gabriele Basilico, amava fare, talvolta. Per sottolineare prospettive e dislivelli, possibili ribaltamenti. Punti di fuga, un altrove alla fine dello sguardo.

Ma. Ma una guerra fredda permanente a volte emerge come lava e si scioglie in grumi di violenza autoinflitta. Perché la metropoli non basta, il lavoro, che pure le dà soddisfazioni, non basta. Mancanze, crepe in cui si insinua il desiderio. Di una storia, di un uomo.

L’uomo arriva, si chiama Alessandro. «Le interessa? Io l’ho letto. Notevole davvero. Si girò di scatto, un po’ impaurita […]».

L’uomo arriva come un predatore, una domenica pomeriggio mentre Nora sfoglia romanzi in una grande libreria alla Stazione Centrale per ingannare il tempo vuoto del non-lavoro.

Una scintilla. Galanteria, gentilezza, ascolto. Belle parole, misurate. «A Nora pareva già di conoscerlo». Alessandro sembra una persona speciale, quella persona che non c’è mai stata. Bevono qualcosa insieme. Libri, letture, dialoghi. Stare lì, non più soli, all’improvviso. «Non si riconosceva. Stava vivendo una vita non sua. Fluttuava. Si compiaceva. Ma andava bene».

Domenica magica che si conclude con un quasi bacio.

Teoria dei colori. Il maglione di Alessandro è blu.

«Non poteva essere un caso, non lo era mai il blu, in tutte le sue gradazioni. Il blu dei mobili, il blu dei vestiti, degli occhi, dei sogni, dei film e dei ricordi. Il blu era il colore delle giornate buone, dei gesti gentili, delle nostalgie profumate. Il blu era un colore amico. […] azzurro era il colore dell’inganno, il colore infido, il colore-tranello. La felicità era blu».

La tecnologia è un ponte tra sé e l’ignoto. Si farà sentire? Chiamerà? Si, chiamerà e sarà un incubo.

Francesca Mazzucato è una scrittrice che sa scavare nel profondo. Spiazza il lettore aprendo uno squarcio improvviso, agghiacciante, su Alessandro. Chi è, in verità, l’agente immobiliare brizzolato che seduce Nora? Le pagine che riguardano il protagonista maschile sono una vera e propria discesa nel sottosuolo del disagio mentale e comportamentale. Finestre che si aprono su un panorama interiore da incubo. I manuali di psicologia hanno un nome preciso per soggetti del genere: disturbo narcisistico della personalità. Uno psicopatico? O più semplicemente un uomo cattivo? «Sono un malato, sono un malvagio» (Dostoevskji). Un uomo da nulla, un manipolatore. Un bugiardo che, quando si trasferisce da Nora, porta tutto con sé, tranne i suoi libri. E’ colto o usa la cultura come mezzo di persuasione? Non sappiamo granché della sua casa e pochissimo del suo lavoro. Divorziato. Violento. Tutto, in lui, sembra funzionale alla distruzione progressiva della vittima per glorificare se stesso.

Nora scende nel maelstrom della disperazione. Lentamente, inesorabilmente, come un insetto che muore nel ventre di una pianta carnivora. Sciolta nell’acido dell’amore inautentico e cattivo, Nora. Sedotta dal corpo altrui e dalla altrui presenza. Ossessiva. Pervasiva. L’eccesso di SMS e di telefonate, anche sul luogo di lavoro, non convince la collega ed amica Fiorella, che tenta prima di metterla in guardia, poi di dissuaderla, infine di salvarla da quella relazione, infausta. Morbosa. Alessandro reclama attenzione totale. Un’attenzione che non è cura. E Nora deve rispondere. Ogni volta. A ogni messaggio, velocemente. E ogni parola di risposta deve essere soppesata. Una dannazione per toccare un paradiso che non arriva mai. Perché Nora non vuole rovinare tutto, come ha sempre fatto.

«Dalla rivoluzione industriale in avanti gli oggetti si allontanano da noi, e gli strumenti con cui produciamo tanta parte della nostra vita si fanno sempre più potenti e oscuri. L’artefatto per molti più intimo e caro, quello che usiamo maggiormente e per le cose più personali, lo smartphone, è anche il più alieno. È anche il più oscuro: è una lastra nera del tutto imperscrutabile». (Alessandro Gazoia, Senza Filtro, Minimum Fax, 2016)

Smarrimento. Un monolite nero, un pozzo oscuro che inghiotte. «Alessandro aveva lasciato dodici messaggi e aveva provato a chiamarla molte volte. Nora era persa». Nel romanzo emerge tutta la forza ambivalente delle nostre interconnessioni contemporanee: cellulari che squillano come richiami sinistri (prima le chiamate della madre, poi le paranoie di Alessandro), lacci emostatici che fermano la circolazione e fanno barcollare, social network come spazi di libertà contesi dall’ossessione del controllo, messaggi lanciati su whatsapp come ultima spiaggia. Ancore virtuali.

Gradualmente siamo trasportati verso un terribile crinale. Un’inesorabilità che le persone care tentano di spezzare. Ancor prima dei lividi, delle ammissioni. L’amore è più freddo della morte, diceva Fassbinder.

Il corpo. In gioco è il corpo, luogo privilegiato di relazione. Alessandro sostiene di mettersi a nudo davanti a Nora, ma non lo fa mai. Per seguire la lezione del filosofo Jean-Luc Nancy, l’incommensurabilità tra due amanti è la condizione affinché un rapporto sessuale sia un accadimento significativo, un evento trasformativo. Alessandro invece misura ogni reazione, calcola, attende la preda negli angoli oscuri che lui sa. Usa il sesso come grimaldello. Nora si espone, nel suo bisogno inappagato di desiderio, allo sfregio, all’effrazione. Ottiene un compagno che colma un vuoto sociale, che mette un riparo temporaneo alla sua stranezza di donna sola. Se l’intimità è il superlativo dell’interiorità, se il sesso è abbattimento di barriere e perdita di equilibrio, Alessandro al contrario resta fermo, al centro della sua follia di uomo infelice, senza qualità. Parassita della vita altrui, si innalza sul piedistallo del proprio egoismo. Sfiorato da domande che mettono in questione il passato, esplode. La ferita sanguina e infetta Nora. E’ la sorgente nera della violenza.

Niente è stabile, non più. Le piccole abitudini, i riti sul lavoro con l’amica Fiorella, le frequentazioni esterne: tutto barcolla sotto il peso dell’amore feroce, impossibile, perverso, un puro rapporto vittima-carnefice. Alessandro apparecchia una vita che non ammette obiezioni. Brutalità come unica risposta per celare le proprie debolezze. Su Nora. Fino a quello sguardo fissato al cielo, «una coltre color petrolio che avvolgeva tutto». Senza stelle, quella sera. Senza blu. Senza bianco.

Bianco. Il colore di un ricordo lontano, un soggiorno di lavoro ad Avignone, un albergo che non si dimentica. «La sensazione perfetta. L’agio. Le nuotate da sola». Un posto dove ritornare. Con la mente, per ora. Poi, fisicamente, un giorno. Forse. Forse, si dice Nora.

Luoghi-rifugio. E persone-rifugio. Come Claudia, l’amica d’infanzia, designer creativa che le ha arredato casa. Con gusto personale. (Casa sfasciata, alla fine, furia devastatrice, ultimo schiaffo ad un’intimità già violata, sfrattata, fatta a pezzi). Come la zia Eloisa, l’unica persona di famiglia (lo era?) che l’avesse mai capita. O semplicemente accolta. La zia Eloisa, «che non sa vivere, è proprio inadatta alla vita, incivile come una selvaggia», diceva la madre. Anzi, Clara.

Sì, per prendere distanza, Nora chiama spesso la madre con il suo nome di battesimo, Clara. La moglie del padre. Perché «la famiglia è un’associazione a delinquere». Già, la famiglia.

Un romanzo importante, che si affaccia in un momento in cui la famiglia è al centro del dibattito politico. In parlamento e nella società risuonano parole troppo spesso vuote. Abissi dimenticati, in nome di un’ideologia costruita su immagini stucchevoli e concetti fittizi. Perché la famiglia può essere un luogo di costrizione, una galera. A volte si può solo fuggire. E pur questo non basta, se i fantasmi seguono il fuggitivo. Non è forse stato così per secoli e secoli? Soprattutto per la donna?

«Nessuna possibilità, tutto già previsto: piccole galanterie, risolini, un’ebbrezza breve, poi repentinamente la faccia severa, riservata, che diventava subito un’abitudine, i primi figli, stare ancora un po’ lì dopo le faccende di cucina, non essere ascoltata mai sin dall’inizio, fingere lei stessa di non udire, parlare da sola, reggersi poi a fatica, le vene varicose, niente più che un mormorio nel sonno, cancro all’utero, e con la morte alla fine la predizione si avvera. Le varie fasi di un gioco che facevano le bambine di quei posti, si chiamavano: Stanca-Debole-Malata-Moribonda-Morta». Sono parole di Peter Handke, in Infelicità senza desideri (Garzanti, 1992), dedicate alla madre. Il meccanismo assassino di ogni fonte d’amore è sempre lo stesso: si chiama colpa.

La colpa è una ruota che schiaccia. La banalità del male domestico è la condanna di Nora.

Mazzucato mette in scena un pranzo finale di suggestione quasi cinematografica, degno di un film di Vinterberg. Sguardi senza volto, cecità di pensieri, labirinti che rubano il fiato, il cappio dell’ipocrisia che penzola dall’albero di un’infanzia rubata. Il bosco come nelle favole, infine.

L’amore cattivo è un romanzo che taglia come una lama, che non lascia indifferenti. E che si chiude con un epilogo civile. Un messaggio lanciato alle donne, perché sappiano riconoscere il pericolo, l’ossessione, la violenza latente. Un monito agli uomini, ai propri istinti, alle relazioni che mettono in gioco. Un inno al rispetto. Perché l’amore può essere una malattia mortale. Perchè il cuore non perdona, se non lo sappiamo regolare. Se perde un battito, può essere fatale.

Per l’altro, per se stessi.

Alessandro Vergari

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...