La scrittura di Sebald fra musica e memoria

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Riflessioni attorno a Moments musicaux (Adelphi, 2013)

 

«La mia sensazione quella sera non fu solo come se, per la prima volta dopo tanto tempo, di nuovo mi si allargasse il petto, ma anche come se dall’interno il mio cranio si elevasse sino al firmamento, come se lassù, entro quello sciame luminoso, esso si sciogliesse insieme con il mio corpo inutile, che andava facendosi via via più trasparente».

Winfried Georg Sebald (1944 – 2001) è stato uno scrittore, poeta e critico letterario tedesco del Novecento, uno dei più grandi, da annoverare tra i pochi in grado di esplorare le trame e gli intrecci del vissuto tragico del proprio paese senza indulgere mai in atteggiamenti ideologici o posizioni preconcette. Uomo di vastissime conoscenze e letture, egli fu, essenzialmente, un attento segugio della memoria, un accanito cultore della storia e della letteratura mitteleuropea, un raccoglitore empirico delle tracce del passato che si radicano nel presente, un cacciatore di significati in grado di aprire, legando indizio a indizio, prospettive inedite sull’esperienza personale e collettiva.

Autore di opere fondamentali come Austerlitz, Gli anelli di Saturno, Storia naturale della distruzione, Gli emigrati, Sebald aveva lo straordinario dono di evidenziare ogni passaggio della propria scrittura con il tratto di un pensiero metabolizzato, come se ogni paragrafo, frase, parola, singola espressione fosse stata precedentemente elaborata e messa in connessione con un senso del mondo più vasto e, solo allora, inquadrata in una rete di risonanze emotive e cognitive, sufficientemente matura per essere concepita.

Nel 2013 Adelphi pubblicò un libricino intitolato Moments musicaux, che contiene una raccolta di scritti brevi, composti in occasioni molto differenti (appunti presi durante un viaggio in Corsica, un testo letto durante l’inaugurazione di una casa della letteratura a Stoccarda, il discorso di presentazione all’Accademia Tedesca per la Lingua e la Poesia), accomunati da un leitmotiv: la musica, concepita non tanto come arte, svago o diletto astrattamente inteso, quanto come sentiero della memoria che lega fatti, persone ed eventi apparentemente lontanissimi tra loro, dischiudendo verità accantonate e ricordi che riemergono nelle forme di epifanie gentili.

«Nel dicembre del 1952 ci trasferimmo, con il furgone usato per i traslochi dallo spedizioniere Alpenvogel, nella cittadina di S., a diciannove chilometri di distanza dal villaggio natale di W. Fu da allora che i miei orizzonti musicali cominciarono gradatamente ad ampliarsi. Durante le gite scolastiche che la mia classe faceva con il maestro Bereyter – e in occasione delle quali il maestro si portava appresso il clarinetto dentro un vecchio calzettone, alla stregua del filosofo Wittgenstein – avevo modo di ascoltare l’insegnante esibirsi in meravigliosi brani e passaggi melodici […]. Quando, molti anni dopo, tornando a casa una sera in automobile, accesi la radio e, per uno di quei puri casi che in realtà tali non sono, si sprigionò dall’apparecchio il tema del secondo movimento dal Quintetto per clarinetto e archi di Brahms, così spesso suonato da Bereyter , e io lo riconobbi al di là del tempo trascorso – allora, nell’istante del riconoscimento, fui sfiorato dalla sensazione, così rara nella nostra vita interiore, di una pressoché totale assenza di peso».

Niente è frutto del caso. La scrittura di Sebald è una sfida all’intelaiatura del mondo e la memoria è la facoltà preposta a tale funzione. Ogni avvenimento raccolto dall’attenzione mnemonica e dal richiamo del sentimento è sempre almeno potenzialmente un evento, è segno che pone una differenza tra un prima e un dopo con la sua presenza. E’ frammento splendente posato su una superficie oscura, fiammella che illumina una catena di relazioni.

Emblematica a tal proposito la stessa testimonianza dello scrittore, che fa risalire il suo modo di procedere improntato «al rispetto di un’esatta prospettiva storica, al paziente lavoro di cesello e al collegamento, nello stile della natura morta, di cose in apparenze molto distanti fra loro», ad un dono ricevuto nel 1976 a Stoccarda dal suo amico pittore Jan Peter Tripp, un quadro che ritraeva il presidente della corte di appello Schreber con un ragno sulla scatola cranica, allegoria della malattia mentale, perché «che cosa c’è di più spaventoso dei pensieri che continuano a formicolarti nel cervello?»

L’intera opera di Sebald potrebbe essere considerata una gigantesca e incessante opera di interrogazione della Storia a partire dalla propria biografia e viceversa, il tentativo di collegare empiricamente il massimo delle vicende sociali e politiche al minuto degli incontri quotidiani, una scalata impossibile, e forse per questo ragionevole, al Noumeno che va oltre le nostre capacità di conoscenza, cercando di scoprire regole e direzioni per un mondo che la seconda guerra mondiale aveva devastato e destabilizzato. E’ la consapevolezza dell’esistenza di un senso nonostante il dominio del fuggevole e del provvisorio.

Sebald, scrittore di origine classicamente mitteleuropea, aveva forgiato però la sua prosa nell’ambiente culturale anglosassone, risultandone, preziosa sintesi, autore singolarmente in bilico tra piglio ideale di matrice continentale (la tendenza a trascendere il dato) e meticolosità analitica d’oltremanica. «La singolarità del suo genio è costituita dal fatto che agli occhi di lui ciascuno di tali argomenti rivela una propria dignità e una propria aura filosofica, cui è diretta ogni sua premura descrittiva. […] Partendo dagli aspetti più semplici, gli si rivelano quelli più inattesi; e in tal modo egli riesce a cogliere la vita segreta di ciò che indaga». Sono parole di Gershom Scholem dedicate al suo grande amico Walter Benjamin (Walter Benjamin e il suo angelo, Adelphi, 2007), che ben si potrebbero attagliare a Sebald, a patto di depurarle da ogni tensione metafisica, ancorandole piuttosto ad un quadro storico ed esperienziale in continua definizione.

Tornando alla musica, Sebald riflette sulle sue reminiscenze infantili, ritorna specialmente sui suoi studi di cetra, ricordo crudele, sia perché avrebbe voluto studiare clarinetto, «ma da noi, in casa, clarinetti non ce n’erano», sia per il fatto che una sola volta «tirai spontaneamente fuori dalla sua custodia lo strumento divenutomi col tempo sempre più odioso», ovvero quando il nonno era in punto di morte «e io suonai per lui, la cui mente era già obnubilata, le poche cose che non detestavo con tutta l’anima, e da ultimo, me ne rammento ancora, un Länder lento in do maggiore che, già mentre lo eseguivo – così lo avverto oggi nel ricordo –, mi pareva assai dilatato come al rallentatore, quasi non dovesse mai finire». Sebald riconosce, anni dopo, in quella durata interiore, ciò che Freud avrebbe concettualizzato come il tipico atteggiamento di difesa dalla paranoia, caratteristico della musica, barriera per non sprofondare nell’orrore di certe esperienze dolorose. Le più alte vette del pensiero umano vengono risolte dall’autore nella prospettiva di un vissuto personale che le aveva istintivamente anticipate.

Il parallelo tra musica e memoria rimanda, da una parte alle speculazioni bergsoniane sulla continuità e sulla discrezione (ciò che rende un brano dotato di significato sono le sue articolazioni interne, ma per coglierle è necessario “uscire” dal flusso musicale nella sua immediatezza per assumere un atteggiamento riflessivo), e dall’altra al tema dell’identità in fenomenologia. Come scriveva il filosofo della musica e sociologo Alfred Schutz, un’occorrenza musicale, se ripetuta, «non viene esperita come esattamente la stessa; anzi, non è nemmeno esperita come un’esperienza uguale. La nostra mente è cambiata, in modo infinitesimale, ma è cambiata, per il fatto di aver già pre-esperito una volta la nota re nello stesso contesto» (Frammenti di fenomenologia della musica, Guerini e associati, 1996).

Allo stesso modo Sebald, riascoltando brani jodler risalenti alla propria infanzia bavarese, «musica che nei miei ricordi ha assunto tratti raccapriccianti», in età matura, alla radio «dopo una notte difficile», strappa ancora una volta il velo all’apparente casualità delle circostanze, collegando l’evento radiofonico al ritrovamento di una cartolina raffigurante gli stessi cantori tirolesi, avvenuta anni più tardi, in Inghilterra, per giungere alla conclusione che «non sarei mai sfuggito alla mia storia prenatale», nemmeno in contesti geograficamente lontani dalla terra materna. E’ la scoperta di un senso che perdura all’interno di un tempo irreversibilmente proiettato in avanti, è l’identità personale che piccoli segnali avvertiti tengono ancorata al flusso degli eventi. Lo svelamento è testimoniato da un’ennesima ricorrenza, attestata dal pathos provato per un’opera di Bellini ascoltata in due momenti e contesti distanti tra loro: prima, da ragazzo, in una locanda alpina sepolta dalla neve, in cui «si riuniva il sabato sera la società corale» e in cui il giovane Sebald entra “casualmente”; poi, trent’anni dopo, in un cinema di Londra in cui si proiettava Fitzcarraldo, film che si conclude magnificamente mettendo in scena la stessa opera. Splendidi e palpitanti di emozione i brevi paragrafi in cui lo scrittore rievoca il film di Werner Herzog, a tal punto da sembrare usciti, per intensità e partecipazione, dallo straordinario diario-resoconto tenuto dallo stesso regista sulla realizzazione del film (La conquista dell’inutile, Mondadori, 2007).

I fatti ci vengono incontro e sono annodati in una logica che solo noi possiamo cogliere.

Un vero scrittore può riconoscere il proprio essere-nel-mondo, la propria cifra esistenziale più profonda anche in un elemento apparentemente banale. Sebald, in Corsica, si imbatte in uno spettacolo circense, concluso da musicanti che suonano, fuori programma e in compagnia di un’oca, un brano che è «un canto di commiato dalla vita nella sua interezza». Ma dove si cela l’enigma della commozione? «Un simile mistero, in quella mia prima sera a Piana, mi sembrò racchiuso – e ancor oggi così mi sembra – nell’immagine dell’oca dal candido piumaggio, che era rimasta ferma e immobile in mezzo ai saltimbanchi intenti a suonare. Piena di dignità, con il collo lievemente proteso e le palpebre abbassate, ascoltava tutta concentrata in quello spazio che somigliava a un planetario, finché non si dissolsero le ultime note, quasi conoscesse il proprio destino e anche quello dei suoi compagni». Istintiva coscienza di una verità dolente, sepolta fra le pieghe del tempo presente.

Sebald è autore poco conosciuto in Italia (egli direbbe, anche a tal proposito, che nulla è casuale). Leggere i suoi libri è un piacevole cimento che ci consente di apprendere un metodo, rigoroso e personale, di ricognizione della realtà, ancor più prezioso se accostato al nostro tempo storico, segnato da una drammatica smemoratezza collettiva. Sotto ciò che accade vi può essere sempre una ricorrenza, una ragione da cogliere che attende solo la nostra testimonianza.

Alessandro Vergari

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