Lui voleva (racconto di Roberto Saporito *)

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“Anche quando la vita non ti dà più niente da sperare, ti dà comunque qualcosa da temere.” (Michel Houellebecq)

Lui voleva camminare, camminare e non fermarsi mai, non fermarsi più, lui voleva camminare per smettere di pensare, aveva un pensiero fisso e lui non voleva più pensarlo e per smettere di pensarlo aveva cominciato a camminare, e mentre camminava riusciva a non pensarlo, e così camminava.

Lui doveva fare questa cosa che però non voleva fare. E’ che era come obbligato a farla, anche se era più un obbligo morale, sociale, che reale, e forse proprio per questa ragione avrebbe sicuramente finito per farla.

Lui doveva fare una cosa, una sola, lui doveva fare l’unica cosa che non avrebbe ne dovuto ne voluto fare.

Lui pensava che come stava vivendo, stava vivendo bene, forse, pensava che il suo fosse l’unico modo ragionevole di vivere, pensava che finché i problemi non te li poni, i problemi è come se non esistano, lui non aveva scelto in maniera razionale di vivere in questo modo la sua vita, ma era così che la viveva: facevano tutti così, ma lui aveva dei dubbi.

Lui pensava che se non pensava, forse, avrebbe cominciato a vivere meglio. Lui pensava, e qui si smentiva immediatamente, che se non pensava, forse, era come smettere di vivere. Lui pensava, e non riusciva proprio a farne a meno, che se non pensava, forse, era come darla vinta non sapeva neanche bene lui a chi, ma  sicuramente a qualcuno che in qualche modo voleva scegliere al suo posto.

Lui pensava che, forse, così non andava proprio bene.

E i dubbi aumentavano.

Lui pensava che l’unico scopo sicuro della vita fosse la fine della vita stessa. Lui pensava che pensieri del genere era meglio perderli che trovarli. Lui pensava che i pensieri non è che te li vai a cercare, sono loro che ti trovano, sempre, inesorabilmente. Lui pensava di nascondersi dai pensieri: sì bravo, ma come? Lui non lo sapeva: chiaramente. E allora si guardava intorno e si sentiva braccato, perseguitato. Ogni giorno di più.

Lui guardava gli altri e vedeva possibilità di esistenze, ma non ne trovava nessuna adatta a se. Lui guardava gli altri ma non vedeva altro che cose che non voleva vedere. Lui guardava gli altri, ma non era sicuro che gli altri vedessero lui, e se sì, che cosa vedevano? Non lo sapeva, e non era neanche tanto sicuro di volerlo sapere. Gli altri, in fondo, lo spaventavano e non li capiva.

Loro non lo capivano, non capivano le sue scelte, non capivano come si potesse vivere come viveva lui. Loro avevano certezze che lui metteva in discussione sempre più spesso. Loro non volevano discussioni, loro non volevano pensare che lui potesse in qualche modo avere ragione, loro avevano maledettamente paura di lui. Capita.

Lui non voleva le cose che volevano loro: tutto qui. Lui pensava di avere ragione, forse, pensava che loro vivevano in maniera arrogante, intimidatoria e al contempo ridicola. Lui pensava di far parte di una tribù ridotta a pochi individui, e quei pochi in via di estinzione, loro sono tanti, e ogni giorno che passa di più… alcuni di quelli come lui diventano come loro, e sono i peggiori… di loro. Anche questo capita, purtroppo. E sempre più spesso.

Loro giudicano ma non sanno niente di quello che dovrebbero sapere per poter  esprimere un qualunque parere con un senso compiuto sul conto di quelli come lui. Loro giudicano perché così sono stati educati, o meglio “diseducati”. Loro giudicano lui perché di giudicare se stessi hanno il terrore.

Da oggi però loro devono avere anche il terrore di lui, di lui che ieri a Porta Palazzo ha comprato una pistola, una pistola semiautomatica, nera e pesante, proveniente dall’est europeo. Lui è stanco di loro, di tutti loro. Lui ha guardato la pistola e ha pensato di farla finita, ma lui ha capito che non è stanco di se stesso, anzi, la pistola gli ha ridato splendore agli occhi, e gli ha dipinto un nuovo, seppure esile, sorriso sulle labbra: No, lui è stanco di loro, di tutti loro.

Lui passeggia per la città con la sua pistola nella tasca della giacca, ogni tanto mette una mano in tasca, tocca il freddo ferro della pistola e come per miracolo un sorriso lieve gli taglia la rigidità del volto. Lui passeggia per le strade della città con una nuova consapevolezza, e una piacevole pesantezza nella tasca. Lui non lo sa ancora se userà la pistola, e contro chi, ma il solo possederla e toccarla gli da un nuovo senso alle giornate, un sommare ore alle ore senza il fastidio del loro lento scorrere. E quando il senso era andato smarrito e lo si ritrova con il semplice acquisto di una pistola, trasforma quel semplice gesto in un piccolo miracolo.

Roberto Saporito

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