Lorenzo Raffaini e la storia di un uomo

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Amo troppo la vita per riuscire a viverla di Lorenzo Raffaini è un romanzo che ha nelle tracce del vissuto tutte le sue ragioni di essere. Quando la letteratura è verità e attraverso l’esperienza è il modo più autentico di testimoniare senza inventare nulla.

Così scrive Andrea De Carlo nella prefazione:

“Questa è la storia di un ragazzo normale, cresciuto in una famiglia normale, che a causa della sua fragilità interiore, della noia e di un mondo sbagliato diventa un drogato e un ladro e finisce col devastare la sua vita e quella di chiunque gli stia intorno. È anche la storia di un drogato e ladro in apparenza irrecuperabile che un giorno scopre la forza dell’amore e incredibilmente, faticosamente, riesce a rimettere insieme i pezzi della persona che avrebbe potuto essere, e a ricostruirsi una vita. Amo troppo la vita per riuscire a viverla è troppo vero per essere un romanzo, troppo ricco di implicazioni per essere una memoria personale. È una testimonianza diretta, bruciante, che in certe parti si può leggere come una confessione, in altre come un’avventura. Lorenzo Raffaini non cerca di rappresentare il suo protagonista come una vittima della società o un eroe della trasgressione, non imbroglia, non smussa i contorni. Al contrario, racconta un percorsoverso l’autodistruzione senza omettere alcun dettaglio, per quanto imbarazzante o umiliante”.

Prologo

La svolta

Vedevo i fuochi d’artificio in lontananza. Salivano in alto nel cielo scuro, la gente a Brescia stava festeggiando la fine del millennio. Da piccolo avevo immaginato molte volte la mia vita nel 2000: avrei avuto quasi trentun anni, sarei stato nel pieno delle mie forze, ricco e realizzato. Avrei sviluppato la ditta di papà fino al punto di assumere degli operai per fare il lavoro di manodopera, il mio compito sarebbe stato solo quello di amministrare e gestire il tutto. Guidato dal disegno del destino, mi vedevo felicemente sposato e papà di molti bambini. I bambini mi piacevano, fin da ragazzino ho avuto con loro un rapporto particolare, andavamo d’accordo, ci capivamo. Avevo sempre creduto di essere nato per fare il papà, che quello fosse il mio compito, il mio senso di essere al mondo. Ora ero arrivato, avevo quasi trentun anni: ero lì, nel bel mezzo della fine del millennio. Ma i sogni non erano più quelli che avevo da bambino. Anche le emozioni erano diverse, tutto era più amaro, la dolcezza era svanita, come l’aroma di un profumo tenuto male. Guardavo i fuochi d’artificio, e attraverso le lacrime che mi velavano gli occhi i loro bellissimi colori risultavano allo stesso tempo offuscati e splendenti, come il riflesso di un diamante illuminato nella nebbia. Dove erano finiti i miei sogni? C’erano le sbarre del carcere di Verziano a ricordarmi che la realtà era un’altra, durissima. Quelle sbarre formavano piccoli quadrati d’aria da cui passavano solamente il mio sguardo e le mie braccia. Tutto il resto veniva fermato, a volte anche il pensiero. Non avevo nulla di quello che sognavo, avevo distrutto tutto quello che possedevo, compresi i sogni. Intorno a me dolore e macerie, avevo un figlio che non vedevo, ero pieno di debiti, avevo distrutto anche la vita di chi mi voleva bene. E mi trovavo in carcere. Fu in quella sera che mi resi conto di avere sbagliato ogni cosa. Non bastava più credere che alla fine tutto sarebbe andato a posto perché i miei sentimenti erano veri e sinceri. Le mie lacrime erano molto più che diamanti per lamia vita. Fu in quella sera che compresi.

(Lorenzo Raffaini, Amo troppo  la vita per riuscire a viverla, Bompiani, 2015)

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