Un romanzo d’amore tellurico nel Salento

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“Di Claudia fu quello che m’innamorò: le sue radici con lo smalto nuovo nella storia delle genti a Meridione, il suo rispetto per ciò che non potrai mai comprendere delle genti a Meridione e che solo negli incastri delle piccole gestualità emerge. Era come un anacronismo perenne, per il semplice fatto che il tempo, i tempi, li conteneva e li presentava tutti, nel cauto rispetto che le era proprio”.

Giuseppe Cristaldi è un giovane scrittore salentino, già autore, tra le altre opere, di Nefrhotel. Mi hanno venduto un rene (Promo Music, 2011) e di Macelleria Equitalia (Lupo Editore, 2013), romanzi e racconti caratterizzati da una schietta e autentica volontà di impegno civile. Cristaldi è scrittore del nostro tempo incerto e lacerato, in esso vi è calato e da esso tenta di cavarvi un senso e una prospettiva. Tema del suo ultimo romanzo, Nel nome di ieri (Besa editrice), è la sopravvivenza al dolore.

Cristaldi ha scritto un romanzo d’amore, perché di esso principalmente si tratta, della sua genesi e della sua perdita, della morte come cesura di tutto, tra un prima che diventa orizzonte quasi mitico di un rapporto e un dopo che è lotta tenace contro l’oblio, lavoro di infinita scoperta e puntellatura che si distende fra sé e la dipartita. Il capitolo 0 (zero) del romanzo è momento di fondazione, svelamento dell’architrave dell’intera narrazione e delle intenzioni dell’autore, che si fondono con i gesti del protagonista, Sciffì, perché “dimenticare è un po’ come condurre i ricordi al macello”.

Capitolo zero, fondazione e mito. Narrazione ondulata, che si trascina verso un punto di non ritorno: mai lo descrive apertamente, mai indugia su di esso, lo offusca con pudore, quasi fosse il fuoco nascosto eppure presente (presente!) di un’ellisse attorno a cui ruota tutto il resto, il ritorno di Sciffì verso i tempi e i luoghi di Claudia mai conosciuti, il vasto continente dell’infanzia e della giovinezza che è l’altro fuoco, anch’esso avvolto da nebbia e oscurità, epicentro da cui scaturisce forza femminile endogena. “Una donna vive per srotolare quanto è stato già detto, già pattuito da un tribunale di vagiti”. Sciffì srotola l’arco esistenziale di Claudia, ricerca snodi e relazioni, e vi appunta le ragioni di uno stare ancora al mondo. La tensione fra i due poli del tempo passato e del tempo interrotto genera una vibrazione che avvolge l’intero romanzo, ne fa scaturire energia, senso e disciplina.

Il romanzo è la storia di Claudia e Sciffì, coppia innamorata e prematuramente divisa da un maledetto tratto di strada sulla Matino-Taviano, nel cuore del Salento, curva della morte già teatro di incidenti e lutti, dove Claudia perde la vita nei pressi di uno spugnificio: schiaffo ironico e violento, accostare la presenza di uno Spugnificio Salentino alla dura legge del destino, perchè quella sera Sciffì non vide “spugne che attutissero il colpo”, ma solo un guardrail sfondato, lamiere e anagrammi sull’asfalto.

Due giovani innamorati: Sciffì corteggia Claudia e ne vince le resistenze. Due giovani proletari salentini, due figli di quell’angolo d’Italia ficcato tra due mari che è stato e sempre sarà il Sud del Sud di tutti i Santi. Sciffì e Claudia decidono di rilevare una vecchia pizzeria, chiusa ormai da anni, e di avviare un’attività in proprio. Fittasì, la chiamano, perché quello è il nome che già incontrano sulla propria strada, sul cartello appeso fuori dal locale. Perché cambiarlo?

Vi è molta terra in questo romanzo, terra rossa, terra amara di contadini. Molto sudore, corpi, avambracci, piedi, tatuaggi, voci, abbracci, canzoni, strette di mano e scappellotti. Un romanzo in cui la dimensione tattile e la  vicinanza olfattiva scavano la narrazione ancor più degli sguardi: la prossimità dei corpi disegna continuamente gli spazi entro cui si muovono i protagonisti.

E’ un romanzo d’amore tellurico, abbarbicato al grund salentino, dove un guardrail segna la differenza tra la vita e la morte, dove “una lingua d’asfalto in cui tutti i granuli litigano tra loro comu li pacci” trasforma una calda serata d’agosto in tragedia, dove un appezzamento con dieci alberi d’ulivo è la chiave di volta per ingranare la marcia di un sogno spezzato troppo presto.

“L’ho già detto: sono sempre stato contadino, a pensarci bene. Io non sopporto le genti che per celebrare la loro unicità dicono di non somigliare a nessuno. Sono stato sempre contadino, ‘nu furese”. Così parla Sciffì a fine romanzo, quando la morte ha già attraversato l’aria e non resta che afferrare una fiaccola di rivolta e cambiamento, sotto forma di lotta per cambiare il tracciato della strada assassina, chiedendo ai contadini di sfrondare le proprie campagne ai margini della strada, cedendo agli espropri .“E’ la madre vostra che ve lo chiede, non io”. Solo una fratellanza ancestrale, di antica e imperscrutabile matrice, consente a Sciffì di fiaccare l’attrito delle menti contadine. “Noi la terra nostra non la diamo così. Tu con le parole sei bravo, ma lu sangu è sangu”. Solo un’intuizione, un witz che smuove argini e spessori antropologici riesce nell’impresa. “Lu sangu è puru quello della Claudia mia: se seguite questo filare, lo vedete questo filare?, se lo seguite fino al confine della strada, il sangue della ragazza mia lo vedete ancora”.

Saranno le donne dei contadini a far cambiare idea ai mariti. La donna ha cura, la donna è cura.

Nelle parole di Cristaldi si riscontra il desiderio, segno distintivo dell’alta letteratura, di raccontare una storia identica a sé eppure universale: romanzo di terra rovesciata e di tempi capovolti, romantico nel senso più letterario e storico del termine, situato in un luogo la cui riconoscibilità non attinge in alcun modo allo stereotipo del Salento da cartolina, troppo spesso abusato da tanta letteratura e cinema oggi in voga; allo stesso tempo, scrittura che non richiude se stessa nel falso idillio della “piccola patria”, ma che ibrida i registri semantici, fonetici e lessicali fino a intagliare una vera e propria traccia linguistica dotata di originalità e autonomia. Il dialetto tavianese e l’italiano, più che accostarsi, si scoprono a vicenda, nel tentativo di graffiare il fondo nascosto delle cose, spingendo sul pedale dell’autenticità espressiva, mai indulgendo in localismi dialettici forzati o in preziosismi inutili. Ne emerge un Meridione assolato, estorto a radici antiche, quasi picaresco, un Sud che rimanda a Bodini, in cui vecchie Opel Kadett e trattori sfiancati prendono il posto di asini e muli, sotto il medesimo cielo di bestia rosso sangue, sotto la calura, sotto lu faugnu.

“Il dialetto del Sud traduce tutta la lingua italiana, ha le sue esclamazioni, le sue distorsioni, l’italiano non ha scampo, si traduce tutto. Anzi, è l’italiano a dover attingere. C’è solo un aspetto in cui il dialetto meridionale non riesce, non so perché non vuole o perché non può: nel dialetto nostro non esiste la coniugazione del futuro. Puoi scervellarti a ritroso, fino alle origini della nostra popolazione, non troverai uno che in dialetto sia riuscito o abbia voluto dire Andrò, Farò, Dovrò…”

In questo Sud narrato da Cristaldi, estremo, braccato dall’Africa e dall’Oriente, qualunque proiezione in avanti non è mai una serie di eventi programmati o programmabili, ma è piuttosto una promessa che si strappa al tempo presente. E’ fatica quotidiana che diventa mattonella su cui poggiare il piede. E’ la goccia di resina in procinto di cadere, come accade al gazebo della pizzeria Fittasì: in essa si rifrange il tempo. Sapere che piomberà a terra è momento di conoscenza di un evento ripetibile e rituale, fatto che accadrà perchè è già accaduto: iterazione, circolarità, ellissi copernicana. E’ il ritorno, eterno e quindi inattuale, sulla data 13.8.2010, “la data maledetta. Se l’avessi saputo a tiempu, glielo avrei chiesto. Mi sarei seduto sulla poltrona di velluto verde istoriato, le avrei acceso una sigaretta, l’avrei raccolta sulle mie ginocchia e le avrei domandato quale cometa la legasse al numero 13, quale effemeride prevedesse il suo legame col 13. Se l’avessi saputo, le avrei domandato cosa significasse per lei quell’8, quel circuito senza uscite giacente in una cifra: l’Infinito, mi avrebbe detto, sognando se stessa”.

Sciffì tenta di zittirsi sempre, di tacitare una coscienza ormai infelice, ma non ci riesce. I ricordi sono zinzuli che pendono dal soffitto della memoria.

E’ una lingua, quella che Cristaldi adotta in questo romanzo, che nel farsi, nell’esporsi nei suoi mille intrecci e intarsi, svela il cuore di Sciffì, ombra contro luce, piega barocca che mette in rilievo il suo travaglio interiore di monade salentina, riflesso del mondo: lingua che è conoscenza di sé, che scava nel dolore per ricavarne un distillato di verità, un guado verso l’esistere. Linguaggio dell’anima che infine trova una via d’uscita, una catarsi. Così l’amore per la donna della propria vita, nel perdersi, si trasfigura nell’impegno per una causa, e il dolore della memoria tracima e si svuota nella sfera della buona causa civile, nel dominio pubblico della comunità, per restare. Il fatalismo del Sud è superato, l’impermanenza, la precarietà di questo mondo incontra la fibra della volontà umana, sublimata nell’utilità di un lavoro pubblico, un tratto di strada destinato, se non a durare per sempre, quantomeno a servire e ad evitare l’evitabile, sotto la protezione di Claudia, eternata in un’immagine quasi votiva incastonata in una scultura ai lati della carreggiata.

E’ “l’anello del sempre”, che sfugge al macello dei ricordi.

Alessandro Vergari

 

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