La voce della madre

picasso

 

 

 

Limone! gridava Loris alla finestra perdendo il giorno dalla tasca anteriore dei pantaloni e lasciando che cadesse in una pozza sul pavimento a scacchi. Limone!, gridò ancora a un conoscente che passava da quelle parti il quale alzò gli occhi al cielo vedendo quel bel disoccupato e si portò la visiera del cappello più in giù verso il naso in segno di saluto. Loris aveva raggiunto i trentatré anni d’età senza aver predicato neanche una volta in vita sua. Forse, un tempo, al bar, tra un prosecco e l’altro a chiacchierare della vita da scapolo, ma da anni aveva smesso persino quello spirito sociale dell’incontro tra apolidi. La madre era adagiata su una poltrona comoda nella sua grassezza amorale, con gli occhi spalancati e una veste da camera tutta ricamata a fiorellini. Guarda, guarda, Saltafosso ha cambiato auto, hai capito? E che corna sulla testa!, La moglie, Loris, una di quelle, rispose la donna, Lo so, lo so, mamma, le rumene, Ma era russa, Limone!, gridò ancora una volta l’uomo finito dalla casaccia scarna e si spostò dal teatrino per riapparirci subito dopo e continuare d’improvviso a spezzare il sipario, la linea dentro-fuori che gli divideva la vita dalla mondanità. Casa sua gli era davvero madre, la madre un metautero che continuava a legarlo a sé zampillando funi ombelicali. Nutrimi, sì. Sputò in testa a un passante che lanciò due o tre scariche di bestemmie ad alta voce appena prima di ricordarsi d’essere diacono mentre Loris rideva d’un riso isterico e convulso e si voltava verso l’anziana per spiarne un sorriso benevolo: niente, austera e incattivita se ne stava lì, con il maglione grigio sulle spalle e le calze spaiate alle gambe tozze e coperte di vene. Hai mangiato? Non ancora, mamma, che mi prepari? Apri il frigo, Ma tu cucinare così bene, signora, si esaltò l’uomo nella sua simpatia ostentata, Io povero negretto affamato, tu sfamare me, e la abbracciò. La donna non rispose, si limitò ad accettare le braccia del figlio intorno al seno che l’aveva nutrito da piccolo. Avesse potuto avrebbe continuato a sfamarlo con quello! Sei riuscito a trovare lavoro?, il giovane si staccò da lei con gesto collerico. Come poteva sfregiare in quel modo uno dei rari momenti di intimità? No, mi hanno licenziato, quasi sussurrò tornando alla finestra e osservando il mondo sotto di lui, Ti sei licenziato!, fece eco l’altra, Per cosa sarei dovuto restare lì? Per dividerti ancora col mondo?, e girava per la camera con passi lunghi e paradossali, cercando uno spiraglio che fosse reale, una crepa nel muro per fuggire quella conversazione. Perché non sono nato topo? Un topino che si nasconde negli anfratti delle pareti e mette fuori il muso per controllare se il sole diluvi o il diluvio soleggi e uscire alla vita solo nella sicurezza d’un pezzo di formaggio. E se non fosse che una trappola? Perirei assaggiando la crosta. Mi sono riscritto agli Ottimisti, disse quasi d’improvviso, Sto prendendo il fiordone. La madre non rispose. Hai capito? Sto prendendo il fiordone. Ancora ostinato silenzio. Guardami le braccia, neanche un buco per soffiarci dentro e gonfiarmi come un palloncino, Così poi voleresti via di qui e mi lasceresti in pace, E tu la sopporteresti una vita senza me? Io sono per te l’anima tua, intonò cantando i versi di una canzone inesistente chiudendo il sipario dietro di sé. L’intimità è impresentabile, e loro erano uniti guardandosi negli stessi occhi, la donna sulla poltrona, maglione veste calze, il figlio in piedi con la nuca specchiata nel vetro sudicio, buchi-nelle-braccia perdigiorno sigarette. Che ha detto Jenny?, e le pareti caddero, di nuovo in scena applauditi come nascosti nel doppiofondo di un cranio e si inchinavano trasudando materia grigia. Che ha detto Jenny?, e il topo fu catturato, paralizzato ancor prima di raggiungere la cena. Terrà, le gambe già non si muovevano, con sè, la paura della morte, il bambino, l’angoscia per la fine imminente e lo stomaco vuoto. Loris era ormai alle spalle della madre e appoggiò la schiena alla poltrona. Loris, dove sei? Non rispose, estraeva dalla tasca una siringa biblica recitando qualche salmo a bassa voce quasi inciampando sul nome di Dio e sul suo essere invano, Loris? Topino mio?, ma già il figlio bucava un punto vergine del braccio sinistro spingendo con il destro lo stantuffo dell’espediente narrativo. Agli Ottimisti se corrompi un volontario puoi anche risparmiare; i volontari degli Ottimisti nascono come discepoli, imparano a ubbidire in fasce. Topino?, continuava la signora tenendo in gola una nota sempre più allarmata, Sto poco bene! Vuoi che muoia di crepacuore?, Loris girava di tanto in tanto la sola testa per spiare la nuca grigia della madre che avrebbe potuto accorgersi di lui spingendo appena il collo verso uno dei due lati, ma niente, era troppo grassa e si limitava alla vibrazione delle corde vocali. Doveva, però, avvertire qualcosa, una lieve sensazione della presenza del figlio poiché ne gridava il nome solo quando quello avvicinava i capelli ai suoi. L’uomo analizzava il laccio emostatico e con velocità e forza lo avvolse dapprima intorno al polso scarno del braccio destro per poi lasciarlo cadere stretto sul collo cascante della donna. Soffocava, sì, l’apnea era vicina e il respiro si faceva meno fermo, involontario – vivere malgrado sé stessi-, spezzato, Basta!, riuscì a rantolare e Loris si fermò prima che la madre cominciasse a ridere di quella pienezza che non sentiva da tanto. Stai meglio?, le chiese, Come al solito, rispose l’altra spegnendo l’ilarità dalle labbra. Fuori li distrasse per un attimo certo rumoreggiare di sirene: ambulanze, case di cura o lupanari della legge? Mamma, sono arrivati. Vogliono che stia lontano da te, vogliono strapparmi al tuo amore, Loris, hai visto il mio denaro? L’hai preso tu?, Mamma! Ma come puoi pensare a una cosa del genere?, s’indignò il figlio contando carta moneta dal punto oscuro alle spalle della poltrona. Le sirene gridavano sempre più forte il loro canto elettronico, l’uomo provò a serrare la finestra ma non gli riuscì, le braccia erano troppo deboli, il vento troppo forte e la maniglia gli sgusciava fuori dalle mani come quel giorno a dodici anni in cui scoprì la masturbazione. Era la loro una vita privata negli occhi del pubblico vicinato che attendeva eccitato la risoluzione del terzo atto. Atto primo, presentazione dei personaggi e loro caratteristiche; atto secondo, episodi paradossali che neghino l’identità dei soggetti; atto terzo, conclusione moraleggiante dentro il rovesciamento del quotidiano. Letteratura vuota, bastante per sé stessa. Un ultimo abbraccio e vennero a prenderlo, che importa fossero medici, psichiatri o tutori della legge? Erano forse le tre categorie insieme col viso d’una sola e nel vederlo disperarsi gli piantarono in gola una straccio da cucina. Così si spense anche la voce della madre, com’era arrivata, insieme col figlio. Trovarono infatti, controllando per bene, che la donna era vuota già da tre settimane.

Antonio Iannone

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