Le Erinni sono qui, con me

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Come in un girotondo. Fermiamoci solo quando ci girerà la testa e lo stomaco ci farà male. Intano ridiamo, non siamo ancora con il culo sul cemento. Casca il mondo ma noi non ce ne accorgiamo, siamo salvi e ingannati. Le Erinni anche giocano con noi, sono in questa orgia di piedi che scavano la terra. Iniettano in noi il veleno dell’apatia, dell’abbandono di ogni responsabilità, della resilienza a ogni costo. Ci anestetizzano. Non sentiamo più i morsi di Crono, del tempo che ci divora mentre restiamo nel nostro delirio: l’eterno presente.

Convinti immortali che piangono sulla tomba di Crono.

Folle XXI secolo. Esistenza che si plasma di incubo in incubo.

Nessun risveglio, solo sonnambulismo.

Così ammiro i monumenti antichi. Pietre squadrate e incastrate che hanno resistito ai secoli, ai terremoti, alle guerre, alle eruzioni. Marmo e travertino che ancora brillano nelle nostre pupille. Nulla di paragonabile ai nostri palazzi in cemento depotenziato, alle nostre autostrade in catrame friabile, ai nostri ponti in acciaio. Tutti pronti per essere demoliti. Questo perché ormai sappiamo declinare solo al presente, in noi non c’è più traccia di eternità. La odiamo. Anzi, ne abbiamo orrore. E così di quei resti antichi ci colpisce il senso di grandezza, di una testimonianza creata per superare la morte fisica, di una civiltà che ha proiettato se stessa nel tempo.

E noi? Costruiamo per il presente, per il domani sfuggente, per un profitto che non lascia testimonianza. Tutto si consuma, si ricicla. Il XXI secolo è l’epoca dell’immanenza. Si crea e si distrugge nell’arco della vita di ogni essere umano. Non c’è più traccia di eternità. Nessuno ci pensa. Il senso del tempo è andato perduto. Le Erinni vendicano il nostro tentato omicidio di Crono. Crediamo in un tempo che mai si dipana, in un domani che si chiama oggi.

Ho paura.

Heidegger ci parlò dell’azione. Che esserci è frutto dell’azione nel tempo e l’azione è la cura. Ma in un primo momento fu giudicata roba da nazisti, oggi rivalutata ma pur sempre abbandonata.

Ho bisogno di calmarmi. Mi tremano le mani. Mi sento come il protagonista del racconto di Borges, La scrittura del dio. Io sono quell’uomo in prigione che ogni volta che si sveglia da un brutto sogno trova un granello di sabbia sul pavimento. E anche a me qualcuno sussurra: “Non ti sei destato alla veglia ma a un sogno precedente. Questo sogno è dentro un altro, e così all’infinito, che è il numero dei granelli di sabbia. La strada che dovrai percorrere all’indietro è interminabile e morrai prima di esserti veramente destato”.

E le Erinni ridono alle mie spalle. Crono mi divora ma io sono anestetizzato. I suoi morsi non mi provocano dolore. È l’eterno presente che mi fa sentire immortale.

Riflesso nel riflesso, perseguitato da me stesso.

E questo delirio lo dimenticherete nel momento in cui chiuderete questa pagina internet. Scomparirà nell’oggi che mai tramonta e mai lascia spazio al domani.

Martino Ciano

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