Cronache da un mondo egotista

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In un mondo malato di protagonismo mi sono rinchiuso nella mia stanza, scrigno di 20 metri quadri circa in cui mi seppellisco ogni sera.

Il vento sussurra la sua lingua incomprensibile. Né musica, né parole. Affondo nel rumore del silenzio, quel ronzio che ottura le orecchie e diventa fastidioso. È questo il momento in cui le grandi domande bussano alle porte del nostro cuore. Sono quelle che non avranno mai risposta. Sono quelle che non ci poniamo mai quando la vita scorre, fugge e non s’arresta un’ora. Sono quelle che ci appaiono inutili quando entusiasti crediamo di fottere il tempo e non ci sentiamo mai con un piede nella fossa. Perché pensare stanca. Affanna come la routine quotidiana che però si accetta sempre, in alcuni casi la invochiamo. Ma non è questa sopravvivenza?

Oggi ho rivisto la copertina di un libro a me caro, Il mito di Sisifo di Albert Camus. L’ho scrutata sulla bacheca del profilo Facebook di una mia amica e in mente mi sono subito tornate quelle pagine. È stato un libro che mi ha sconvolto. Le prime quattro righe spazzano via secoli di filosofia.

Mai ci si è interrogati sul suicidio, mai ci si è chiesti se la vita è degna di essere vissuta. Questo in sintesi scrisse Camus. Ecco la scoperta del non senso, dell’assurdo, della vita che ognuno insegue e che invece sta a distanza di sicurezza da noi, gridando a ognuno: Stai sopravvivendo. E forse anche leggere fa male, così come sapere e stramazzare a terra per le pugnalate della curiosità. E anche scrivere è una perdita di tempo perché non ci sarà tempo per correggere tutti i refusi, le sbavature del nostro pensiero. E allora torniamo all’uomo primitivo. Magari ignorando le cose torneremo a cacciare nei boschi con le pietre e per scoprire il fuoco attenderemo che un fulmine colpisca di nuovo un albero. E finalmente, come fece dire Luigi Pirandello al protagonista dei Quaderni di Serafino Gubbio operatore, potremo fare punto e a capo, perché nessuna nostra invenzione ha saputo spiegarci il senso della vita.

Per questo esiste la fede? Beati coloro che l’hanno ricevuta, allora. Io non sono tra questi.

E siccome Dio è morto e l’uomo è sempre più convinto di essere libero e immortale, mi sono chiuso nella mia stanza, cercando gli aspetti positivi di un mondo in cui la critica precede la conoscenza e la sventura imperversa su ogni terra, visto il numero di eroi che si aggirano. Ahimè, non ho trovato nulla di buono. Solo storture.

Ma in questo momento l’occhio mi è caduto su un libricino. Il giorno della civetta di Leonardo Sciascia e mi viene in mente di quella volta che scrisse un articolo interessante sui professionisti dell’antimafia. Di sicuro sbagliò bersaglio, se la prese con Falcone e Borsellino e secondo me fu anche ingiusto, ma in quel momento lo scrittore siciliano ci lasciò in eredità uno stupendo epiteto per apostrofare tutti coloro che sono così anti da combattere anche contro se stessi.

Fu un profeta Sciascia. Forse quell’espressione è passata dalla sua mente proprio in una sera come questa. Era forse nella sua stanza mentre il rumore del silenzio lo infastidiva. E in quel momento ha previsto che il mondo sarebbe finito così, con fasulli combattenti di mafie d’ogni genere che si sentono eroi e predestinati. E ogni loro apparizione in pubblico è come una parata/funerale di Stato (non pensate che siano la stessa cosa?). E ogni loro post su Facebook, buco nero che ci risucchia in mondi seriali e stereotipati, cerca di legare il cielo e la terra.

E io stasera non lascerò nessun epiteto immortale al mondo, nessuna profezia. Solo una cronaca da questa terra ubriaca di egotismo. Sono solo colpevole di cercare un senso a questi giorni da una stanza che si affaccia su un angolo di vita dove non passa né anima, né individuo.

Sarà che siamo tutti Sisifo?

Condannati per l’eternità a trasportare le nostre idee in cima a un monte e a rotolare poco dopo giù con esse. Schiacciati da questo bisogno di diventare eroi di imprese che il fato ha assegnato a se stesso.

Martino Ciano

 

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