La nuova lingua di Moby Dick

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E’ strano, ma, a volte, ho la sensazione che il miglior libro pubblicato nel 2015 in Italia, che abbia letto, sia una nuova traduzione di un capolavoro noto a tutti. Non credo sia una scelta troppo corretta, ma è un sentimento che emerge, ogni volta che riprendo in mano il testo. Ottavio Fatica, in anni di lavoro, ha tradotto per Einaudi, “Moby-Dick o la balena” di Herman Melville. Per un libro destinato a diventare un pilastro della narrativa americana è da ricordare il fatto che vendette tremila copie all’incirca, durante la vita dell’autore. “The Whale” fu pubblicato in Gran Bretagna il 18 ottobre del 1851 in tre volumi, e circa un mese dopo negli Stati Uniti con il titolo “Moby-Dick” in un singolo volume.

Apprezzata, e probabilmente la più letta, rimane la traduzione di un giovanissimo Cesare Pavese, apparsa per la prima volta nel 1932, e riproposta sotto l’altero vessillo dell’Adelphi, come sigillo di sempiterna garanzia. Traduzione, che per prima mi fece conoscere ai tempi del ginnasio “Moby-Dick“, ho anch’io letto e amato, forse troppo a ben vedere, le pagine, sempre più rose dall’uso, del volume Adelphi.

Molti autori si confrontarono con il Leviatano, e va sicuramente ricordato il buon livello raggiunto dal poeta Alessandro Ceni nel 2007 con la sua traduzione per Feltrinelli, dotata di un’efficiente appendice di note, ridotta solo all’essenziale, per non interferire con la lettura. Una tale appendice avrebbe accresciuto il valore dell’edizione Einaudi, ma – come capita spesso, nei loro volumi – nonostante il prezzo, il lettore non è trattato, come meriterebbe. Tolta questa imperfezione, risplende il capolavoro melvilliano in una lingua che dà piacere al solo pronunciarla, e leggendo si ha la necessità di far rotolare le parole sul palato per assaporare la sapida versione di Ottavio Fatica. “Moby-Dick” rinasce a nuova vita in un’opera di grande perizia poetica. E non vi è, come alcuni vorrebbero far credere, un ricorso ad arcaismi rovesciati sulla pagina come una boccetta d’inchiostro a impiastrare uno scrittoio: tutto è soppesato con cura e il senso del testo giunge limpido al lettore, stimolato a sprofondare nell’universo di Melville e nella storia di apocalisse e baleneria narrata dalla voce narrante, Ishmael.

La narrazione e l’intero romanzo sono soffusi di magia, resa con un fraseggio limpido e poetico: “Ma un mattino di un diafano ceruleo: sul mare una cappa di silenzio quasi preternaturale, senza però, a conforto quella certa accalmia stagnante; e a imporre segretezza, simile a un dito d’oro attraverso le acque, il lungo riverbero brunito del sole; e le onde che rincorrendosi in punta di piedi confabulavano felpatamente: in quella profonda taciturnità della sfera visibile Dagoo dal colombiere di maestra avvistò uno strano spettro“. Qui si passa da una calma innaturale a una sensazione di pericolo imminente, e il traduttore usa con precisione i suoni, insieme ai vocaboli, della lingua italiana; sentite scorrere la molle rotondità di “confabulavano felpatamente” e “profonda” a cui segue, ex abrupto, l’interruzione della calma con la durezza del vocabolo che la anticipa: “taciturnità“, per poi concludere con il ripetersi delle “ti” e delle “erre“, ecco: “uno strano spettro“. In breve è possibile vedere il lavoro della traduzione, che non opera solo sulla scelta dei vocaboli, per ricreare l’atmosfera dell’originale, ma inserisce caratteristiche, usualmente riscontrabili in poesia, come il ricorso a consonanze ed assonanze, e a suoni dolci o aspri, a seconda del momento che il lettore sta vivendo.

Ottavio Fatica, autore de “Le omissioni“, una raccolta poetica del 2009, recupera parole quasi perdute, aggrappate sul margine del limbo tra l’Italiano del Novecento e le sfumature dialettali ancora in uso, un’operazione di salvataggio volta a dimostrare, ancora una volta, la forza del linguaggio o della lingua trasformata in letteratura. E con questa traduzione che rimarrà nella storia del capolavoro di Melville in Italia, afferma il brutale potere della poesia che ci scomoda dalle facili posizioni e convinzioni di anni, per aprirci un mondo nuovo: “Moby-Dick” non è mai stato così vivo e questo vale anche per la lingua che ce lo racconta.

Forse lo stesso giudizio che Melville dà di un’incisione raffigurante una balena, a metà del volume, può essere trasposto, attraverso le medesime parole del poeta e traduttore, a quest’opera, imperfetta e maestosa: “Nella prima incisione un nobile Capodoglio è raffigurato in tutta la maestà della sua possa nell’atto di emergere dalle profondità oceaniche sotto la lancia, sollevando sul dorso alta nell’aria la spaventevole carcassa del fasciame sfondato. Tutto lo svolgimento è reso con magnifica efficacia. La tinozza semivuota della sagola galleggia sul mare incanutito; gli astili di legno dei ramponi riversati in acqua ballonzolano sbiechi; le teste della ciurma ammollo sparse attorno alla balena hanno espressioni contrastanti di terrore mentre, nella nera lontananza, ecco piombar la nave sulla scena. Pecche è dato riscontrare nei particolari di questa balena, ma non è il caso d’indugiarvi: manco morto io saprei disegnarne una così bene”.

Enzo Paolo Baranelli

 

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