Contro l’estetica della pietà. Lettera immaginaria di Hannah Arendt al piccolo Aylan. E a tutti noi.

hannah-arendt

 

Caro Aylan,

mi chiamo Hannah Arendt e, come te, sono morta.

Sono stata una filosofa del Novecento, ebrea e tedesca, tormentata dalla vita e dal pensiero. Non mi importa, qui e ora, tanto riportare a galla me o la mia fama, quanto ricordare te e tutto ciò che hai rappresentato, tuo malgrado, per il mondo degli uomini.

In questa vertiginosa eternità che travolge la concezione del tempo, in questo buio d’anime dove tutti ci ritroviamo fianco a fianco, ammesso che le parole riescano a cavare un senso a questa dimensione, ti sento vicino e familiare. Siamo vissuti, entrambi, in tempi flagellati dall’ingiustizia. Riesco ad avvertire la tua presenza, i tuoi modi di essere, il tuo autentico essere bambino di tre anni e non più soltanto corpo oscenamente disteso, preda della morte e dell’iniqua legge della Storia. Ti vedo con occhi diversi dal mondo, perché nella nostra condizione è più facile nutrirsi di ciò che è vero (quanta ragione aveva, Platone nel Fedro, ad associare Visione e Nutrimento!)

Mio piccolo Aylan, devo confessarti che, davanti alla tua foto, io non ho provato pietà, bensì rabbia e riprovazione. Non posso provare pietà per una morte esibita affinché tutti ne abbiano, perché non vi può essere autentica commozione senza pudore, senza raccoglimento, senza intima condivisione di un dolore. Ciò che mi rattrista maggiormente è la sempre più esplicita mancanza di libertà e di gusto degli abitanti attuali del mondo, una moltitudine tristemente omologata a discapito della pluralità, uomini e donne le cui protesi tecnologiche solleticano e amplificano gli istinti dell’aguzzino da me già conosciuti e descritti in un’altra epoca (ho avuto a che fare con il nazismo e con i nazisti, ho conosciuto anch’io la crudeltà).

Tra gli anni Cinquanta e Sessanta, caro Aylan, scrissi una serie di saggi sull’etica, sulla morale e sulla banalità del male. Uno dei miei filosofi preferiti era Kant. Mi incuriosiva, in particolar modo, il valore politico delle sue riflessioni nella terza Critica, quella del Giudizio. Kant era consapevole del fatto che i giudizi di gusto, per il loro valore pubblico, dovessero essere pubblicamente discussi, questo perché niente infastidiva di più il filosofo tedesco che il soggettivismo spinto, ovvero la massima, fin troppo nota, de gustibus non disputandum. Nessun giudizio può essere convalidato dalla semplice sensibilità individuale o da motivi egoistici, caro Aylan, e questo vale anche per te. Dico “per te”, perché, nonostante tu volessi semplicemente crescere e diventare adulto, la tua morte ti ha trasfigurato e sei diventato un personaggio pubblico di portata universale, un’icona addirittura. Un piccolo migrante di tre anni riverso sulla spiaggia. Indistinguibile dalla fotografia che suggella la tua storia sventurata. Il giudizio su di te è un giudizio che riguarda il mondo.

«Noi speriamo che gli altri condividano il nostro piacere», scriveva Kant. Vale anche per il dispiacere? Piacere e dispiacere possono essere leggi universali di condotta? Possono essere prescritti, quasi fossero medicine, per curare una società malata?

L’esercizio del gusto decide quale debbano essere l’aspetto e l’atmosfera del mondo oggettivo, decide che cosa vedranno e udranno gli uomini che lo abitano. Il gusto giudica l’apparenza del mondo e se ne occupa in modo del tutto disinteressato, è la persuasione esercitata nell’ambito di un libero dialogo fra le persone, perché chi giudica può solo «corteggiare gli altri per averne il consenso», sosteneva sempre Kant: per questo il giudizio è affine alla politica e si distanzia dagli interessi etici dell’io. Il gusto, che non tollera le verità imposte, decide che aspetto avranno gli spazi pubblici, ma anche le affinità che uniscono quanti ci vivono quotidianamente. Alla luce di questo, caro Aylan, la tua foto sulla spiaggia, riprodotta ovunque fosse possibile riprodurla, presepi compresi, risulta essere un manifesto del dolore universale che nessuno di noi ha richiesto, ma che, ormai, è nella memoria di tutti come fatto estetico e politico. Chi l’ha utilizzata ha ricercato il nostro consenso attraverso l’arma assoluta della pietà. La sua diffusione è una chiamata diretta: “Siate pietosi, se volete essere uomini all’altezza di questo mondo e di questa epoca, se volte stare dalla parte giusta della barricata”. Ma la pietà è un sentimento e come tale non si comanda: ridurlo a sentenza è la perversione tipica di ogni moralismo.

Voglio ora ricorrere alle parole di un altro grande autore del Settecento tedesco, Lessing, che scriveva: «fecondo è solo ciò che lascia libero gioco all’immaginazione». Il mondo, che noi non viviamo più, caro Aylan, è saturo di immagini aggressive, oscene, pornografiche. I tuoi tre anni di vita sono stati ridotti a spazzatura, prima dalla violenza della guerra, poi, innumerevoli volte, dall’occhio voyeuristico di chi vive in simbiosi col proprio schermo. «Mostrare all’occhio l’estremo vuol dire tarpare le ali della fantasia costringendola, giacché non riesce a emanciparsi dall’impressione sensibile, ad occuparsi di immagini più deboli, oltre le quali essa teme, quasi fosse il suo limite, la pienezza evidente dell’espressione». Più alziamo l’asticella dell’orrore manifesto, più il nostro sguardo perde capacità critica, spingendoci ai margini dell’impotenza politica. Sostenere il peso di un grido lancinante è umanamente impossibile, perché la nostra immaginazione o lo declassa a gemito o lo spegne considerandolo già un grido morto. Se ci fermassimo un attimo prima, al sospiro che prelude al grido, allora potremmo sentire tutta la sofferenza nel suo valore di umana testimonianza.

Se ci fossimo fermati sulla soglia della tua morte, Aylan, l’immaginazione avrebbe avuto a disposizione l’assenza del tuo corpo esanime, perché solo ciò che non è può essere riportato entro i confini di una presenza. La pienezza conduce all’insensibilità, arma di difesa paradossale. L’immagine esibita annichilisce l’immaginazione: è già la dimostrazione di un teorema, puro schema, verità universale che pretende assenso incondizionato da una comunità globale. E’ presunzione etica, estorsione di consenso, imposizione di gusto. Ti hanno ridotto ad astrazione, a virtualità, Aylan. La fotografia succhiava il tuo corpo, disintegrava la tua esistenza.

Diceva Kant: «Dobbiamo rinunciare a noi stessi per amore degli altri». Dobbiamo svuotarci dalle convinzioni etiche, che sono sempre egoistiche, situate, unilaterali, per fare entrare l’esistenza altrui nella nostra. Se vedessi una casa pericolante, essa mi trasmetterebbe una sensazione di disagio, ma solo ciò che essa non esibisce direttamente (la fame, la miseria più cupa), mi consentirebbe di avere un’idea con cui entrare in sintonia. Solo così potrei immaginare di essere in quella casa, al posto degli altri.

Così, Aylan, cerco di tenere stretto il mio senso comune, che non è di tutti ma solo di chi lo accetta, di non vederti come risultato di una logica, di un processo, di una legge universale inesorabile. Piuttosto, immagino la tua storia, la tua sofferenza, il tuo migrare, come fosse il mio, in un gioco analogico dove lo scarto non potrà mai essere colmato, ma che solo mi potrà restituire l’essere parte di una comunità, di un mondo, oggi come ieri, sofferente. Perché se è vero che «nel gusto l’egoismo è vinto», allora è altrettanto vero che nessuna morale potrà insegnarmi a stare dalla tua parte: è la rappresentazione che mi faccio di te e che propongo liberamente agli altri, è il tentativo di persuadere i più, che rende pubblico e condiviso il giudizio. Più ampio il numero, più significativa sarà la rappresentazione: lo sforzo politico sta in questa tensione. In questo affinamento del gusto, riposa tutta la nostra cultura, il nostro essere parte di un mondo nel tentativo di dare ad esso un orientamento.

Caro Aylan, a volte penso e mi indigno come se fossi ancora viva. Invece siamo morti entrambi. Ho sempre lottato per una società più giusta, o per lo meno più tollerabile, più ragionevole. Chi ti ha utilizzato, chi ha pensato che la tua immagine, stampata su un manifesto o inserita in un presepe, potesse risvegliare le coscienze, non ti ha reso giustizia. Ora che sulla terra dei vivi il buio si fa più denso, nel tempo in cui la pretesa di comandare o insegnare l’Assoluto torna ad essere regola e non eccezione, occorre ripensare ad un vecchio motto di Cicerone: «in quanto attiene alla mia associazione con uomini e cose, mi rifiuto di sottostare alla coercizione di qualunque cosa, fosse pure la verità, fosse pure la bellezza». L’ipocrisia regna sovrana, i falsi profeti abbondano, ma possiamo sempre coltivare noi stessi e cercare insieme agli altri un varco di civiltà contro la barbarie. Occorre immaginare un mondo nuovo.

Tua, Hannah

[Le opere di Hannah Arendt da cui ho tratto le sue considerazioni sul valore politico della Critica del Giudizio kantiana sono: Between Past and Future, Six Exercises in Political Thoughts, 1961 (trad.it. Tra Passato e Futuro, Vallecchi editore, 1970), e le lezioni Questions of Moral Philosophy e Basic Moral Propositions, tenute negli anni 1965-1966 e raccolte nel volume Alcune questioni di filosofia morale, Einaudi, 2006]

Alessandro Vergari

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