Quando Philip Roth mi ha abbandonato

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Quando ho cominciato a leggere Philip Roth, molti anni fa, arrivavo da un lungo periodo in cui mi ero rifiutato di leggerlo, e l’unico vero motivo era il mio immenso, e spesso incomprensibile snobismo: negli anni Ottanta avevo fatto una sorta di scelta, cioè preferire di leggere Don DeLillo a Philip Roth, come se una cosa escludesse necessariamente l’altra, come se le due cose fossero, in qualche modo (e vai a sapere tu quale) incompatibili.

Col senno di poi sicuramente un errore: il mio inesorabile snobismo colpiva ancora (e non ha ancora smesso di farlo).

Ma poi un giorno (un ottimo giorno chiaramente), dopo aver letto tutti ti romanzi di Don DeLillo, mi sono avvicinato a quelli di Philip Roth, e lì mi si è spalancato un mondo fantastico, il mio metodo, cioè quello di leggere tutti i libri di un autore che mi piace veramente tanto (come Don DeLillo appunto o Milan Kundera o Michel Houellebecq), mi ha portato a leggere tutti quelli in commercio di Roth e a cominciare una ricerca spasmodica di quelli ormai fuori catalogo, fuori commercio, esauriti da anni e mai più ripubblicati, consultando avidamente librerie dell’usato, biblioteche pubbliche e quelle private dei miei amici (meno snob di me).

Ho così cominciato a leggere una lunga serie di romanzi geniali, scritti benissimo, ironici, taglienti, colti, dalle storie intriganti e magicamente avvolgenti, una scrittura che dà dipendenza immediata (più dell’eroina), che non ti basta mai, ma che per fortuna era smisurata, immensa.

Avevo davanti a me una moltitudine di libri da leggere, e per un lettore accanito ed esigente come me era un’autentica delizia.

Quando poi li ho finalmente letti tutti (e per onestà intellettuale devo anche ammettere che un paio non sono un granché, e nello specifico mi riferisco a “Cosa nostra bianca” e “Il grande romanzo americano”), potevo però contare sul fatto che Philip Roth continuava a scrivere con una certa regolarità, quasi un libro all’anno.

Quindi ero tranquillo: qualcosa di buono, e spesso di ottimo, lo avrei trovato sempre, almeno una volta all’anno.

Ma poi, un giorno, ha deciso di smettere di scrivere (suo sacrosanto diritto, naturalmente, anzi probabilmente per lui una sorta di liberazione), ed è tutto finito: la consapevolezza che non ci sarà mai più un nuovo romanzo di Philip Roth da leggere, è al limite del devastante, un po’ come quando è morto J.G. Ballard, ma almeno lui aveva un buon motivo per smettere di scrivere: era morto.

Roberto Saporito

 

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