La realtà, l’esperienza e le cose

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«D’un tratto venni ghermito. Rapito. Sollevato. Sospeso. Non ci furono più sentiero e viandanti, né cime, né montagna, niente più visioni, tempo, spazio. Eppure non era il nulla. Anzi, esattamente il contrario: un’intensificazione inaudita della realtà». In un appartamento parigino, sul finire degli anni Sessanta, conclusa nel peggiore dei modi l’esperienza rivoluzionaria, Hervé Clerc, studente sedicenne, sperimenta questo «nulla di nulla», che risulta essere «più reale del resto che comunemente porta il nome di realtà». E’ il Nirvana.

Mi preme innanzitutto sviluppare una premessa, indispensabile, per inquadrare la disciplina mentale e spirituale dell’autore di fronte alla materia del suo lavoro: in questo libro, onesto, bello e intrigante, scritto dal giornalista francese alla sua prima opera letteraria, il lettore non troverà alcuna volontà di “disertare dall’Occidente”. Non vi è idolatria od esaltazione della cultura orientale. Porte chiuse, soprattutto, alla mistica commerciale, al settarismo, alla new age, alla religione on demand. Lo scrittore novello, per sua stessa ammissione, non è nemmeno buddhista. Non aderisce ad alcuna corrente o pratica standard, si definisce «incolto» nel senso di non volersi rinchiudere in culture o canoni prestabiliti, non apprezza le mode e gli atteggiamenti di chi ricerca nel buddhismo una patente di diversità. Clerc ironizza su chi ostenta segni esteriori di riconoscimento: «osservando i miei buddhisti occidentali alla televisione ho misurato quanto il loro approccio fosse differente. Nelle loro parole non riconoscevo l’esperienza che mi aveva indotto a interessarmi al buddhismo. Alcuni avevano il cranio rasato. Mi chiesi: questi occidentali che si travestono da tibetani, salmodiano preghiere tibetane, si prosternano in templi tibetani, sono arrivati alla conclusione che niente nella nostra cultura meriti di essere conservato, neppure i vestiti? Pensano forse che tutto ciò che la civiltà occidentale ha prodotto di grande, da Omero fino a Hergé, debba essere gettato al vento?» Da ciò, un consiglio, a questi occidentali travestiti, che potrebbe riassumere al meglio l’intento dell’autore: «Se avessi un minimo di autorità suggerirei loro: restate al vostro posto. Se non sapete dov’è cercatelo, ma non dall’altra parte del mondo dove non è, cercatelo qui, in questo corpo alto sei piedi dove si radica la sete, nella vostra cultura, nel vostro paese e nei mestieri che vi appartengono».

E’ un approccio, e conseguentemente un libro, puro e radicale, che va alla fonte del fenomeno, senza maschere o infingimenti: un atteggiamento di apertura, un rifiuto degli sbarramenti e delle formalità, un desiderio esplicito di ricercare ed evidenziare, nell’insegnamento del Thatagata (epiteto comunemente associato al Buddha, traducibile con “colui che è andato dall’altra parte”), un metodo che possa irrorare e vivificare la nostra stessa cultura. Il buddhismo, se ben compreso, non vince e non colonizza le culture altrui, semmai le amplifica, riportandole continuamente verso un centro o un fuoco che esse stesse devono ricercare nel vortice ontologico dell’impermanenza: il fine è restare se stessi ma non più se stessi. Messaggio, in un’epoca di rinnovati scontri di civiltà (veri o presunti), quanto mai forte e inattuale: il buddhismo – questo è un punto centrale – si afferma sempre e solo per negazione. Più facile dire cosa non sia. Sottraendo e negando ci si approssima al vero.

Il buddhismo è un’apertura verso domande sospese. Da dove nasce l’intuizione rispetto a ciò che siamo? Esistono momenti di illuminazione, o di apertura, verso una dimensione altra eppure nostra, che ci realizzi pienamente, che sveli il volto che «avevamo prima di essere stati creati»? Esiste da qualche parte uno spunto che possiamo cogliere per fare breccia nel muro della banalità dell’essere e della storia?

Siamo di fronte ad un testo limpido e sincero che, essenzialmente, come recita anche il sottotitolo, è una iniziazione al buddhismo comune, «un oggetto che tende a perdere il proprio nome» e solo perdendolo può aprirsi verso tutte le direzioni. L’autore riesce a sintetizzare gli elementi caratterizzanti il percorso buddhista in pagine dense e forti, mai presuntuose. Non è un trattato. E’ una introduzione agile e colta, che lascia cadere pagina dopo pagina segnavia utili ad indicare percorsi allo stesso tempo possibili e obbligati, all’interno di una religione vasta e complessa.

Grande amico di Emmanuel Carrère, che lo descrive come «l’uomo meno fanatico del mondo, il più libero da pregiudizi», Hervé Clerc proviene dall’esperienza politica del Sessantotto francese; siamo però agli antipodi di un libro o di un manifesto finalizzato a criticare programmaticamente lo “stile di vita europeo”, tantomeno a glorificarlo (non è superfluo rimarcare  la consuetudine di molti ex militanti di fare inversione ad U e di passare dalla comoda posizione degli apocalittici a quella ancor più comoda degli integrati). No. Clerc, che all’epoca era adolescente, apparteneva, per sua stessa ammissione, alla famiglia minore del Maggio’68: «Noi fummo i parenti poveri, certo, ma forse non i più gabbati. Cercate di ricordarvi. Sotto il grande albero di maggio, due famiglie, e non una – non lo si dice abbastanza – fecero picnic. La prima si buttò nella politica, negli affari, nei media. La seconda aveva, incavigliato al corpo, il rifiuto di una vita senza libertà: Michaux invece che Mao, Gautama invece che Guevara. Quella era la mia». In questo senso, l’autore vorrebbe tener vivo, a distanza di anni, quel sapore di libertà incastonato nel verso di Wordsworth ispirato alla Rivoluzione del 1789: gioia sublime perché del tutto sprovvista di senso.

E’ opportuno restare fermi e vigilare su queste parole: gioia sublime. Sono il viatico per afferrare, per quanto possibile, il tratto identitario più inafferrabile della religione buddhista, il Nirvana, esperienza universale non delimitabile da confini di alcun tipo, «liberazione irremovibile della mente», «felicità suprema», «visione che distrugge tutte le sozzure», per citare alcune definizioni classiche. Ma come si può definire l’indefinibile? Perché il Nirvana è soprattutto esperienza e leggere quella vissuta dall’autore in prima persona è forse il modo migliore per averne un assaggio analogico. «Nessuna presa, nessun impegno, niente déi, niente spazi. Mi trovavo d’un tratto sbalzato fuori da tutti i fattori storici e sociali che avevano prodotto l’individuo che credevo di essere […] Era una felicità inaudita, cruda, non costruita». Come nella Repubblica di Platone il filosofo uscito dalla caverna deve tornare nel mondo delle apparenze per portare la conoscenza a coloro che filosofi non sono, così la luce della rivelazione buddhista esprime tutto il proprio potenziale a visione conclusa, una volta tornati alle faccende quotidiane, rischiarandole con il «sentimento della contingenza del mondo e la coscienza acuta dell’ignoranza nella quale ci troviamo immersi fino al collo per una ragione che ignoro».

Se è vero che il Tutto occulta il Nulla, se è innegabile che siamo immersi nell’acqua fonda e nell’oscurità, il buddhismo può essere la lampada, l’antidoto alla rassegnazione, la sorgente alla quale attingere per scardinare ciò che è dato nella vita di tutti i giorni. Perché non affidarsi ad una narrazione alternativa all’esattezza scientista, al nichilismo tecno-capitalistico, alla consuetudine, alla banalità, semplicemente “lasciando essere un ente per quello che esso è, lasciandolo riposare in se stesso” (Heidegger)? Il filosofo tedesco è più volte citato dall’autore, non a sproposito. L’iniziazione buddhista, lungi dal trasformarsi in una deriva esotica, si accosta con naturalezza ad una tradizione di pensiero tutta interna al “destino dell’Occidente”. Questo nulla dal quale sorgiamo, che sempre può essere ri-attinto per ri-ordinare le nostre esistenze e il mondo, è tensione vitale. “Tutte le cose sono state tratte dal niente; è per questo che la loro vera origine è niente”: sono parole prese non dai sutra buddhisti, bensì dal sermone In hoc apparuit di Meister Eckhart. E’ frequente trovare nelle religioni una via d’accesso, negativa e paradossale, a Dio, o alla Verità, o al Nulla. “Quando vede che si sta per dirlo, il Suo nome fugge talmente che non riesci neppure a dire: ecco, il tale mi sfugge!”: sono versi del più famoso poeta mistico della poesia persiana, Rūmī (XII sec.), fondatore della confraternita Sufi dei dervisci danzanti. Erranza, samsara, eterno ritorno dell’uguale, nihil novum sub soli: termini ed espressioni che si muovono attorno ad un unico tema, la nostra finitudine morale e mortale, l’incapacità costitutiva dell’uomo di cogliere una Verità ultima, l’impossibilità di stare seduti per troppo tempo in una stanza quale fonte di ogni infelicità umana (Pascal).

Le suggestioni culturali, disseminate nel libro, sono molteplici. L’autore ci ricorda che prajina, terzo stadio del sentiero (magga) verso la liberazione dal dolore, traducibile con “saggezza”, è un termine composto dal prefisso pra e dalla radice jna, che si ritrova anche nel greco gnosis o nel latino gnoscere: un comune terreno sapienziale che rimanda ad archetipi e strutture di pensiero probabilmente ancestrali.

Tradizioni culturali che si accostano, dicevamo, ma, come l’autore opportunamente sottolinea, non si conciliano mai del tutto (il libro è immune da facili e fuorvianti sincretismi). Almeno due divergenze sono ben messe in evidenza. La prima riguarda lo iato tra il buddhismo e il canone parmenideo, ovvero l’architrave della logica occidentale, ben esemplificato dal concetto di anattā: l’Essere è privo di sé, di sostanza, le cose-come-sono scontano la mancanza di una individualità loro propria, pertanto «un buddhista non giudica necessario dire e pensare che l’Essere è. Non arriva a tanto. […] La dicotomia tra Essere e divenire è abolita». Questo ritegno filosofico e morale per un buddhista è l’unico atteggiamento possibile in un mondo fluttuante, segnato dal carattere dell’impermanenza. La seconda riguarda le differenze tra cristianesimo e buddhismo, innanzitutto sotto l’aspetto della propagazione ufficiale delle rispettive dottrine, la prima centrata sulla vita del Cristo e su un numero limitato di testi ortodossi riconosciuti, ovvero i Vangeli, la seconda su un numero quasi incalcolabile di sutra che riprendono le gesta del Buddha storico e dei suoi bodhisattva, esseri illuminati dediti alla salvezza del mondo. Hervé Clerc afferma che il buddhismo si è propagato nonostante questa selva di testi e di testimonianze, quasi che ci si dovesse fare strada tra di essi  per cogliere la verità essenziale della fede.

Infine, vi è un’altra divergenza, ancor più fondamentale, che per Hervé Clerc potrebbe riassumere icasticamente il senso di un’intera religione (ammesso che il buddhismo lo sia, l’autore mette in dubbio anche questo!): se il cristianesimo, per richiamare Pascal, può riassumersi in due parole, ovvero «corruzione e riparazione», il buddhismo è tutto racchiuso in due polarità che sintetizzano l’iperbolica quantità di testi sapienziali in questo modo: «il dolore e la fine del dolore». Siamo nei pressi di una dimora fuori dal tempo, ab-soluta: la fine di dukkha (la sofferenza), quindi, ancora una volta, il Nirvana.

Ora basta. Mi sono fermato e ne ho coscienza. Non entrerò nel merito di altre tematiche sviluppate dall’autore, come la trasmigrazione delle anime, il karma, il dharma o l’amore. Seguo l’esempio del brigante Anguimala, che cercò inutilmente di raggiungere il Buddha per ucciderlo ed amputargli un dito (non vi rivelo perché) e trovò pace solo nella consapevolezza della quiete: mi accorgo che gli argomenti sono troppi e cesso di scrivere. Fermandomi, raggiungo comunque qualcosa. Solo meditando posso raggiungere anch’io la consapevolezza del punto in cui mi sono fermato. Perché il buddhismo è pratica, è respirazione, è legame profondissimo con il corpo e con la mente: è sapere sempre dove si è. Sono nel punto in cui sono, e anche voi. Non è importante essere o non essere buddhisti. Ciò che conta è che nessuno potrà mai negare a nessuno questa possibilità universale: tentare di essere felici. Non esistono ricette e tutto è imperfetto, comprese le mie parole, compreso il libro di Hervé Clerc. Ma una via è tracciata. Sapere di non sapere, in fondo, è sempre la formula da cui ripartire per essere se stessi in forme che ancora non conosciamo.

Alessandro Vergari

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