A modo suo (Racconto di R. Saporito)

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“Abbiamo bisogno di sapere cose che gli altri non sanno.E’ quello che nessuno sa di te che ti permette di conoscerti.”

[Don DeLillo]

 

 

Il ricordo di un dolore. Proprio qui, sulla tempia sinistra. Solo un ricordo.

Lui è morto, è così. Sì, è morto: e con lui sono morta anch’io? Oggi sono morta, ma nessuno si è preso il disturbo di avvertirmi?

Forse ero già morta da tempo, ma neppure io sono riuscita ad accorgermene. O forse, più semplicemente, me ne sono accorta ma ho fatto finta di niente. Come al solito.

Comunque lui è morto, questa è una certezza, l’unica, e io non riesco a versare neanche una lacrima. Niente. E dire che lo amavo. O quanto meno a me sembrava di amarlo. Certamente lui mi amava. A me piace pensarlo comunque.

Ma perché è morto proprio a Natale? Nessuno dovrebbe morire a Natale, dovrebbe essere… che so, vietato, o qualcosa del genere.

“Lei conosceva Simone?” mi chiede un ragazzo con i capelli tagliati a spazzola e un vestito blu a doppio petto e una cravatta nera e un cappotto blu come la giacca.

Mi fissa negli occhi, poi sposta lo sguardo sulle mie gambe, poi sul mio seno, che è sempre la prima cosa che di solito tutti vedono, e piano lo rialza fino ai miei occhi.

“Certo, abbiamo diviso lo stesso letto, e quasi mai per dormire, per più di un anno!” avrei voglia di rispondergli, ma invece dico soltanto:

“No, devo aver sbagliato funerale” rispondo con un capolavoro di risposta, e pensando anche “E comunque buon Natale!”.

Mi guarda ancora le gambe, che gli devono proprio essere piaciute, e scuote la testa impercettibilmente al mio capolavoro di risposta, e per fortuna che non riesce a leggermi i pensieri.

Una signora anziana, vestita di nero molto elegante, Armani o comunque d’autore, piange in silenzio, ma la maggior parte della gente parla dei cavoli loro: tasse, governo, calcio, guerra, soldi, vacanze sulla neve, donne, uomini, chi scopa con chi.

Il corteo funebre si muove lento, ma con una sua solennità, come un elefante stanco. Il ragazzo di prima mi guarda ancora con un grosso interrogativo spalmato sul volto. Io mi fermo e mi distacco dal gruppo, come se avessi davvero sbagliato funerale.

Osservo il corteo funebre che si allontana, lento, ma si allontana, e non riesco a scorgere nessuno che conosco. Simone conosceva proprio tanta gente: ma io non facevo parte di questa gente. Già, ma di cosa facevo parte io? Che ruolo avevo io nella sua vita? Qual era il mio posto nella classifica dell’esistenza di Simone?

Il ricordo del dolore si è trasformato in dolore. La tempia mi pulsa in maniera fastidiosa.

L’ultima volta che avevo visto Simone (vivo), mi aveva assicurato che non avrebbe mai più rivisto quel francese. Si chiamava Jean Jacques, il francese. Simone l’aveva conosciuto ad un seminario di letteratura americana alla Sorbonne, a Parigi. Per l’esattezza cinque mesi fa. Sì, erano i primi di luglio. E questo J.J. (così lo chiamava Simone) era il suo primo ragazzo? Non lo saprò mai. Ma poi lo voglio davvero sapere? Cambierebbe le cose sapere? Mi farebbe trascorrere un Natale più sereno, un capodanno più spensierato sapere?

Che Simone mi lasciasse per colpa di un uomo, era abbastanza deprimente. Ma forse lui non voleva lasciarmi. Forse era solo confuso, penso (ma penso bene o sbaglio?). Lui amava me, era lui a dirlo, ma allo stesso tempo amava J.J., il francese. E ci riusciva, perché, sicuramente (sicuramente?), ci amava in modo differente (ma differente come?). Non dico che amasse di più me o di più lui, ci amava diversamente (diversamente?), tutto qui. Ma come tutto qui? Non può essere così semplice. O sì. Non lo so. Non so più niente e forse non ho mai saputo niente.

Simone era docente di letteratura americana all’università di Torino. Io l’avevo conosciuto il giorno della discussione della mia tesi di laurea: “Il minimalismo letterario come alternativa allo sperimentalismo dei post-moderni”. Gli era piaciuta molto la mia tesi di laurea, e anche io gli ero piaciuta molto.

“Sei stata al funerale?” mi chiede Marina, mia sorella, qui per le vacanze di Natale.

“Già!” rispondo con un sospiro che non so neanche io cosa vuole dire, probabilmente niente.

“E allora?” chiede.

“E allora cosa!” dico non capendo, o facendo finta di non capire, la domanda.

“Com’era?” chiede.

“Cosa!”

“Il funerale!, come cosa…” dice lei con una punta di esasperazione nella voce, una punta appuntita però.

“Come vuoi che sia stato: era un funerale, tutto qui… un fottuto funerale… un fottuto funerale al quale io non ero neanche invitata… un fottuto funerale di Natale…” affermo di colpo brusca.

“Scusa!” dice lei guardandosi ostinatamente le mani, per escludermi dal suo campo visivo.

“Scusami tu” dico fissando la televisione spenta, e aggiungo “sono solo un po’ nervosa, e stanca, e stressata, e…”

“Penso di capirti” dice cercando di capire che cosa sto fissando con tanta attenzione.

Marina si alza e si dirige verso la cucina. La osservo. Sospiro. Indossa un paio di jeans completamente sbiaditi e devastati dall’uso e una enorme T-shirt bianca con su scritto, in rosso, “I Love You” e non indossa ne scarpe ne calze: in casa mia fa sempre troppo caldo, non è normale questo caldo col freddo che fa fuori.

Penso che piacerebbe anche a me avere ancora diciassette anni, come mia sorella: manco ne avessi cinquanta, però è così che mi sento, di colpo vecchia.

Dopo un po’ ritorna con due tazze di tè fumanti.

“Grazie”  dico con un sorriso lieve quando mi porge la tazza.

Si sistema sul mio divano blu e sorridendo dice:

“E’ stato bello stare una settimana con te.”

“Sì, anche a me ha fatto piacere averti qui per Natale” e aggiungo “Torni a casa domani?”

“Sì, mamma mi viene a prendere all’aeroporto.”

Restiamo in silenzio. Io sorseggio il mio tè. Marina si alza e accende il televisore.

“Lo amavi?” mi domanda abbassando il volume del televisore fino ad azzerarlo.

“Cosa?” domando per prendere tempo, come sempre, non rispondo mai immediatamente alle domande, ma mi prendo il mio tempo alla ricerca di risposte, magari di quelle giuste.

“Ti ho chiesto se amavi Simone” dice lei guardandomi, quasi studiandomi.

La osservo per un attimo, e mi piacerebbe molto vedere il mio sguardo in questo istante. Poi sposto il mio interesse visivo al televisore, che però non riesco a mettere a fuoco.

“Penso di sì” dico pensando per la prima volta oggi al volto chiaro e bello di Simone, al volto bello e chiaro e vivo di Simone.

“E lui? Ti amava?” mi chiede ancora lei accennando e subito nascondendo un lieve sorriso, intimidita dal suo stesso gesto.

“Penso di sì” e ripensando a Jean Jacques aggiungo “a modo suo, naturalmente, a modo suo.”

__________________________________

* L’autore:

Roberto Saporito è nato ad Alba (CN) nel 1962.

Ha studiato giornalismo. Ha diretto una galleria darte contemporanea.

Ha pubblicato raccolte di racconti e romanzi, tra le raccolte di racconti ricordiamo “H / D – Harley-Davidson Racconti” (Stampa Alternativa Editore, 1996, vendendone ventimila copie), e Generazione di perplessi (Edizioni della Sera, 2011, quarta di copertina di Marco Vichi) e tra i romanzi ricordiamo: “Il rumore della terra che gira (Perdisa Pop, 2010, nella collana Corsari diretta da Luigi Bernardi) e Il caso editoriale dellanno (come Anonimo, 2013, Edizioni Anordest)

Nel 2015 ha pubblicato un nuovo romanzo dal titolo Come un film francese con Del Vecchio Editore di Roma.

Suoi racconti sono stati pubblicati su antologie e su innumerevoli  Riviste Letterarie.

A ottobre 2004 è stato invitato al Festival Letterario Letteraria a Pistoia, tra gli scrittori invitati: Andrea Camilleri, Carlo Lucarelli, Francesco Guccini, Loriano Macchiavelli, Massimo Carlotto, Luca Crovi.

A giugno 2007 è stato invitato al Festival Letterario Lib[e]ri 2007 di Teramo, tra gli scrittori invitati: Marco Lodoli, Erri De Luca, Walter Siti, Giovanni D’ Alessandro, Paolo Grugni.

Collabora con la Rivista Letteraria di Milano [diretta da Gian Paolo Serino] Satisfiction” con una sua personale rubrica.

Nel 2013 il suo primo romanzo Anche i lupi mannari fanno surf [2002] diventa oggetto di studio di una delle dieci lezioni del corso di scrittura narrativa Inchiostro rosso sangue, per la precisione la settima intitolata “Lhard boiled in salsa italiana: il curioso caso di Anche i lupi mannari fanno surf, di Roberto Saporito.”, organizzato dalla Rivista Letteraria Inchiostro a Verona, insieme ai romanzi, oggetto di altre lezioni, di Giorgio Scerbanenco, Carlo Lucarelli, Massimo Carlotto e Gianluca Morozzi.

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