L’aliante di Walter

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(Riflessioni amare, a margine della presentazione del libro Ciao (Rizzoli, 2015) di Walter Veltroni. Bari, ex Palazzo delle Poste, 11 dicembre 2015)

Premessa. L’incontro tra Veltroni junior e Veltroni senior avviene sotto un cielo strano, che sembra di colore marshmallow. E’ un romanzo, non è realtà, perché Walter, il figlio, ha perso Vittorio, il padre, quando aveva solo un anno. E’ un sogno, un artifizio letterario, una ricostruzione immaginifica di un riconoscimento reciproco mai avvenuto, ed è anche un passaggio di consegne che si fa romanzo. Ma come può essere un cielo di quel colore? Perchè non scarlatto o cremisi? Nessuna sfumatura cromatica potrebbe risultare così dannatamente americana. Volutamente americana. Siamo nel solco di una post-modernità da far invidia a Douglas Coupland o al miglior Don DeLillo.

Non ho avuto dubbi sull’opportunità di andare alla presentazione del libro “Ciao” di Veltroni, all’ex-Palazzo delle Poste di Bari, con la presenza del presidente della Regione Puglia Michele Emiliano. Nutro da sempre una certa curiosità per la parabola politica dell’ex sindaco di Roma, ormai in fase di conclamata discesa, e soprattutto per le modalità espressive cui affida, con costanza periodica, il suo pensiero. Parlo in particolare dei suoi romanzi. Scrivere romanzi è una pratica sempre più diffusa tra i politici in carica o oramai dismessi (si pensi solo alla produzione di Franceschini e Alfano, per citare due attuali ministri). Ma è in Veltroni che ritrovo due aspetti particolarmente adatti ad indagare le specificità di un’intera storia politica, quella che, a partire dal vecchio PCI, culmina negli esiti riformistici, o presunti tali, che sono sotto gli occhi di tutti. Il primo aspetto è l’ostentata autoreferenzialità, il secondo è la presunzione di voler rappresentare un pezzo d’Italia, ovviamente il migliore, nel suo inevitabile progresso verso conclusioni finalisticamente attese. Detto in parole povere, che potrebbero essere le sue: ‘le difficoltà che abbiamo incontrato sono molte, e anche serie, tuttavia sono superabili e anzi già superate, guardate me per esempio’. Walter è l’indiscusso campione dell’ovvio, il creatore di una realtà preconfezionata tutta sua, una bolla di virtualità romanzata dove il dolore del negativo sappiamo già che si stempererà nella teodicea del buono-a-tutti-i-costi.

La presentazione non ha deluso le mie attese. Ho assistito allo squadernamento del veltronismo più puro e sono tornato a casa soddisfatto, un po’ come un appassionato di film horror può guardare con insana ingordigia una sequenza splatter a lungo attesa. Perchè questa è la visione, in retrospettiva, che ci si presenta: un politico sconfitto, colpevole di aver messo in ginocchio la sinistra italiana, che tenta di riscattarsi mediante un romanzo familiare che, con arroganza nemmeno tanto velata, presume di porsi all’altezza di narrazione collettiva del dopoguerra italiano.

L’età media del pubblico presente oscillava tra i quaranta e i settant’anni, ma saltava all’occhio l’assenza della quasi totalità dell’attuale gruppo dirigente del PD. Il colore prevalente non era il marshmallow, ma il grigio tipico delle vecchie assemblee di partito. Veltroni è stato un giornalista ed un politico di professione, direttore de l’Unità e candidato alla presidenza del Consiglio, segretario dei DS e poi del PD, sindaco della Capitale d’Italia per circa un decennio, parlamentare e ministro… Un curriculum di tutto rispetto al quale si aggiunge, da ultimo, l’attività di saggista e romanziere. Sarebbe sufficiente, forse, scorrere gli argomenti trattati nella sua produzione letteraria per avere un’indicazione degli interessi convergenti del Walter scrittore: l’Africa e i suoi drammi, il calcio (il massacro dell’Heysel), i desaparecidos argentini, la saga dei  Kennedy, la tragedia di Vermicino, musicisti precocemente venuti a mancare, episodi misconosciuti della storia d’Italia. Specchi sui quali, per l’autore, si rifrange una morale comune e si ritrova, banalizzato, il common sense tanto amato da certa filosofia anglosassone, terreni aridi nei quali vive una radice che in potenza è sempre un albero, quello della buona politica (la sua),  un filone carsico di buone volontà perduto nella doline del potere (come se lui non fosse mai stato un uomo di potere), sotterraneo ma talmente pervicace che… Ahi, l’ottimismo!

In “Ciao”, ultima opera dell’autore, ci troviamo probabilmente di fronte alla sublimazione di un percorso. L’argomento centrale, l’incontro tra il padre morto ed il figlio che mai lo ha conosciuto, è così ispido, nei suoi aspetti esistenziali, emotivi, simbolici ecc., che oggettivamente farebbe tremare i polsi anche a scrittori di ben altra tempra e solidità. Tuttavia, Walter si avvia senza remore lungo questo ripido crinale. Non sorprende che, per sua stessa ammissione, due cose aveva in mente di fare una volta lasciata la politica attiva: scrivere il libro su suo padre e fare un viaggio in aliante. In entrambi i casi ci vuole, indubbiamente, un certo coraggio. O forse temerarietà, che del coraggio è l’esatto contrario?

La narrazione è, come sempre, imbastita su massicci luoghi comuni. E’ stato Veltroni stesso a presentarci in rapida sequenza alcuni topoi della sua creatura. Vediamoli.

Le donne, figure “solide e ancestrali”; la resistenza alla barbarie, esemplificata dal nonno dell’autore torturato in Via Tasso per aver nascosto ebrei in casa sua; la fantasia come rifugio, rappresentata dalla madre che, per nascondere alla sorella la vera natura della fuga da casa durante l’occupazione nazista di Roma, le racconta una versione alternativa della realtà “degna de la Vita è Bella di Benigni”; l’innamoramento nonostante tutto, incarnato nella storia d’amore dei genitori, scaturita dall’ascolto di una trasmissione radiofonica di cui era autore Vittorio, il padre, la cui voce è causa dell’infatuazione della madre, che per conoscerlo gli prepara una torta recapitata in portineria; i bambini, che SEMPRE tre domande si fanno quando si conoscono: che scuola fai, che squadra tifi, che lavoro fa tuo padre. Ma il padre di Walter era già morto e, si sa, “gli orfani diventano grandi prima degli altri”.

Che dire? Tutto sembra perfettamente incastrato dentro un meccanismo che non ammette repliche, non è falsificabile e, di conseguenza, è impenetrabile ed esclusivo.

Come se non bastasse, nessuno si azzardi a pensare che Walter cada nella trappola della nostalgia. Perché, per dirla con le parole dello stesso autore pronunciate durante la presentazione del libro, “un conto è la memoria, da preservare, un conto è la retorica di quanto si stava bene una volta, a cui non ho mai creduto”. Eh già, vuoi mettere il nostro tempo di libertà con l’epoca fascista o con gli anni del terrorismo? “Viviamo in un mondo migliore rispetto a quello in cui hanno vissuto i nostri padri”.

Eccoci al cuore del problema. E’ la distopia di Veltroni, la caduta in un mondo parallelo dove l’ironia, l’intelligenza e la corretta percezione di sé e della Realtà non hanno cittadinanza. Siamo più liberi, certo, possiamo scrivere, pubblicare, presentare i nostri libri e riunirci per parlarne. Possiamo perfino scrivere articoli su ciò che abbiamo visto e sentito, e palesare le nostre perplessità in critiche più o meno esplicite. Chi lo negherebbe? Tuttavia, affinché questa narrazione veltroniana funzioni, il costo da pagare, in termini di oblio, è così pazzescamente elevato da fare fatica a crederci. Oblio, in primo luogo, di coloro che non ce l’hanno fatta e in nessun modo sono stati riscattati dalla Storia o dal Progresso. Oblio delle miserie del nostro tempo, dalla disoccupazione strutturale alla piaga del nuovo terrorismo globale, dalle catastrofi ambientali alla crisi economica da cui tutt’ora non siamo minimamente usciti. Oblio, soprattutto, del fatto che questa narrazione è per sé, e può avere una validità erga omnes solo se si suppone che il percorso sociale del nostro paese si possa effettivamente rispecchiare in idealtipi siffatti. Siamo di fronte, in altri termini, alla ricostruzione di un cultura popolare artefatta, una fiction apparecchiata dai cosiddetti ceti medi riflessivi con un grado particolarmente alto (e pericoloso) di presunzione tracotante.

Il passo finale, non casualmente, è la catarsi: “Questo libro è anche un manifesto di serenità mista a malinconia, perché in fondo siamo TUTTI come mio padre, malinconici MA ANCHE goliardici, a volte”. Un romanzo che accende nei lettori miracolose scintille di autoconsapevolezza: “Ora ricevo molte lettere da persone che hanno letto il libro e grazie a questo hanno ripensato al LORO rapporto col padre”. L’importante, a detta di Walter, che si sente pur sempre un politico di sinistra (non dimentichiamolo!), è stabilire un canale di empatia, soprattutto con coloro che hanno tracce di vigliacca sfortuna nel loro percorso esistenziale: “spesso gli sconfitti sono più interessanti dei vincitori, Achille era una brutta persona, io simpatizzavo per Ettore”. Allo stesso tempo, che grande passione per le macerie, “per quei fotografi che immortalano luoghi abbandonati, che amano il vuoto.” E che grande attenzione per i “filosofi-bambini, come quel ragazzino Rom da me intervistato in un campo tra topi e marciume, che invocava la salvezza di Dio come unica meraviglia possibile”. E infine, che bella cosa la lentezza, “in un mondo in cui le cose accadono sempre più rapidamente, e in cui la tecnologia ha dilatato il tempo”, maledetti siano i selfie e benedette le antiche foto di gruppo, perchè “nella parola INSIEME vi è una bellezza che stiamo perdendo”. Peccato che il nostro autore abbia contribuito a creare, fin dall’inizio, chi della velocità ha fatto la propria bandiera, tale Matteo Renzi.

In tutte le riflessioni di Veltroni, una volta strappato il velo della retorica, come non cogliere un movimento di macchina (Walter è anche regista!), che, come insegna Tom Wolfe, dall’alto guarda verso il basso, nella migliore tradizione del radical-chic?

Le ultime battute dell’incontro sono destinate alla glorificazione del “racconto”, ragione di vita del nostro autore post-politico, e dell’UMILTA’, “senza la quale non vi può essere ascolto reciproco”. Dal fondo della sala, su queste riflessioni, parte una suoneria di cellulare. E’ l’inconfondibile tema del Titanic. Malizia?

Niente domande dal pubblico, alla fine. Torniamo tutti a casa, chi a piedi, chi in auto, chi in aliante.

Alessandro Vergari

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