Rosalba Macrì nel labirinto della poesia

macrì

 

Un poeta lo riconosci subito. Ha gli occhi languidi. Lo sguardo trasuda gioia e malinconia.

Un poeta ha pupille scure come i nembi e iridi chiare come le aurore estive. Scrutano il cielo per cercare risposte alle domande terrene per trovare le parole giuste che addomesticano gli uomini. Ne conosco tanti poeti. Molti sono donne e una abita a 500 metri da casa mia. Lei è Rosalba Macrì. Come tutti i poeti non è profeta in patria ma voce nel deserto di una Calabria provinciale che guarda all’arte con indifferenza, prediligendo l’esterofilia.

Esterofilia: infantilismo di una cultura che ha il sapore dell’eruditismo e dell’immanenza. Di ciò che vive solo per se stesso e muore senza lasciar traccia ai posteri. Masturbazione per il cervello, appagamento per gli sfigati.

Come tutti i poeti anche Rosalba preferisce la solitudine. Non ama le luci della ribalta perché parla con l’infinito, quindi, ha tutto ciò di cui ha bisogno. Ha pubblicato una raccolta nel lontano 1991 dal titolo pungente, La brina sulle ossa. Me ne ha regalata una copia. La carta ingiallita, le pagine profumano di salice. Fogli che hanno un quarto di secolo ma le emozioni sono sbocciate una ad una davanti a me. Eterna primavera

Rosalba parla della sua Calabria, del suo Sud, della sua vita. Lei è solare e gioiosa buona, ingenua. Ma le sue parole sono forti, vere portano con loro il senso della vita. La vita quella che tutti vogliono vivere al meglio anche se non ne capiscono il senso.

La vita: un labirinto senza uscita che ci illudiamo di attraversare con passi sicuri.

E lei apre proprio così la sua raccolta: «La vita è un assurdo/l’amore, il dolore/gli affetti sono sue probabilità».

Ed ecco l’amore: «Amore/era avvinghiare/la mia mano alla tua/quando la morsa dell’inquietudine/stringeva il mio cuore/mentre aleggiava intorno il pensiero del perfetto/che in tutte le cose/belle e vere non dura/ e nella struggente malinconia/dell’attimo/si rimaneva così/ed era dolce/spigolare le stelle/fra le ombre della sera».

 E poi la follia, quella di un suo caro amico: «E Nino prese il pullman/quel giorno/deciso a fuggire da se stesso/non più padre, né madre, né istituto/si credette libero/là sul ponte/e forse vide stelle nello scintillio dell’acqua/o letto di nuvole gli sembrò il fiume/egli a mani giunte vi si gettò».

 E la profezia. Rosalba sente il peso di un’epoca che muore senza lasciar nulla e guarda« l’escalation giornaliera del lessico della violenza/consumata dall’uomo depredato dall’asservaggio della donna/a volte oppressa anche di te/fiore malato di piaga incestuosa».

Ma lei è donna del Sud e sa che la madre del Mezzogiorno è mentore del destino dei propri figli e proprio alle mamme dedica una lirica, la più intensa di questa raccolta.

Le madri del Sud

Le nostre madri

hanno visceri svuotati

da nevrosi irrisolte

capelli argentati

di logiche asciutte

ed ossidate attese

di tenerezze

negli occhi

sconosciuti rimpianti

rassegnazioni mentali

alla logica impellente

del cuore

alla dialettica del progresso

e membra temprate

d’antica fatica

soliloqui sconosciuti

impressi sulle labbra

silenzi amari

di sottomissioni imposte…

Hanno le nostre madri.

 Ecco. Questa è la mia amica poetessa Rosalba Macrì, nata nel 1953. Anch’io non ho saputo cercarla subito, forse l’ho scartata come gli altri, ma le parole del vero poeta sono schegge in balia del vento che ti trafiggono quanto meno te lo aspetti. Le parole cercano sempre le proprie vittime.

Conosco tanti poeti e poetesse. Una di loro abita vicino casa mia. Forse la mia retorica ha rovinato la sua lirica, forse ho distrutto la serena solitudine in cui le anime che dialogano con l’eterno e l’assurdo si rifugiano. Chiedo scusa! Ma avevo bisogno di presentarvi questa donna, umana, che abita a Tortora, nel cosentino. Tra cinquemila anime che lasciano cavalcare i propri sguardi tra l’azzurro del mar Tirreno e il Pollino. In questo Sud, che come scrive Rosalba è:

«… la figlia agonizzante/la brina sulle ossa, sola con bocche da sfamare/preziosi suoi doni sono le lividure sul corpo/segni di giorni che dilaniarono il domani/gramigna d’insonnia/l’assillo del quotidiano che impietoso le relega il dolore a tempi meno austeri».

Martino Ciano

 

 

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One thought on “Rosalba Macrì nel labirinto della poesia

  1. Oddio la retorica della Calabria “provinciale e arida”…non siamo più ai tempi di Costabile e Calogero. C’è movimento e tanta curiosità a Catanzaro come a Cosenza. É anche nell’ estrema provincia crescono fiori bellissimi, un esempio é cropani con il festivaletteratura e la masnada. Comunque bei versi questi della Macrì

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