Anche gli angeli mangiano Kebab (incipit del libro di Giuseppe Foderaro)

 

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Intendiamoci, io non sono certo il migliore. Ma il mio lavoro lo so fare. So cosa voglio dalla mia vita e soprattutto so cosa non voglio. Presuntuoso, direte voi. Certo, come no. Da morire. E me ne vanto. Vedete, il più delle volte la differenza non sta tanto tra il fare e il non fare, ma tra il sapere e il non sapere. La conoscenza è la chiave del successo. Quando sai cosa vuoi, sai anche come fare per ottenerlo. Se ci pensate è semplice.

Guardate me. Investigatore privato, dopo quello che ho passato. Monolocale studio-ufficio in piazza De Angeli. Quando cercavo un posto adatto non ho saputo resistere. Sauro Badalamenti, Investigatore Privato, in piazza De Angeli. Sarebbe stato da Dio scritto su un biglietto da visita. Certo, l’affitto all’epoca era un po’ caro, ma oggi ne vale la pena. Stabile signorile, in una palazzina anni Sessanta con portineria, a un passo dalla metro, di fianco a un negozio di tappeti persiani. Tutto l’arredamento del mio studio l’ho comprato lì. Panna e celeste, è costato un occhio della testa, ma conferisce un tono all’ambiente. E i clienti ci badano a certe cose. Le donne pure. Perché io le donne, sapete, preferisco portarle qui. A casa mia non ci voglio nessuno. Dal lunedì al venerdì dormo a Milano, nel salottino accanto all’ufficio: divano letto, doccia, cucinotto. Non mi manca nulla. Nel fine settimana me la squaglio nel mio rifugio privato, dove nessuno mette mai piede. Su a Varenna, sulle sponde del lago di Como. Mi piacerebbe tanto dirvi che me ne sto rintanato come un orso a leggere Schopenhauer e ad ascoltare Schubert, ma la verità è un’altra. Faccio jogging intorno al lago. Cinque chilometri la mattina presto ti rimettono in pace con il mondo, ve lo garantisco, poi faccio la spesa e preparo manicaretti. La sera accendo il camino e rivedo vecchi film in videocassetta. VHS, sì, avete capito bene. Non sono tecnologico, io. Se non fosse che mi serve per lavoro, nemmeno il cellulare userei. Quale bisogno ci sarà poi del digitale terrestre, se quelli che guardo sono tutti film in bianco e nero degli anni Quaranta? Avrò visto Casablanca un centinaio di volte e il nastro del Falcone maltese ormai è tutto consumato. Noir, sì, lo confesso, è la mia passione.

Noir come questa città e come il mio lago, che quanto a malinconia e tetraggine, lasciatemelo dire, non sono secondi a nessuno. A me però sta bene così. Mi ricorda che non bisogna mai aspettarsi troppo, e quando sei abituato alla nebbia spesso ti accontenti anche di un pallido sole. Questione di punti di vista, immagino, o di aspettative. La mia vita mi piace così. Quando sono sul lago non mi disturba nessuno, quando sono a Milano vedo chi mi pare e quando decido io. Al lunedì, con la metropolitana dalla Stazione Centrale, ci si mette un attimo, e poi non do mai appuntamento a nessuno prima delle dieci del mattino. Una delle cose che amo di più è tenere tutto sotto controllo. Certo, qualche cliente si è lamentato del sottopassaggio che attraversa la piazza, lo so che ci sono tossici, extracomunitari e vagabondi che ci vanno a dormire, e forse spacciano pure, ma dopotutto non sono il sindaco della città. Le regole non le faccio mica io. Qui vicino c’è via Marghera, piena di negozi. A me sta bene così, e la zona è più che dignitosa. E poi, dico, vogliamo scherzare, Sauro Badalamenti, Investigatore Privato, in piazza De Angeli. Chi lo lascia un posto così? Sono di origini meridionali, ma sono nato a Milano. Solo che non lo dico mai a nessuno. Mi piace farmi prendere sottogamba, la gente ti sottovaluta, pensa che sei un terrone e si dimentica di controllare con chi ha a che fare. A volte è comodo. Anche Domenico Costa, l’avvocato che mi passa la maggior parte del lavoro, all’inizio ha commesso questo errore. Mi ha guardato, ha visto un bullo di periferia rasato, ben piazzato, col fisico da guardia spalla, il tatuaggio che sbuca da sotto al polsino della camicia, e mi ha catalogato. Male. Nella sezione sbagliata. Ma lui è intelligente e ha corretto il tiro. Non do certo a tutti una seconda occasione come ho fatto con lui. Ah, non tratto divorzi, a meno che non me lo chieda Domenico in persona, ma anche allora, giusto qualche ricerca, discrete indagini condotte con tatto, questioni patrimoniali, non certo prove di infedeltà coniugale. Ci mancherebbe. Io credo che uno debba darsi un limite. Come con la droga, o con l’alcool. Va bene fino a un certo punto, ma se non si è capaci di tirare il freno, conviene smettere. Da due anni sono astemio, ma ne ho passate tante prima di arrivare a questo. E non sono astemio per caso. Una volta ho ammazzato un uomo mentre ero sbronzo. A mani nude. Potevano mettermi dentro per tutta la vita, e se non ci fosse stato Domenico Costa forse sarebbe anche successo. Diciamo che gli devo qualcosa, ecco. E lui lo sa. Sa anche che non bevo, nemmeno se mi pagassero berrei ancora. Ora sono passato dall’altra parte, ma mi sono rimaste le vecchie amicizie di un tempo. Nel mio lavoro servono. Quando facevo il servizio d’ordine nelle discoteche ne ho conosciuta di gente strana. Diciamo che non è escluso che un giorno, passando nel sottopassaggio di piazza De Angeli, qualcuno di quei rifiuti umani che abita là sotto possa anche salutarmi chiamandomi per nome. Ma non è questa la storia che volevo raccontarvi.

 

Giuseppe Foderaro, classe 1973, vive a Milano, dove scrive storie nere ed erotiche. Già musicista, è l’autore dei romanzi “Non ho fatto l’asilo” (Lite Editions, 2014) e “Anche gli angeli mangiano kebab” (Novecento Editore, 2015). Nel 2016 tornerà in libreria con il romanzo “Latex e biscotti”, per Giraldi Editore. Sito web: www.giuseppefoderaro.com.

 

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