L’amore (che resiste) nell’era del pensiero debole

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Saggista, critico letterario, ma soprattutto linguista, Roland Barthes è stato uno dei più influenti intellettuali francesi della seconda metà del Novecento. Esempio di studioso onnicomprensivo, viene ancora oggi considerato fra i maggiori esponenti dello strutturalismo. L’autore dei Miti d’oggi ha attraversato la vita politico-culturale europea degli anni ‘70-’80 da intellettuale “controtempo”, facendo della ricerca linguistica uno strumento di abiura del potere – quell’Onnipotere ideologico, religioso, economico e, in ultima analisi, linguistico, che impedisce il reale godimento della vita.

Curiosando fra gli scaffali della mia libreria ho ritrovato una copia di Frammenti di un discorso amoroso, pubblicato in Italia da Einaudi nel lontano 1977. A oltre trenta anni dalla sua scomparsa, penso sia doveroso tornare a parlare di questo straordinario uomo di pensiero attraverso quello che forse è il suo libro migliore. Nell’epoca dell’effimero e della diseducazione tecnologica, mettere al centro della questione la parola amore non è scontato; farlo sulla scorta di questo capolavoro consente di proporre una lettura assolutamente originale dell’anoressia emotiva alla quale oggi assistiamo indifferenti.

Fedele alla sua esperienza di ricercatore della lingua, Barthes ha voluto raccontare l’amore, nei Frammenti, come una forma sublime di comunicazione tra gli esseri, come un pretesto ideale per raggiungere nuove forme di consapevolezza di sé e del mondo. Ma l’amore è anche un luogo che fa paura, pieno di ombre, oppure un “non luogo” in cui vivere in armonia dividendosi. Frammenti di un discorso amoroso rappresenta tutto questo, a discapito di un eros vissuto solo attraverso i sensi. L’amore, per Barthes, è un senso accanto agli altri, un modo di sentire la vita. Letto oggi, in un’epoca in cui prevale l’assenza del senso, questo libro suggerisce – a noi navigatori nelle incerte acque del pensiero globale –di ritrovare la via delle emozioni.

Da grande decrittatore del suo tempo, Roland Barthes ha avvertito come un disagio generazionale la crisi del sentimento amoroso, dovuta alla complessa involuzione dei rapporti interpersonali. «Sì senza alcun dubbio – dichiarò in un’intervista. – L’amore è fuori moda negli ambienti intellettuali. Dal punto di vista dell’intellighenzia di quell’ambiente intellettuale che è il mio, in cui io vivo, di cui mi nutro… e che amo, ho avuto la sensazione di fare un atto di scrittura abbastanza fuori moda». Parole che forse spiegano la motivazione più profonda di questo capolavoro in difesa dell’amore. Rileggerlo è quasi una tappa obbligata, nel tempo in cui tutto ciò che è romantico viene considerato disdicevole.

Barthes avverte la necessità di scrivere dell’amore attraverso l’immaginario collettivo del suo stesso discorso, ed è chiaro che egli intravede nel sentimento amoroso e nel suo linguaggio una via di salvezza:

La necessità di questo libro sta nella seguente considerazione: il discorso amoroso è oggi d’una estrema solitudine. Questo discorso è forse parlato da migliaia di individui, ma non è sostenuto da nessuno: esso si trova abbandonato da discorsi vicini: oppure è da questi, svalutato, schernito fuori non solo dal potere, ma anche dai suoi meccanismi.

Quando un discorso viene, dalla sua propria forza, trascinato nella deriva dell’inattuale, espulso da ogni forma di gregarietà, non gli resta altro che essere il luogo, non importa quanto esiguo, di un’affermazione. Barthes dà dunque voce al soliloquio dell’innamorato e al discorso amoroso che parla in lui, come «un involucro liscio che aderisce all’immagine».

Si comincia con un «abbraccio». E poi «cuore», «dedica», «notte», «piangere»: tutti i tasselli che compongono il lessico dell’innamoramento si susseguono come i frammenti, appunto, di un unico soliloquio, come un glossario che affonda le proprie radici nella cultura occidentale – da Platone a Goethe a Stendhal.

Voler scrivere l’amore significa affrontare il guazzabuglio del linguaggio. Barthes entra in questo spazio caotico e riabilita la sentimentalità dell’amore, screditata dai tempi moderni.

Assistiamo a un affascinante rovesciamento dei valori: ciò che rende osceno l’amore è proprio la sua sentimentalità.

Tutto ciò che è anacronistico è osceno. Come divinità (moderna), la Storia è repressiva; la Storia ci proibisce di essere inattuali. Dal passato, noi sopportiamo solo le rovine, i monumenti, il kitsch o il rétro, che è divertente; questo passato, noi lo riduciamo al suo solo autografo. Il sentimento amoroso è antiquato, ma questo essere fuori moda non può neppure essere recuperato come spettacolo: l’amore cade fuori del tempo interessante; nessun significato storico, polemico, può essergli dato: la sua oscenità sta in questo.

Così Barthes spiega il disprezzo della ragione che si abbatte sul pathos, e in questo risiede ancora l’originalità dei suoi Frammenti.

Nel tempo della provvisorietà, della decadenza, dell’omologazione culturale, le considerazioni inattuali sono quell’altrove che bisogna frequentare per riscoprire il fascino della differenza. L’amore è una di queste considerazioni inattuali, l’unico linguaggio in grado di rivelare, delle cose, ogni vero e sostanziale fondamento. Il suo discorso – spolicitizzato, de-socializzato – è parlato da milioni di individui ma sostenuto da nessuno, da alcun sistema di potere e di sapere.

L’innamorato, ci ricorda Barthes, «non smette mai di correre con la mente, di fare nuovi passi e di intrigare contro se stesso» e le figure del suo discorso sono innescate (proprio innescate, come vere e proprie bombe a orologeria) da vampate di linguaggio che sopraggiungono in seguito a circostanze infime, aleatorie.

Quando si parla di amore inevitabilmente si parla di desideri e moti interiori, ma soprattutto si dovrebbe pensare al sentimento amoroso – seppure negato o rifiutato – come all’oggetto di un dono.

Oggi nessuno ha più voglia di occuparsi dell’amore, eppure il suo linguaggio ancora tanto avrebbe da dire.

Nicola Vacca

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