Il poeta dinamitardo, fabbricatore di “bombe carta”.

pasolini

Sono passati 40 anni dalla morte di Pasolini. Se valutata nel contesto della scena culturale italiana a partire dal secondo dopoguerra fino al giorno del suo assassinio, avvenuto tra il 1 e il 2 novembre 1975, la sua carriera può essere descritta come l’esercizio di una vera e propria funzione, in seno all’universo culturale italiano – ma anche, nella fase finale, direttamente nella società civile, – volta disperatamente a stimolare la necessità di un esame sufficientemente aperto, problematico, continuo del “triello” tra la letteratura, la politica e la società. Il merito di Pasolini è di aver impostato una tale clausola di “impegno” su una linea critica assidua e programmatica, nel tentativo estremo di restituire a un entourage letterario pesantemente imbolsito (che magari ha intascato un’“invisibile tessera”, per impoverimento critico o assimilazione della depense edonista[1]) un più acuto rigore analitico e una più profonda sensibilità morale, recuperando i valori ideali della Resistenza e riaggiornandone la “prassi”:

 

Quello che voi […] chiamate, vistosamente sottolineandolo, l’“impegno”, / è, per una quindicina d’anni, / vissuto da parassita sulla gloria e il dolore di quei cimiteri. / Cioè, non è stato. È ora, che esso comincia a essere.[2]

In Sineciosi della diaspora, uno dei saggi inclusi poi in Empirismo eretico, Pasolini restringe il ‘nocciolo’ della sua ricerca post-sessantottesca a un novero ben determinato di finalità:

  1. “resistere contro ogni tentazione di letteratura-azione o letteratura-intervento: attraverso l’affermazione caparbia, e quasi solenne, dell’inutilità della poesia”;
  2. “non temere l’attualità”;
  3. “concedersi una certa libertà linguistica rasentante talvolta l’arbitrarietà e il gioco”;
  4. “considerare fatale […] la rassegnazione di fronte al persistere dell’‘oxymoron’”[3].

Ora, sembra che questi ‘commi’ valgano a maggior ragione per tutto l’ultimo Pasolini, la cui opera sembra reggersi totalmente su un’idea fissa di infrazione del ‘canonico’ – idea da cui pure generano esiti stranamente letterari. Letterari di una letteratura appunto mostruosa, teratologica.

La scomparsa dell’ordine ripristiana / il predominio della letteratura, / unico terreno buono per un’Euristica / veramente selvaggia[4].

L’intuizione migliore di Pasolini – dell’ultimo Pasolini, quello immortalato nella “goccia d’ambra” della storia – è stata forse l’aver immaginato una sorta di “terza via” alla letteratura, distinta tanto dall’estetismo convenzionale (“tappa la bocca ai Bellettristi”[5]), quanto dall’impegno organico, entrambi sentiti come anacronistici, impossibili. La letteratura viene concepita come una prassi viva e dialogante, interagente, attiva con se stessa e non più dentro se stessa, che si autoemenda come una continua chiosa, una macro-postilla, rozza come un brogliaccio di “appunti di lavoro”. Reagisce sia alla recrudescenza tardoumanistica della “custodia della forma” (a cui si rassegnano invece alcuni futuri “giapponesi), sia alla fregola neoformalistica dell’avanguardia (propria del Gruppo 63, come ritorsione rispetto all’industria culturale), restando tuttavia fedele al dominio della letteratura, cioè della parola “eccedente” e insignificante: anzi, è proprio la contaminazione politica e morale a preservarla dalle sirene dell’industria editoriale o dall’opposto ghetto formalista. La cosiddetta teoria della “scadenza del mandato poetico”, che da Majakovskij passa a Pasolini per mano di Fortini, ha modificato con effetti immediati e irreversibili non solo i termini dell’impegno, ma proprio la funzione problematica dell’intellettuale, la capacità di “dire” del letterato. Questi, secondo il giudizio di Ferroni, è ormai ridotto a “nottola di Minerva”, a flatus vocis, postumo e spesso velleitario, o “fàtico”, che si diffonde quando è già tardi, come puro spettacolo. È la profezia a rebours dell’“immaginazione al potere” di memoria sessantottesca. L’intellettuale classico, che si attarda a parlare alla società civile con le armi convenzionali dello stile o, al contrario, con l’assolutezza incorrotta delle idee, subisce una pesante diminutio, il ridimensionamento al ruolo passivo di “aedo”, contemplato dal modo di produzione in proporzione alla propria capacità di intrattenere. La risoluzione pasoliniana è puntuale:

Smetto di essere un poeta originale, che costa mancanza / di libertà: un sistema stilistico è troppo esclusivo. / Adotto schemi letterari collaudati, per essere più libero. / Naturalmente per ragioni pratiche.[6]

Il poeta si concentra se è possibile ancor di più sullo choc tematico e scandalistico (che viene rinforzato anche da quello di tipo formale: la trascuranza stilistico-sintattica del dettato), con lo scopo di ridestare il proprio pubblico, assopitosi nell’edoné consumistica. Si inventa uno stile tribunizio, corrosivo, teso e vibrante al limite del sostenibile, giocato su sortite insistite o estempore, congegni fatico-critici sconclusionati e metri “zoppicanti”, affatto “gratuito” in veste di poesia, ma assai eloquente in qualità di sintomo della crisi. “Ah, fratelli, non mi ammirerete più / attraverso la mia ammirazione. / Gioco al gioco contrario, / e se qualche verso mi riesce passabilmente / è per semplice abitudine.”[7] L’inedita concezione sperimentale di Pasolini viene definita da Carla Benedetti, nel suo Pasolini contro Calvino, “impura”. Pur nella rivendicazione della propria autonomia critica, cognitiva, esplorativa, la funzione ultraletteraria, rinnovando il proprio status di finzione letteraria, ibrida non solo i propri codici e generi, ma persino i propri scopi e le proprie finalità, da rintracciarsi dunque a un livello gerarchicamente superiore rispetto a quello fictional, affabulatorio, tipico della letteratura, cioè nell’esistenza. La letteratura va costantemente oltre se stessa.

È bene chiarire però che la funzione Pasolini non è stata mai omologata dalla cerchia dei pari, in attesa che la storia valutasse l’opera dello scrittore, e ne facesse un po’ troppo mitologia… Dapprincipio anzi viene rifiutata come un’apostasia. “In una scena culturale come quella italiana, abitata per lo più da ottimi professionisti malati di prudenza, versioni moderne del prelato o del cortigiano, Pasolini incarna immediatamente la figura opposta dell’eretico. Il suo bisogno di esprimersi letterariamente magnetizzando l’attenzione del pubblico, il suo impulso a confessarsi, a giustificarsi, ad accusare, lo portano prima ai limiti del mondo strettamente letterario e più tardi fuori di esso”.[8] Come per una reale auto-esclusione, la regressione stilistico-concettuale conduce Pasolini quasi al di fuori del panorama ufficiale, nel silenzio dei critici, in una dimensione quasi clandestina, down by law (nel senso del canone letterario). Del resto, “la morte non è / nel non poter comunicare / ma nel non poter più essere compresi”.[9] Dall’Abiura alla Trilogia della vita, specialmente, Pasolini sembra aver imparato a ribaltare il piano della propria personale persecuzione, brandendo la sua stessa scandalosità (ovvero il portato inaccettabile di certi tabù sessuali, morali, politici) come una figura autoriale sui generis, anti-ideologica e vagamente teatrale (anche nel senso brechtiano), finalizzata a spaesare, provocare, a sconcertare, con un insostenibile gradiente crescente, il pubblico perbene della piccolo-borghesia:

Passare dalla pre-rivoluzionarietà naturale di chi dà scandalo (con la sua vita o con la sua opera: e meglio se con la sua vita attraverso la sua opera) alla rivoluzionarietà vera e propria, il passo è breve […]. L’“impegno”, ossia la coscienza di tutto ciò, è la mediazione fra la contestazione (naturale) e rivoluzionarietà (cosciente), tra ambiguità assoluta e ambiguità relativa; tra enigma e profezia. La rivoluzione, poi, si fa con l’azione.[10]

In quest’ottica guastatrice, la marginalità pasoliniana è quindi una posizione di vantaggio rispetto alla ufficialità del letterato convenzionale: sfrutta la proverbiale tolleranza e la falsa permissività del “neopotere” (che gli concede, in virtù del suo successo di scrittore e regista, margini di intervento, sia pure anestetizzati, inquinati) per “bestemmiare”, scandalizzare, rendersi “continuamente irriconoscibile”[11].E oggi, vi dirò, che non solo bisogna impegnarsi nello scrivere, / ma nel vivere: / bisogna resistere nello scandalo / e nella rabbia, più che mai, / ingenui come bestie al macello, / torbidi come vittime, appunto […]”.[12] 

[…] ora che la vocazione è vacante / – ma non la vita, non la vita – / ora che l’ispirazione, se viene, versi non ne produce – / vi prego, sappiate che son qui pronto / a fornire poesie su ordinazione: ordigni* [* anche esplosivi].[13]

Non paiano eccessivamente sardoniche, le profferte di Pasolini, in questa Richiesta di lavoro. Il poeta si vende –ma come dinamitardo, come fabbricatore di“bombe-carta”. La funzione Pasolini non muore tuttavia nell’opera, ma la trascende, la supera e le conferisce un plusvalore emotivo ulteriore, “finale”. Il poeta valida a posteriori, con la sua morte, vero espediente attivo di montaggio[14], il senso di un’esistenza esemplare, militante. Di là, dalla dimensione costantemente inafferrabile della propria diversità, egli stesso la determina, le dà senso. E così la funzione ultraletteraria “agisce” in maniera inesauribile, in virtù della sua qualità dinamica, “provvisoria”, che ricomincia sempre, all’occasione:

                                “Non c’è alcuna ragione / di scrivere in calce a questi versi la parola

” FINE”[15]

Giampaolo Altamura

[1]    P. P. Pasolini, Charta, Trasumanar e Organizzar, Tutte le poesie, vol. 2, op. cit., p. 117.

[1]    P. P. Pasolini, Charta, Trasumanar e Organizzar, Tutte le poesie, vol. 2, op. cit., p. 117.

“Non c’è alcuna ragione / di scrivere in calce a questi versi la parola

FINE”[15]

[1]    Cfr. P. P. Pasolini, Lettere luterane, Einaudi, Torino 2003, p. 195.

[2]    P. P. Pasolini, Poeta delle ceneri, Tutte le poesie, vol. 2, Mondadori, Milano 2003, pp. 1278-1279.

[3] P. P. Pasolini, Sineciosi della diaspora, in Id., Saggi sulla letteratura e sull’arte cit., vol. 2, p. 2604.

[4]P. P. Pasolini, Tutte le poesie cit., vol. 2, p. 1235.

[5]    P. P. Pier Paolo Pasolini, Trasumanar e organizzar, Tutte le poesie, vol. 2, op. cit., p. 49.

[6]    Ivi, p. 76.

[7]    Ivi, p. 62.

[8]    Alfonso Berardinelli, introduzione a Lettere luterane, op. cit., p. VII.

[9]    P. P. Pasolini, Una disperata vitalità, Poesia in forma di rosa, Tutte le poesie, vol. 1, op. cit., p. 1183.

[10]  P. P. Pasolini, Ciò che è neozdanovismo e ciò che non lo è, Empirismo eretico, Saggi sulla letteratura e sull’arte, vol. 1, op. cit., p. 1434.

[11]  Cfr. P. P. Pasolini, Lettere luterane, op. cit., p. 195.

[12]  P. P. Pasolini, Poeta delle ceneri,Tutte le poesie, vol. 2, pp. 1270-1271.

[13]  P. P. Pasolini, Richiesta di lavoro, Trasumanar e organizzar, Tutte le poesie, vol. 2, op. cit., p. 13.

[14]  Cfr. P. P. Pasolini, Empirismo eretico, Saggi sulla letteratura e sull’arte, vol. 1, op. cit., pp.

[15]  P. P. Pasolini, Charta, Trasumanar e Organizzar, Tutte le poesie, vol. 2, op. cit., p. 117.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...