Alcune buone ragioni per (ri)leggere Sciascia.

sciascia

È desolante vedere come uno scrittore del calibro di Leonardo Sciascia sia oggi dimenticato. E l’aggettivo dimenticato va inteso anche nel senso di un ricordo lacunoso e superficiale dell’uomo e dei suoi scritti.

Fa rabbia vedere autori quanto meno discutibili assurgere a divinità mediatiche e indottrinare le masse nel ruolo di paladini dell’antimafia. Quando Sciascia sulla mafia aveva già detto quanto c’era da dire, con disamine ben superiori in ampiezza e profondità, analizzando con piglio direi scientifico le radici storiche e antropologiche del fenomeno. Mettendo in guardia sulla direzione che stava prendendo.

Rabbia nel vederlo citato a sproposito, leggere le sue folgoranti battute strappate del contesto originario e buttate un po’ ovunque ad usum Wikipedia, sovente a sostegno di tesi che avrebbero disgustato l’autore racalmutese.

Tra le più travisate credo vi sia la famosa suddivisione del genere umano in «uomini, mezzi uomini, ominicchi, pigliainculo e quaqquaraqquà». Dove pochi sembrano accorgersi che quelle parole non rappresentano il pensiero dell’autore ma, al contrario, sono pronunciate da don Mariano Arena, il boss mafioso del «Giorno della Civetta» e sono dunque quint’essenza della cultura mafiosa. Come ricorda il fotografo Ferdinando Scianna, la battuta aveva provocato un boato di applausi tra il pubblico alla prima dell’adattamento cinematografico di Damiano Damiani. Quegli applausi, il fraintendimento da cui scaturivano, ovvero la sostanziale adesione dell’italiano medio al sentire e ragionare mafioso, avevano deluso e disgustato Sciascia.

Un’altra definizione sciasciana, quella del «cretino di sinistra», bruciante ed esatta, anticipatrice della caustica disamina di Tom Wolfe sui radical chic, sembra autorizzare altri a ritenersi immuni da imbecillità per il semplice fatto di essere politicamente schierati sul fronte opposto. Dimostrano così di non avere capito nulla di Sciascia, la cui coscienza civile era altissima e lo portava a esporsi direttamente, a polemizzare con chiunque pur di difendere ciò che egli in quel momento riteneva giusto, qualsiasi fossero le conseguenze.

Sciascia aveva il culto della verità e questo gli procurò inimicizie un po’ ovunque nel mondo politico del suo tempo. Ruppe con il Partito Comunista nel quale aveva militato in gioventù. Fu sempre avverso alla Democrazia Cristiana. Di entrambi i partiti aveva svelato i meccanismi interni, subdoli e bizantini, la sostanziale somiglianza nell’agire, entrambi come una sorta di Chiesa, lui che conosceva, da storico, l’Inquisizione e il suo funzionamento.

Leggere o rileggere oggi Sciascia, significa incontrare un autore straordinario, coltissimo e acuto, profondo conoscitore della Storia e dell’animo umano. La bellezza della sua prosa essenziale, la sua capacità di sintesi e di pensiero mettono continuamente in discussione il lettore, lo invitano ad essere critico, sempre, e ad esercitare la più alta delle sue facoltà: il ragionamento. «L’italiano non è l’italiano. È il ragionare», dice il protagonista di «Una storia semplice», l’ultimo racconto scritto da Sciascia e pubblicato postumo.

Sciascia è stato uno tra i pochi intellettuali italiani veramente liberi e indipendenti. La sua voce ha saputo interpretare con profondo senso della Storia la realtà siciliana, elevandola a metafora della realtà nazionale, con esattezza e felice intuizione. Voce per nulla rassicurante e forse per questo poco ascoltata o fino all’ultimo fraintesa. Basti pensare al celebre articolo sui «professionisti dell’antimafia», alle infinite polemiche che suscitò, e che divampò di nuovo dopo gli attentati a Falcone e Borsellino, procurandogli – lui già morto – quella damnatio memoriae che molti da tempo gli auguravano. Ma Sciascia aveva ragione. La sua capacità di leggere il contemporaneo attraverso la Storia era straordinaria, così come la lezione implicita che, volendo, ognuno di noi può trarne.

Leggendo le sue prose civili, i suoi commenti a caldo su fatti di cronaca, possiamo più facilmente ricostruire il percorso che ha portato all’Italia di oggi e anche trarre qualche amara conclusione. Rifiutare il facile populismo del «tutti a casa». Storcere il naso di fronte ai sermoni di certi intellettuali ridotti a prezzemolo mediatico.

Sciascia era invece schivo, laconico, riservato. D’estate si ritirava in campagna, senza nemmeno il telefono, per scrivere in pace. E poi, Sciascia l’appassionato di libri e di stampe. Sciascia e il suo contributo importante per l’editrice Sellerio. Sciascia che scopre Gesualdo Bufalino. Sciascia e il cinema (quanti suoi libri sono diventati anche film!). Sciascia che allo Steri di Palermo trascrive i graffiti dei condannati dell’Inquisizione. Sciascia, l’affaire Moro e l’imbarazzo della DC. Sciascia, il PCI e la morte di Stalin. Sciascia, il fascismo e la scomparsa di Majorana. La linea della palma, che sale sempre più a nord…

Sciascia a futura memoria. (Se la memoria ha un futuro).

 Nicolò Tambone

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