Adultero (Racconto di Romano De Marco)

foto romano

            Sono un adultero. Tradisco regolarmente mia moglie, di solito con donne conosciute su internet. Facebook, Twitter, forum sui più svariati argomenti. Non mi faccio mancare niente.

            Dal punto di vista fisico non ho grandi pretese. Sono un bell’uomo, alto, atletico, con folti capelli castani tagliati alla moda, dimostro meno dei miei quarant’anni. Per scelta, però, preferisco mantenere una predominanza dal punto di vista estetico sulla mia partner: rende tutto più semplice, consequenziale, meno impegnativo. Ho un’unica avversione di tipo estetico: le donne sovrappeso. Quelle non le tollero. Quasi non le considero donne; il più delle volte le bollo come fastidiose e inutili vacche che detesto per il solo fatto di avermi fatto perdere del tempo.

            Per me, nel sesso, l’immaginazione è tutto. La prefigurazione di situazioni erotiche costituisce talvolta un momento ancora più sublime rispetto alla concretizzazione delle fantasie stesse. Questa mia prerogativa fa si che ultimamente, sempre più spesso, gli incontri sessuali reali mi lascino fortemente deluso. Le mie fantasie stanno progressivamente mutando verso territori estremi che non sempre, anzi di rado, riesco a soddisfare negli incontri con la mia partner di turno. Sono pervaso da un’ossessione che mi spinge a cercare costantemente di spostare “oltre” il limite del consentito, del lecito, dell’ammissibile nell’ambito del rapporto fisico. Voglio sottomettere la donna con la quale faccio sesso. Voglio insultarla, legarla, sodomizzarla. Voglio picchiarla. Voglio farle male. Ma non mi interessano i giochi erotici squallidi  consenzienti. A me interessa guardare negli occhi il dolore vero.

La mattina, di solito, alle 5.45 sono già in autostrada. Impiego più o meno un’ora a percorrere i 100 km che separano Pescara da San Benedetto del Tronto. È la città dove dirigo uno studio di architettura che mando avanti senza troppo entusiasmo, vivendo di rendita su lavori di routine che affido ai  miei due efficienti collaboratori.

            Da tempo ho perso ogni interesse e ogni stimolo nel lavoro. È raro che mi assuma l’incarico di qualche progettazione per la quale non possa limitarmi solo ad apporre la mia firma e il mio timbro dell’ordine professionale. Pur possedendo un appartamento a San Benedetto, nello stesso stabile dello studio, preferisco rientrare ogni sera nella casa che divido con mia moglie a Pescara, percorrendo quei 100 km, spesso anche a notte inoltrata. È frequente che la trovi già a letto dove, probabilmente, finge di dormire per evitare anche il più banale contatto o il più forzato scambio di convenevoli: la cosa, del resto, non mi importa. Non più. Mi basta poter dormire (è da tempo che ormai non facciamo altro) in quello stesso letto per dare continuità a una convivenza che mi mantiene reattivo come fosse un costante dolore fisico.

            I nostri silenzi, la nostra infelicità, la nostra solitudine condivisa, mi aiutano a mantenere il controllo, a non cedere alle lusinghe dell’ottimismo o della depressione più totale. La morte infinita del nostro matrimonio è ciò che mi mantiene in vita.

In quell’ora di viaggio mattutino, sull’autostrada semideserta, mi estraneo da qualsiasi contesto e  vago col pensiero nei territori più remoti ai quali la mia mente ha accesso. Guido l’auto con una minima, quasi impercettibile pressione di un’unica mano sul volante. Ogni tanto torno alla realtà, indirizzando uno sguardo casuale e annoiato al paesaggio circostante che scorre monotono oltre il guard-rail, avvolto ancora da una oscurità in procinto di disintegrarsi nell’impatto con l’imminente albeggiare. Spesso, sempre più spesso, mi ritrovo sotto casa, con l’auto spenta  e senza essermi reso conto della strada percorsa, dei semafori, dei sorpassi, del casello autostradale. È quasi un risveglio; ma più che un ritorno alla realtà assume sempre di più il sapore di un ritorno dalla realtà. Del viaggio ricordo solo di aver vagato con la mente addentrandomi in elucubrazioni sulla morte, sul sesso, sulla squallida incolpevole verità della natura umana che mi appare sempre più difficile da celare nei comportamenti quotidiani.

            Spesso, durante il viaggio, con spontanea naturalezza, elaboro strutture geometriche di pensiero che mi chiariscono il procedimento mentale dietro ogni forma di concetto che nel corso della vita di tutti giorni mi appare ignoto. In quei momenti riesco a intuire processi logici che rendono chiari e accessibili enigmi come la natura delle forze che regolano l’equilibrio fra i sistemi solari o il funzionamento di un microchip ultrapotente in grado di elaborare milioni di operazioni algebriche al secondo. Di punto in bianco, improvviso, fischiettandole, melodie inedite e straordinarie o compongo poesie in rima che si dissolvono nel nulla subito dopo essere state pronunciate. A volte, durante quell’ora, mi accompagna il chiacchiericcio di qualche radio che affronta temi di politica e di economia. Quasi mi sorprendo ad ascoltare frammenti di discorsi che non fanno che confermare in pieno tutto quello che so, che ho scoperto da quando sono finalmente riuscito a guardare dentro me stesso senza filtri e senza finzioni. E mi rendo conto che accendere la radio è un gesto meccanico che più che distogliermi dal mio vagare mentale, mi spinge ancora di più a perdermi in esso.

Fermo sotto casa, con l’auto spenta e la chiave nella mano destra, mi rendo improvvisamente conto di come ciò che mi accade durante il  viaggio non sia altro che un condensato del processo che sta subendo complessivamente la mia vita. Mi sto distaccando dall’immagine sociale che proietto, dalle convenzioni, dall’ipocrisia che costituisce un  baluardo che mi separa dal vero me stesso, dal mio abisso ma anche dalla mia potenzialità. La cortina di finzioni che divide l’uomo dalla sua vera natura, proteggendolo ma allo stesso tempo umiliandone la grandezza.

            Improvvisamente capisco perché è sempre più difficile, la mattina, staccarmi dall’oblio del sonno per catapultarmi nell’orrore della veglia. Capisco perché cerco sempre più spesso rifugio nelle pagine di libri che divoro avidamente, senza riuscire a soddisfare quella fame che sta alla base della mia voglia di conoscere. Capisco perché voglio sopraffare la mia donna e possederla. Ma la cosa più grave  è che capisco verso cosa mi porterà questo irreversibile processo. Capisco qual è il prezzo da pagare se si sceglie di interrompere del tutto la finzione. Capisco tutto. E allora, sconfitto, debole, incapace di opporre resistenza all’inevitabile, mi ripiego su me stesso e  piango.

Questa sera, una sera come tante altre,  constato di provare un immediato bisogno di sfogarmi sessualmente. Escludo la possibilità di masturbarmi pensando a una delle mie amichette di internet. C’è  un’altro modo, un modo che si è reso necessario da tempo, dal momento in cui ho volontariamente scelto di limitare il mio impegno nel procurarmi nuove relazioni occasionali.

Effettivamente, dopo un periodo di assoluta disinvoltura, da qualche anno a questa parte, la mia predisposizione a commettere adulterio si scontra con una pigrizia sempre più profonda. Una indolenza viscerale che mi rende refrattario nei confronti di tutto e che mi avvolge l’anima come a volerla proteggere dal mondo.

Perdo progressivamente interesse  per le cose che mi circondano,  i sentimenti, i rituali convenzionali alla base dei normali rapporti fra le persone.

A volte guardo con sospetto questa metamorfosi, quasi spaventato dall’eventualità di vedere trasformata in odio tutta la mia indifferenza. Mi seccherebbe molto ritrovarmi tramutato in un qualsiasi sociopatico con istinti da assassino seriale. Detesto questo genere di stereotipo e non sopporterei il rischio di essere catturato per finire a passare il resto dei miei giorni nell’isolamento di una cella quadrata stuccata a gesso. Voglio essere io stesso l’artefice libero e consapevole del mio isolamento.

C’è stato un tempo in cui ancora mi illudevo di provare dei sentimenti per la femmina oggetto delle mie attenzioni. Ancora oggi, ripensandoci, non capisco quanto di quel romanticismo fosse posticcio,  una specie di giustificazione per aiutarmi a digerire l’assurdità delle situazioni che ero solito crearmi.

Convincere una persona a sottomettersi fisicamente alla propria depravazione. Sguardi profondi, cene romantiche, frasi sdolcinate. Quante volte ho dovuto pagare questo obolo a una donna per poi farmi succhiare il cazzo o sentirmi in diritto di insultarla mentre me la scopavo a casa mia o, all’occorrenza, sui sedili dell’auto. Situazioni vissute ciclicamente, immagini che si alternano nella mia testa come in un grottesco carosello. Telefonate, messaggi, ristoranti, passeggiate, biancheria intima strappata, calze autoreggenti e scarpe col tacco. Lingua sul collo e respiri affannati.  Poison, Allure, Chanel n.5, profumi sempre diversi eppure sempre uguali.  E sempre lo stesso sapore sulla lingua. Poi il disgusto improvviso, immediatamente successivo all’eiaculazione.

Con il passare del tempo la sopportazione della recita si è resa sempre meno divertente, senza contare  che praticare quel genere di sesso ripetitivo e scontato oramai non mi soddisfa più. Non ne posso più di donne sposate con la voglia di giocare alle amanti. Non sempre sono disposto a subire la umiliante prassi dei messaggini, dei regali, delle chiacchierate al cellulare. In questa situazione di stallo mi sono visto obbligato a compiere la scelta più logica, l’unica possibile. Dotarmi di una alternativa. Iniziare a sfogare i miei istinti sessuali  servendomi, all’occorrenza, di una prostituta.

Non è stato facile operare una adeguata selezione.

Il principio di fondo a cui mi sono ispirato è stato quello secondo il quale, dovendo rinunciare alla indiscutibile attrattiva costituita dal violare la sacralità di un rapporto esistente, avrei dovuto bilanciare la perdita con l’appagamento delle mie più inconfessabili fantasie.

Per me, ormai, godere vuol dire provocare dolore e umiliazione alla mia partner, eppure, l’eventualità di servirmi di una professionista abituata a subire il genere di sadismo del quale la avrei resa oggetto, avrebbe costituito un serio limite al mio godimento.

Quello di cui avevo bisogno era costringere una donna a farsi maltrattare. E in questo caso, mi apparve subito evidente che l’incentivo costituito dal ritorno economico avrebbe rappresentato una valida motivazione per un soggetto particolarmente bisognoso.

Dovevo cercare una donna disperata, disposta per soldi a farsi brutalizzare contro la propria volontà. Una puttana non abituata a farsi picchiare ma nei confronti della quale il denaro sarebbe stato un richiamo irresistibile.

Era  necessario procedere per tentativi.

Esclusi a priori la possibilità di servirmi di siti specializzati in escort. Ne esistono a decine ormai, corredati da fotografie, schede di presentazione, specifiche delle prestazioni offerte e, addirittura, commenti dei clienti con relativo voto di gradimento.

Ho provato qualche volta, in passato, a servirmi di queste professioniste del sesso globalizzato. Esperienze deludenti, nonostante l’indiscutibile qualità della materia prima. Pur tenendomi alla larga dai sottoprodotti di provenienza est europea, ho dovuto constatare anche nelle italiane una sostanziale freddezza, una quasi totale mancanza di coinvolgimento.

Personalmente non provo alcuna emozione nell’accarezzare un seno perfetto, o un bel paio di glutei scolpiti, quando appartengono a una ragazza che mentalmente conta i secondi della prestazione già proiettata verso gli impegni successivi. Ho provato ad affittare qualcuna di queste tipe a ore, con notevole esborso economico, ma non ho mai ottenuto risultati soddisfacenti. Nessun feeling, la completa negazione del sano erotismo e della sana perversione, neppure la benché minima concessione alla fantasia o all’improvvisazione.

La selezione per individuare il soggetto adatto a soddisfare  le mie saltuarie esigenze “particolari” si svolse su un campione di tutt’altra fauna rispetto a quella delle patinate ex modelle e attuali hostess del giro dell’alta prostituzione.

Mi procurai una copia de il centro, quotidiano locale che dedica una pagina intera alle inserzioni “personali” corredate da una lunga sfilza di “A” maiuscole. La maggior parte degli annunci riguardano extracomunitarie segregate nei mini appartamenti del litorale affittati ai turisti nei mesi estivi e utilizzati come basi per la prostituzione nei mesi invernali. Non toccherei una di quelle donne nemmeno con un dito. Neanche se ciò rappresentasse la mia ultima occasione nella vita di intrattenere rapporti sessuali con esponenti dell’altro sesso.

Ce n’è per tutti i gusti a uso e consumo di idraulici panciuti e giovinastri brufolosi. Brasiliane, rumene, africane, albanesi e, ultima novità, giovanissime asiatiche che, come preludio alla prestazione sessuale, offrono il valore aggiunto di un rilassante massaggio a parità di costo. La solita concorrenza sleale cinese.

A ben cercare però, nella massa di annunci giornalieri, si trovano anche inserzioni di donne italiane. Casalinghe, divorziate, vedove… qualche studentessa. Tutte autonome, esterne al racket, indotte a  prostituirsi da una situazione economica disagiata. Vendere il proprio corpo per poter pagare l’affitto, gli studi, le cure dentistiche, a se stesse o ai figli. O magari per potersi permettere  qualche abito firmato, la TV a cristalli liquidi, le rate della macchina. In fondo viviamo in una società nella quale non sono più le condizioni di vita agiate a favorire il consumo, ma è il consumo stesso a dettare le regole della condizione di vita.

Mi calai con piglio da esploratore in un mondo fatto di disperazione nei confronti del quale mi sembrò subito naturale concentrare la  mia ricerca. In effetti era questo ciò che davvero volevo. Poter godere dell’umiliazione e della mortificazione altrui. Il sesso era solo una componente delle pulsioni che mi animavano e avevo quasi paura ad accettare il fatto che si trattasse di una componente non prioritaria.

Riuscii a parlare al telefono con Lia dopo almeno un centinaio di tentativi e dopo aver avuto un paio di esperienze altamente deludenti. Il suo annuncio, apparso solo per una settimana, diceva testualmente Signora italiana sola,  pulita, molto simpatica e gentile offresi per appuntamenti con distinti anche a domicilio zona Pescara.

La sua voce era molto dolce, pacata. Inizialmente un po’ sospettosa. Si informò sul mio comune di residenza  perché, mi disse ho paura di incontrare qualcuno che mi conosce. Non sono tanto abituata a fare queste cose, le faccio solo perché ho bisogno.

Temendo che rifiutasse di incontrare persone della sua zona mi spacciai per marchigiano in trasferta di lavoro a Pescara. Rimasi di stucco quando mi confessò di essere di San Benedetto del Tronto, la città nella quale lavoravo.

Riuscii a convincerla a incontrarci proprio lì. Il fatto di costringerla a prostituirsi nella città dove abitava rendeva la situazione, dal mio punto di vista,  particolarmente intrigante.

Mi raggiunse nel mio appartamento un pomeriggio di ottobre. Avevamo concordato un orario nel quale fosse già abbondantemente calata l’oscurità per far in modo che le risultasse più facile passare inosservata in pieno centro cittadino.

Aperta la porta mi trovai di fronte una donna dimessa, stanca, di un’età indefinibile fra i trenta e i quarant’anni. Abiti dozzinali, spalle curve e capelli tinti. Niente di particolarmente attraente nel suo aspetto, ma nemmeno di così disgustoso. Un alone di bagnoschiuma da quattro soldi mi investì le narici comunicandomi che si era appena docciata. Mi salutò sorridendo e mi tese la mano che strinsi senza smettere di osservarla con curiosità e sentendomi a mia volta osservato. La invitai ad accomodarsi sul mio divano e senza indugiare le espressi la mia proposta divenuta ormai rituale.

Il sorriso le sparì subito dal viso e per un attimo fu come assorta, rapita da pensieri lontani. Cinquecento euro… non sai quanto mi farebbero comodo. Devo pagare la rata del mutuo della casa. Ho fatto questa spesa prima di separarmi da mio marito e ora è rimasta tutta sulle mie spalle. Perchè, sai, ho un figlio all’università., faccio la cuoca ma i soldi non bastano mai… Pure la macchina.  Se non finisco di pagarla se la riprendono.

Era una storia talmente triste da sembrare falsa, ma mi convinsi immediatamente che fosse tutto vero. Era impossibile riuscire a mentire in quella maniera.

            Ascolta le dissi captando subito la sua malleabilità e tentando di sfruttarla a mio vantaggio  facciamo così. Visto che per te è la prima volta arriviamo a 700 euro. Se vuoi che smetta, però, te ne do solo duecento perchè per me è importante arrivare alla fine. Considerala una prova. Se ti sta bene ti richiamerò altre volte. Per te, in fondò è comodo, puoi venire anche a piedi, abiti qui vicino. Guadagni 500 euro per un’ora o due e risolvi un sacco di problemi tuoi e miei. Che ne dici?

Accettò. Lo fece perché ne aveva davvero bisogno.

Non fui tenero con lei. Non feci nessuno sconto. Il fatto di trovarmi a casa mia, confortato dai miei oggetti e dal mio ambiente mi conferì una sicurezza ulteriore, un’euforia malsana che mi spinse  ad applicarmi in maniera totale alle mie perversioni. La legai saldamente mani e piedi a un pesante tavolo rettangolare nel mio soggiorno. La imbavagliai in modo che, anche se avesse urlato, da fuori sarebbe stato impossibile sentirla. Per precauzione accesi lo stereo inserendo un CD di heavy metal. 

La picchiai sulle natiche a lungo con le mani nude, poi iniziai a servirmi di una cinta di cuoio con la quale la frustai su tutto il corpo stando attento a misurare la forza per non lasciarle ferite aperte. La sodomizzai con violenza e la ascoltai con soddisfazione emettere suoni strozzati con la bocca nel tentativo di reprimere ogni lamento. Osservai in un crescendo di eccitazione i tendini del suo collo irrigidirsi e la pelle del suo viso diventare paonazza per il dolore e lo sforzo. Poi, alla fine, la vidi accasciarsi a peso morto e versare un fiume di lacrime a occhi chiusi, singhiozzando sommessamente.

Provai un godimento che non avrei nemmeno immaginato di poter provare. Non sentivo alcuna pietà per quella donna.  Il fatto che fosse una prostituta, che lo facesse per denaro, che non sapessi niente di lei, costituiva un alibi totale ai miei eventuali sensi di colpa.

Quando la slegai, dopo circa un’ora, si rivestì continuando a piangere silenziosamente. Le diedi i soldi e le dissi Grazie, sei stata bravissima. Proprio quello che desideravo. Spero di non averti fatto troppo male. Posso richiamarti qualche volta?

Non lo so rispose lei prendendo i soldi e tenendo gli occhi bassi ora posso andare via?

Certo le dissi Vuoi bere qualcosa prima? Vuoi andare in bagno?

Senza rispondermi, silenziosamente si avviò alla porta, la aprì e uscì da casa mia.

Avevo trovato ciò di cui avevo bisogno. Ora mi sentivo soddisfatto, appagato, pronto a ricominciare la mia vita di sempre, a impegnarmi nel coltivare le relazioni che avevo ancora in corso e ad applicarmi per imbastirne delle nuove.

Ma sì, pensai, probabilmente si è trattato di un capriccio. La perversione di una sola volta. L’ebrezza del provare qualcosa di proibito, di cattivo… Non avrei più avuto bisogno di quella donna.

Mi sbagliavo. E non passò molto prima che accettassi l’evidenza, prima che capissi che la soddisfazione provata nel farle del male era scaturita proprio dal non averla considerata una prostituta, ma semplicemente una persona qualunque sulla quale avevo potuto esercitare il mio potere.

Riflettei seriamente sull’eventualità di contattare o meno Lia e, alla fine, mi convinsi che in fondo non era di lei che avevo bisogno quella sera. Le strana eccitazione sessuale che provavo, superava la voglia di sfogarmi con una prostituta. Senza contare che, data l’ora ormai tarda, avrei rischiato un rifiuto e questo non lo avrei sopportato. No, forse era meglio ripartire e lasciare che quella sensazione scemasse, soffocata dalla solita grigia routine autodistruttiva dei miei ritorni a casa.

Uscii dallo studio attraversando l’open space dove i miei due geometri erano impegnati a disegnare con i loro avanzatissimi software di progettazione grafica. Rivolsi loro un distratto cenno di saluto al quale, mi pare, neanche risposero.

Si erano assuefatti alla mia maleducazione ormai.

A volte mi ritrovo a pensare all’inevitabilità della sofferenza mentre, come un automa, compio i meccanici gesti  di sempre. Scendo le stesse scale, apro la stessa porta, compio lo stesso quotidiano tragitto verso i sedili in pelle della mia auto nera all’interno della quale mi sento protetto come in un alveo materno. Sospendo volontariamente, per alcuni minuti,  la connessione con me stesso per riattivarla di fronte alla prospettiva dell’autostrada buia che mi si profila di fronte. E’ ora di tornare a casa, do il benvenuto alla mia morte quotidiana.

Il tratto autostradale della A14 che collega San Benedetto del Tronto a Giulianova, è in parte costituito da un altissimo viadotto  famoso per il fatto di essere stato teatro di ben otto suicidi negli ultimi vent’anni. Un record che si somma a quello di essere il più alto ponte stradale d’Europa nella tipologia costruttiva a pilastro unico.

            Le sue imponenti campate esercitano su di me un fascino particolare, che si confonde con il turbamento dovuto alla duplice incarnazione di simboli: ingegno e disperazione umana.

            Benché non mi sia affatto difficile ipotizzare infiniti motivi che possano spingere un uomo alla decisione di togliersi la vita, mantengo una certa perplessità nei confronti della scelta di attuare questo intento in maniera tanto cruenta e  teatrale.

Percorro tutti i giorni quel tratto di autostrada da diversi anni ma oggi, improvvisamente, decido di fermarmi e scendere dall’auto per vivere  la prospettiva degli otto  sventurati che hanno scelto  di scavalcare quella barriera metallica e liberarsi nel vuoto. Accendo le quattro frecce della mia monovolume e accosto sulla stretta corsia di emergenza, scatenando le ire di alcuni automobilisti che, sfrecciandomi di lato, sottolineano il loro disappunto con le acute note dei loro clacson accompagnate da inequivocabili gesti volgari. Scendo dall’auto e, stringendomi nel cappotto, mi avvicino alla doppia barriera metallica, nel punto dove sono appoggiati  piccoli mazzi di fiori, oramai secchi.

Mi coglie subito una vertigine accompagnata da un brivido lungo la colonna vertebrale forse dovuto all’aria gelida di questo tardo pomeriggio invernale, forse a qualcos’altro. Osservo la visuale, la stessa di quelle otto  persone prima di me. Immagino gli ultimi atti della loro appartenenza a questa realtà. La sensazione del distacco dal corpo solido del cordolo di cemento con il guard-rail metallico e il successivo volo che deve essere durato parecchi secondi. Cerco di intuire quale  pensiero o sensazione possa aver attraversato quelle menti durante gli interminabili attimi della caduta nel vuoto. Mi chiedo se al momento dello schianto la sensazione di dolore dovuta al corpo improvvisamente schiacciato, a tutte le ossa frantumate, abbia fatto in tempo a giungere ai centri nervosi del cervello e ad essere metabolizzata.

I frammenti di ossa che laceravano la carne divenuta una specie di poltiglia sanguinolenta e inerte, sono stati registrati dalla mente sotto forma di impulsi nervosi? Quanti microsecondi può aver resistito il cervello alla devastante frattura di un ginocchio o di una mano che per primi hanno stabilito un contatto con il suolo? Si prova dolore a suicidarsi così? Sicuramente si prova terrore. Un terrore cieco che rischia di distogliere se stessi dagli ultimi attimi di vita, proprio nel momento di cogliere i frutti di una così profonda e sofferta scelta.  No, mi dico. Non è così che è giusto morire. Altri modi. Ci sono infiniti altri modi che possano evitare il dolore, la paura. Le bassezze della condizione umana. La scelta autonoma di lasciare la vita merita sensazioni più nobili. Merita la piena consapevolezza. Non è così che bisogna morire.

            Di colpo vengo distolto dai miei pensieri dall’ennesima strombazzata da parte di un automobilista che ha abbondantemente superato il limite di velocità consentita su quel tratto. Non ricordo quanto tempo sono rimasto fermo ad osservare quella prospettiva di morte. Forse cinque minuti, forse dieci… Torno sulla terra, riprendo il mio viaggio verso un diverso tipo di morte con una nuova prospettiva, una sensazione strana… sta accadendo qualcosa in me, qualcosa di nuovo, di inaspettato. Capisco il vero motivo per cui non ho cercato Lia questa sera: ho avuto paura. Paura che il dolore che solitamente le riservo non mi sarebbe bastato.

            Le conversazioni con le mie amichette di internet, ultimamente,  sono sempre più rare e si spostano sempre più sul piano personale. Questa Laura, per esempio, una trentasettenne di Milano felicemente sposata con figli. Mi ha confessato di non avere rapporti sessuali con il marito da quattro anni, inviandomi spontaneamente una  foto di quest’ultimo quasi a voler confermare con quell’immagine la sua affermazione. Un tale Steven, originario di Londra, alto dirigente di una industria chimica specializzata in materiali per la ricerca spaziale, è un uomo di mezza età piuttosto sovrappeso, dalla carnagione rossastra e i capelli albini. Dal racconto di Laura so che il marito ha perso ogni interesse nel sesso e che i loro contatti fisici si limitano a occasionali baci sulla guancia prima di coricarsi nello stesso letto.

            Ricambio, come da copione, con mie confidenze intime. Anch’io, le faccio sapere di non avere rapporti sessuali con mia moglie da anni. Le parlo della sua frigidità, della freddezza nei nostri rapporti e del matrimonio finito da tempo ma che per comune scelta abbiamo deciso di tenere in piedi. Come se quella squallida apparenza di confidenza ci salvaguardasse dall’orrore ancora più grande di doverci sobbarcare l’inizio di una nuova recita.

            Il quadro che le presento non è esente da omissioni, ma  sostanzialmente veritiero.

In pochi giorni la nostra confidenza arriva al punto tale che Laura si sente in diritto di raccontarmi la sua storia triste. La storia di suo figlio Andrew.

            Tutte le donne che cercano sesso tramite internet hanno una storia triste da raccontare.

Viene  spontaneo pensare che se non ne avessero, se le loro vite fossero felici, prive di dolori nascosti o di tragedie inconfessabili, non perderebbero tempo ad amoreggiare in rete, correndo anche il rischio di divenire facile preda di malintenzionati. Si concentrerebbero, piuttosto, nel vivere il proprio appagante menagé famigliare. Una deduzione banale, scontata. Ovviamente errata.

In realtà, spesso, le donne cercano avventure proprio per sconfiggere la noia della propria tranquilla, angosciante felicità. Esattamente come fanno gli uomini.

La storia triste, però, è una prerogativa più frequente nei soggetti femminili. E’ un alibi che scaturisce dal più marcato dei sensi di colpa derivante dalla storica, abusata ruolizzazione, secondo cui la donna che cerca sesso in giro è considerata una puttana mentre l’uomo il più delle volte è considerato un simpatico Don Giovanni. Dura accettare che una società avanzata e progredita come quella occidentale basi ancora alcuni comportamenti su pregiudizi ormai sconfessati e condannati da decenni di lotte per l’emancipazione e l’integrazione femminile. Eppure è proprio così. Penso di poterlo affermare su una ragionevole base statistica sperimentata personalmente.

La storia triste di Laura è quella del suo bambino di 8 anni, affetto da fibrosi cistica.

Mi spiega che si tratta di una malattia abbastanza rara che aggredisce sin dalla nascita e abbatte le barriere immunitarie. I soggetti colpiti hanno una aspettativa di vita che si aggira intorno ai 35 anni e devono sopportare un durissimo protocollo sanitario fatto di continui cicli di analisi, somministrazione di costosi farmaci, regime alimentare rigidamente imposto.

Attualmente l’unica speranza per un genitore di non dover assistere alla morte di un proprio figlio sofferente di questa sindrome, è costituita dalla ricerca che, a quanto pare, negli ultimi anni non ha mostrato apprezzabili progressi.

Ripensando all’espressione di quel bambino, in una delle foto inviatemi da Laura, sospetto fortemente che questa  storia triste sia vera.

Ovviamente, negli anni, ho sviluppato una assoluta insensibilità a storie del genere, vere o false che siano. A un mio ufficiale coinvolgimento emotivo fatto di una serie di espressioni del tipo mi dispiace… ti sono vicino… immagino quanto sia dura… considerami a disposizione quando ne vuoi parlare… che inserisco sapientemente nelle risposte, si contrappone un  assoluto disinteresse per qualsiasi problema mi venga riportato.

Non è un’altro dei miei espedienti da seduttore da strapazzo, ma un atteggiamento comune nella mia vita, dettato dall’impossibilità, forse dalla incapacità, di immedesimarmi troppo nel ruolo che qualcun’altro ha scritto per me.

Agli assalti delle storie lacrimevoli contrapponevo le mie sedimentate ferree convinzioni. Come ci si può fare coinvolgere in un qualsiasi dolore che non sia quello per la condizione umana nel suo complesso? Non mi ritengo così onnipotente da poter attribuire una priorità alle infelicità del mondo, quindi non posso far altro che accettarle passivamente come accetto l’orrore che è presente in ogni cosa e in ogni situazione della quale l’uomo faccia parte. Ho accettato ciò che c’è di sbagliato nel mondo accettando quel che di sbagliato c’è in me stesso.

Rifletto su questo mentre leggo quasi annoiato i lunghi resoconti che Laura mi fa delle sue giornate passate per ospedali e laboratori di analisi.

Oggi mi parla del figlio  urlante, in fuga nei corridoi di una clinica dove devono sottoporlo a degli esami inserendogli una sonda nello stomaco.

Penso al volto di quel bambino nella foto e per un istante mi sembra quasi di cedere alle lusinghe della cosiddetta normalità che ormai da tempo rifuggo con disprezzo. Sorpreso, più che spaventato, da questa sensazione nuova, chiudo gli occhi e cerco di abbandonare ogni pensiero, di stabilizzarmi su me stesso, su ciò che costituisce il mio universo reale.

Per quell’interminabile istante la mia tranquillità vacilla. Ho come paura di andare in pezzi da un momento all’altro e mi rendo conto che non posso sopportare questa sensazione. Era nell’aria da tempo, ma ora mi appare più che mai chiaro. E’ giunto il momento di correre ai ripari ed abbattere l’ultima barriera che mi separa dal vero me stesso.

            Al di là di quelle che sono, ormai, le mie preferenze nel campo dei rapporti sessuali, anche facendo del sesso tradizionale raggiungo sempre un punto in cui il corpo della donna mi provoca disgusto. Il mio limite personale è di cinque rapporti sessuali nell’arco dello stesso rendez-vous. In genere però, subito dopo l’eiaculazione, provo un certo fastidio nei confronti del corpo femminile; le coccole mi costano un notevole sforzo psicologico e non di rado mi provocano conati di vomito. Ovviamente più una donna ha un corpo seducente, dei modi garbati, un odore piacevole, più la sopportazione aumenta. Giunti però al quinto rapporto sento la necessità di dormire o di dedicarmi ad altro togliendomi definitivamente da avanti gli occhi la mia partner e il suo sesso.

            L’unico corpo femminile sul quale ho sempre sognato di adagiarmi e dormire pur essendo sessualmente soddisfatto, l’unico che non mi abbia mai, in nessuna situazione, provocato disgusto, è quello di mia moglie Lorena. Un corpo straordinario, magro ma con ossatura atletica; privo, ancora oggi con i suoi trentaquattro anni, di qualsiasi accenno di grasso, smagliature, peluria in eccesso.  Un corpo dalla cui pelle scaturisce un naturale odore di pulito, di buono. Un corpo al quale mai, in dieci anni, sono riuscito a far provare il brivido dell’orgasmo. Mia moglie soffre di una acuta forma di vaginismo che le provoca una frigidità psicologica che nemmeno anni di analisi sono riusciti a farle superare. Lei ha sostenuto più volte di aver raggiunto l’orgasmo masturbandosi,  ma io sospetto che  non sia vero. Me lo rivelano i suoi occhi, la sua freddezza, la sua insoddisfazione ormai divenuta patologica e definitiva. Una parte di lei continua a incolparmi di questo, come di quasi tutti gli altri aspetti che hanno costituito il fallimento della sua esistenza. Lei non è al corrente della mia doppia vita: mi basta parlarle di generici impegni di lavoro per potermi allontanare da casa tutto il tempo che desidero. Non mi chiede mai spiegazioni. Non le interessano. Io non la interesso, la sua vita non la interessa, il suo lavoro di bancaria (che svolge con grande professionalità e competenza) non la interessa.

            Eppure, c’è stato un tempo in cui anch’io ho vissuto l’amore vero. L’ho vissuto per 21 giorni: aveva un nome, si chiamava Martina.

            Vivere questo sentimento, anche per un periodo così breve, è un privilegio unico del quale  non tutti gli uomini, nel corso della vita, possono vantarsi di aver goduto. E’ un’emozione diversa da qualsiasi altra forma di emozione, uno stato d’animo che può dar senso a un’esistenza intera. Ogni volta che ripenso a quei 21 giorni mi viene spontaneo aggiungere l’aggettivo “vero” al sostantivo amore, per sottolineare a me stesso la netta distinzione con un’altra miriade di sensazioni, suggestioni, sentimenti vissuti  ai quali, per semplicità o per abitudine, ho attribuito il generico, abusato rango di “amore”.

            L’amore vero ha la prerogativa di spazzare via qualsiasi forma di egoismo o  malizia, di agire sull’anima come una fiamma al calore bianco purificandola da tutte le scorie maligne, da tutte le riserve mentali, da tutto l’egoismo, la cattiveria, la presunzione. Rende gli uomini migliori. Infinitamente più deboli ma migliori. È quanto di più vicino alla santità si possa immaginare, perché è ciò che più allontana l’uomo dai limiti della propria  condizione.

            L’amore vero porta a desiderare la felicità dell’essere amato senza chiedere nulla in cambio. Non uno sguardo, non una carezza, non un bacio, non una promessa, non un minimo accenno di riconoscenza. È l’annullamento dei propri limiti e dei propri confini nell’altro. È la salvezza, perché dona una insperata prospettiva all’esistenza. Non ha bisogno di riflessione o  gestazione. Nasce all’improvviso e non muore mai. O quasi.

            L’amore vero riempì la mia anima con irruente tenerezza,  la prima volta che guardai Martina negli occhi. La prima volta che le sfiorai la mano. Mi accompagnò per 21 giorni durante i quali rivolsi a lei ogni mio pensiero e ogni mio respiro, tentando di immaginare come renderla felice, come utilizzare ogni attimo della mia vita per fare unica e appagante la sua. Ma l’amore vero durò solo 21 giorni perché Martina se ne andò. Se la portò via una complicazione polmonare improvvisa. Ancora oggi, dopo aver capito tutto quello che c’era da capire, dopo aver  trovato il coraggio di gettare uno sguardo  indifferente al buio della mia anima, non posso fare a meno di ripetermi con lucida ironia i versi di un poeta tanto amato da ragazzo, storpiati a uso e consumo della mia persistente incredulità. Come in una, orribile cantilena continuo a ripetermi la domanda che non ambisce ad alcuna risposta:  Martina, figlia mia, bambina mia  adorata, come hanno potuto i vermi divorarti?

21 giorni di vita, un tragitto dal nulla a un nuovo nulla, senza che il mondo facesse in tempo ad accorgersi di lei, quel che bastava per lasciare un marchio indelebile nella mia esistenza. Non so se qualcosa di lei sopravvive a dare una parvenza di vita alla mia vita. Non credo. Oggi non provo più il lacerante dolore fisico di otto anni fa. Quei 21 giorni mi hanno insegnato a staccarmi dalla realtà, a osservare qualsiasi episodio della mia vita come dall’esterno. Mi osservo vivere talvolta con perplessità, talvolta con disgusto. In alcuni casi addirittura con ammirazione.

            Quei 21 giorni hanno provocato anche effetti più prevedibili, erigendo una  barriera insormontabile fra me e la donna che mi vive accanto, la madre di Martina. La scelta iniziale di restare insieme fu dovuta alla reciproca paura di disintegrarci in una miriade di pezzi taglienti. Provammo anche a illuderci che continuare a vivere poteva avere un senso, beandoci a vicenda della spudorata finzione che stavamo mettendo in atto. Poi, quei 21 giorni sono diventati otto anni di progressiva consapevolezza, tramutatasi in indifferenza e rancore. Oggi è una specie di masochistica inerzia a farci condividere lo stesso tetto. La voglia di rendere la nostra vita un silenzioso tributo a quei 21 giorni di vita di nostra figlia. Anche il nostro, in fondo, è diventato un tragitto infinito dal nulla al nulla.

            Ora, però, qualcosa mi dice che è arrivato il momento di violare questo patto silenzioso. È tempo di concludere quel  tragitto e di farlo nell’unica maniera umanamente, razionalmente possibile.

            Osservo la linea dell’orizzonte che confonde il cielo con il mare. Mi torna alla mente il protagonista di quel libro che come scopo, nella vita, si era imposto l’individuazione del limite delle cose. Il punto in cui termina il mare e inizia la spiaggia. L’attimo in cui termina il giorno e inizia la notte.

Sorrido in preda a una rassegnata serenità. Le macchine scorrono veloci sul viadotto dietro le mie spalle ma nessuno, nonostante la mia posa inquietante, accenna a rallentare o a fermarsi. Sono in piedi sul bordo in cemento, oltre il guard-rail perso nei miei pensieri, e accarezzo distrattamente con una mano la foto che tengo stretta al petto.

            Come sono fragili tutti i principi, tutti i propositi che pure possono animare una vita intera. Come mi sembrano ridicoli ora  concetti come la morale, i valori, la fede.

            E tutte quelle pagine, miliardi di pagine scritte sull’uomo e sul significato della sua presenza nel mondo. Interi fiumi di parole  sprecati.

            Sorrido. Mi sento in pace con me stesso per aver capito come sia impossibile cercare il senso dell’esistenza. E’ una risposta così evidente, così alla portata di tutti. L’uovo di Colombo. Eppure è una consapevolezza che mi rende superiore, quasi onnipotente, e spazza via ogni paura e ogni dubbio su quello che sto facendo.

            Un rumore alle spalle mi distrae dai  miei pensieri. Senza girarmi, con la coda dell’occhio intravedo una figura in divisa blu che mi tende la mano avvicinandosi cautamente. E’ il segnale che aspettavo. Mi sporgo leggermente in avanti e mi abbandono alla caduta nel vuoto. Odo già in lontananza l’urlo terrorizzato di colui che si riprometteva di salvarmi. Poveraccio penso.

            Il mio corpo ha smarrito ogni riferimento di stabilità e si avvolge su se stesso provocandomi un improvvisa totale perdita di capacità motoria. Apro per riflesso le braccia e inavvertitamente lascio volare via la foto che stringevo al petto. Ma il rammarico dura una infinitesimale frazione di secondo.

            Era solo un pezzo di carta. Senza senso come qualsiasi altra cosa. Ciò che conta è quello che rappresentava per me… Il solo momento della mia vita che sia valso la pena di vivere. Le uniche sensazioni che sia valsa la pena di provare.  Le regalo al mondo, trasportate dal vento attraverso quel piccolo rettangolo di carta.

            Avverto l’aria fresca che mi sferza il volto e fa gonfiare i miei vestiti. Ci siamo. Chiudo gli occhi e sorrido constatando di non provare nessun cieco terrore, nessun senso di sconforto, nessuna paura. Penso all’immagine su quella foto e con una sincera commozione che mi avvolge, mi coccola, mi accompagna verso la fine sussurro: «Martina, piccolo tesoro, sto venendo da te…».

Romano De Marco, classe 1965, alterna l’attività di scrittore a quella di responsabile della sicurezza di uno dei maggiori gruppi bancari italiani. Esordisce nel 2009 con “Ferro e fuoco” (Giallo Mondadori) a cui fanno seguito “Milano a mano armata” (Foschi 2011 – premio Lomellina in giallo 2012) “A casa del diavolo” (Fanucci Time crime 2013)  “Io la troverò” (Feltrinelli 2014 – finalista premio Scerbanenco 2014) “Morte di Luna” e “Città di Polvere” (Feltrinelli 2015).
Collabora con diversi blog scrivendo di cinema, serie TV e narrativa di genere, ha partecipato a diverse antologie pubblicando i suoi racconti anche su Linus e Il Corriere della sera. il suo sito è www.romanodemarco.it.
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