Grido, riflessioni di un giorno di ottobre

grido

Ve lo dico chiaramente a costo di apparire maleducato. Mi sono rotto il cazzo.

Mi sono stufato di vedere questo brodo radical chic difensore di una cultura che non esiste se non nella spettacolarizzazione della forma. L’accantonamento dell’essenza, della sostanza, ha privato la società dell’arte.

Per secoli si è invocata l’emancipazione ma il risultato è stato questo: una migliore risoluzione della forma, della misura, cui si è aggiunto il fattore volgarità. Volgare in un senso dispregiativo e non perché provenga dal popolo. Volgare oggi è sinonimo di scioccante e ciò che sciocca, attira, vende.

Metto in chiaro una cosa. Non amo la misura e le buone maniere, se le amassi sarei un altro borghese moralista o magari mi sarei fatto prete. E se fossi un borghese moralista mi sarei trasformato in un radical chic, ossia, ostenterei l’appartenenza ad una classe sociale non mia. Invece rivendico con orgoglio le mie umili origini e la mia cultura autodidatta, figlia della curiosità. Forma nata da una lettura disincantata del mondo. Sogno partorito in mezzo all’analfabetismo culturale dei miei genitori che ringrazio eternamente per avermi consegnato nelle mani della solitaria ricerca.

Ricerca solitaria che ha acuminato la mia sensibilità contro cui a volte mi infilzo. E mi fa paura questo istinto che mi spinge verso il dubbio. Perché il pensiero è più veloce dello sguardo, della presenza fisica, dell’incedere della vita e del traguardo della morte.

Per secoli l’uomo ha modellato statue in cui tutte le parti del corpo erano perfette e proporzionate, ha dipinto quadri simili a fotografie. Ha dato forza alla misura che era trasposizione dei valori inoppugnabili. Così era anche la poesia formata da versi calcolati, in rima, coordinati tra di loro.

Da una manciata di decenni tutto ciò è sparito. Forme mostruose, linee che si intersecano, prose anarchiche, versi liberi, romanzi post-post-post di non si sa cosa. Distopie apocalittiche. Valori mandati a puttane e un uomo astratto in cerca di se stesso e vittoria del dionisiaco. Ma sia ben chiaro, a me tutto questo piace perché è stata smascherata l’ipocrisia e l’essere umano comincia a satirizzare se stesso.

Il relativismo ha vinto. E ben venga. Ma è stato introdotto un male ancor peggiore. L’individualismo dell’essere che tenta di ridare forma a quel corpo perduto nell’assurdità della vita quotidiana e che in preda al delirio di onnipotenza modella il mondo che lo circonda. Questo soggettivismo malato mi dà pena. Perché in quest’epoca in cui l’uomo avrebbe potuto ritrovare se stesso proprio relativizzandosi dimentica che è ingabbiato in un ego che gli lascia credere di essere unico.Eroe del cazzo.

Eppure, nessuno sopravvive a se stesso.

Ho paura di ciò che ho scritto perché potrebbe essere una riflessione più forte di me che mi preannuncia un futuro di follia, ripiegato su me stesso a cercare il senso della misura perduta e l’unita con cui costruire la mia esistenza. E in questo dramma di ricerca e afflizione, con tutti i problemi quotidiani, guardo il mio secolo e non so più interrogarmi.

Per me non c’è neanche la consolazione divina, perché mi rifiuto di credere nella vita eterna proclamata da un figlio nato da una vergine, risorto e assolto in un cielo di cui non si può toccar la crosta.

Mi è rimasta la cultura, l’arte degli uomini, che con ammirazione cerco da solo. La condivido con chi sarà pronto a scalare questa montagna posta tra la vita e la morte, tra l’essere e il non essere, tra la forma e la sostanza.

La vetta… la vetta mi appare così lontana.

Martino Ciano

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