Uccialì e la notte dei cornuti

foto ginetta

Le barche dei pescatori erano tutte attraccate. La luna nuova di dicembre garantiva un buio pesto.

Perfetto .

Niso Galeni fumava l’ennesima sigaretta a bordo della sua Panda blu, parcheggiata vicino al pontile. Più in là, la fortezza di Le Castella spiccava nell’oscurità, con le mura illuminate dai fari arancioni. L’aria fredda e umida preannunciava la pioggia.

Perfetto.

Non c’era nessuno a quell’ora di notte, lì nei pressi del porto. Un silenzio di tomba, interrotto soltanto dal fragore cadenzato delle onde del mare.

Perfetto.

I vetri della vettura erano tutti appannati e Niso di tanto in tanto li passava con una pelle di daino lercia e a brandelli.

L’orologio segnava mezzanotte. Ancora un’ora.

Avrebbe voluto schiacciare un pisolino, ma non poteva. Doveva stare in guardia, tenere gli occhi ben aperti. Accese un’altra sigaretta e aprì una lattina di birra.

Il bip del messaggio sul telefonino lo fece sussultare. “ Tutto bene. Tra un’ora siamo lì. Sono 45”.

Respirò profondamente. Digitò un numero – A posto. Arrivano tra un’ora. Porta il camion, non il furgone. Sono 45.

– Bene. Ho già predisposto tutto.

– Magnifico. Prendi la via delle Serre.

Chiuse.

Le gazzelle della Polizia erano passate da poco. La prossima ronda verso le tre.

Perfetto.

Qualche goccia di pioggia cadde sul parabrezza. Perbacco, il temporale sarebbe stata la ciliegina sulla torta.

Aspettò. Ma le gocce si fermarono sui tergicristalli e, in attesa di compagnia, scomparvero.

D’un tratto il lampeggiare di una sirena che veniva nella sua direzione lo fece raggelare.

– E mo’ chi è? – pensò, mantenendo il sangue freddo.

La sirena si avvicinava sempre più e, quando si fermò vicino al pontile, riconobbe la lambretta sgangherata di Peppino.

– Ma guarda questo scimunito! Che cazzo ci fa a quest’ora qui?

Indugiò. Forse sarebbe andato via presto.

Ma quando lo vide prendere una sdraio dal cassone e sedersi sulla spiaggia, andò su tutte le furie e uscì dalla macchina.

Peppino come lo vide gli andò incontro felice.

– Compare, compare Niso, pure tu qui?  Allora, lo sai anche tu?

– Che cosa? – chiese cereo Niso, disarmato dall’abbraccio affettuoso di Peppino.

– Come? Non mi dire che non lo sai? E allora che ci fai al porto a quest’ora?

Preso in contropiede, Niso balbettò – Beh, ero in giro, mi scappava  la pipì e…

– e sei venuto qui. Bravo compare! Hai fatto bene, anch’io quando mi scappa vengo qui. Vicino a pontile si piscia che è una bellezza!

Niso lo guardava allibito. E adesso?

Cercò di mantenersi naturale. Poggiò le sue enormi mani sulle spalle di Peppino e sorridendo gli chiese – E allora, compare Peppinuzzo, spiegami che ci fai qui e con una sdraio, per giunta. Non mi pare tempo per l’abbronzatura, questo.

– Certo che no – rispose candido Peppino – questa è la notte del grande ritorno – e allargò le braccia, sgranando gli occhi in un’espressione  di  stupore.

Niso lo guardava più stupito di lui. Non riusciva a credere che proprio lo scemo del villaggio potesse mettere i bastoni tra le ruote in quella notte perfetta.

Doveva trovare il modo di mandarlo via.

– Ma che stai dicendo? Il  ritorno di chi?

– Ma di Uccialì, no?

– Uccialì? E chi è?

Peppino lo guardò con piglio saputo – No lo sai? Ma come? Il nostro conterraneo che in Turchia diventò importantissimo cinquecento anni fa. Dionigi Galeni, il condottiero. Possibile che tu non lo conosci? Proprio tu?

– Come sarebbe ‘proprio io’?

– Perché tu ti chiami come lui, Dionisio Galeni, no? Forse siete pure parenti.

Niso si grattò le tempie. Aveva una gran voglia di tirare un pugno in mezzo alla fronte sporgente di Peppino, ma si trattenne. Non poteva. Non ce la faceva. Gli occhi di quel credulone erano disarmanti.

Doveva assolutamente trovare un modo per mandarlo via. E poi chi era questo Uccialì? Quante sciocchezze raccontava sto’ sciroccato! E lui stava pure ascoltarlo.

Intanto Peppino, preso un plaid di lana di sedette sulla sdraio di fronte al mare, tirò fuori una candela dalla tasca della giacca a quadri scozzesi e l’accese.

– E mo’ che fai? – gli intimò arrabbiato Niso.

– Aspetto. Stanotte tornerà Uccialì, con i suoi fedeli turchi, e sarò io ad accompagnarlo dalla madre.

– Dalla madre? Quale madre? Che cazzo dici, Peppì? Ma la vuoi finire con queste baggianate? E spegni sta candela – gliela strappò dalle mani e la spense.

Peppino lo guardò stranito – Ma che ti prende, Ninì, perché t’incazzi? Uccialì stanotte deve tornare dalla madre che lo perdonerà e ritirerà la maledizione.

– La maledizione?

– Sì, la maledizione. La madre lo maledisse perché diventò musulmano.

– Ah, pensa tu! E la madre dov’è adesso?

– Al cimitero. Io lo condurrò lì e tutto si compirà.

– Tutto cosa?

– Tutto quello che si deve compiere. Me lo ha detto la Pitia del Petilino che predice il passato , il presente e il futuro. Stanotte arriveranno i Turchi.

Dionisio si prese la testa tra le mani. Non riusciva a credere alle parole di Peppino. I Turchi dovevano arrivare davvero, tra poco. Ma non erano i seguaci di Uccialì. Erano Curdi, profughi che sbarcavano clandestinamente con l’appoggio della ‘Ndrangheta che li smistava tra la Piana e la Puglia per la raccolta delle olive. Che questa Pitia  fosse una spia? Magari qualcuno che stesse cercando di fregarlo e aveva mandato quell’allocco in avanscoperta?

No, impossibile. Peppino in avanscoperta? Ma che andava a pensare! Accidenti, tra non molto sarebbe arrivato il camion. Doveva saperne di più, però.

– Chi è questa Pitia?

– La magara di Petilia, quella che prima era a Melissa.

– E tu che ci vai a fare dalla magara?

Peppino abbassò lo sguardo – Volevo essere sicuro di mia moglie. Mi hanno detto che mi cornifica. E io sono andato dalla magara.

– E che ti ha detto?

– Lei ha invocato Dio, i diavoli, Epaminonda e Uccialì. Poi mi ha detto che lo spirito di Uccialì sarebbe venuto a salvarmi, a patto che io lo accompagnassi dalla madre, per via della maledizione, capisci? E’ la maledizione della madre di Uccialì che porta male alla  nostra terra e fa spuntare le corna agli uomini, perché quando lo maledisse lo chiamò ‘grandissimo cornuto’!

Niso lo guardava con  gli occhi sgranati. Ma guarda che storia s’era inventata quella lestofante e chissà quanti soldi gli aveva spillato.

Non c’era più tempo. Doveva sbrigarsi.

Corse alla macchina e, da un scatolino nascosto sotto il sedile, prese una boccetta di un potentissimo sonnifero. Lo usavano, lui e i suoi compari, per addormentare i profughi, in caso di bisogno. Ne versò qualche goccia nella birra che gli era avanzata e la portò a Peppino.

– Tieni Pepè, bevi. Visto che devi stare qua, con questo freddo, almeno ti riscaldi.

Peppino lo guardò con la stessa riconoscenza del giorno in cui Niso l’aveva salvato dall’incendio all’Opera Sila. Eh già, allora se l’era vista proprio brutta, il poveretto. Convinto di essere il “Generale di tutti i generali dei vigili del fuoco” – così lui si definiva – era arrivato nel luogo dove si era sviluppato l’incendio, con la sua lambretta tricolore, a sirena spiegata. Voleva dare una mano, a modo suo. E ci stava rimettendo le penne.

Niso Galeni spense il fuoco dalla sua giacca svuotandogli addosso una sacco pieno di sabbia e lo portò in braccio fino alla macchina dei soccorsi. Da allora Peppino lo guardò sempre come si guarda un eroe.

Ora il suo eroe gli offriva una birra per riscaldarsi. Che gentile. Davvero poche le persone così.

Una flebile luce si intravedeva nel buio del mare. Eccoli, erano loro. Doveva dare l’indicazione per l’attracco. Con la torcia che aveva in tasca cominciò a fare segnali ad intermittenza.

– Che fai? – chiese Peppino sonnolento – Cos’è quella luce?

– Come cos’è? Non vedi? È Uccialì, Peppì. Uccialì.

Peppino barcollante si aggrappò a Niso e prima di crollare disse: – Te l’avevo detto. Questa è la notte del riscatto – e cadde in un sonno profondo.

Niso lo sistemò sulla sedia e lo coprì col plaid. Anche se avesse detto qualcosa, non lo avrebbe creduto nessuno.

I clandestini sbarcarono in silenzio. Vennero caricati sul camion che li avrebbe condotti nelle Serre. Da lì sarebbero stati smistati.

Niso pagò gli scafisti che, abbandonata la bagnarola sulla costa, si dileguarono. Mise in moto la sua Panda e se ne andò.

Alle prime luci dell’alba, la Polizia avvistò la carretta arenata vicino al pontile.

I due agenti di ronda trovarono Peppino addormentato sulla sdraio con accanto la lattina della birra.

– Ma guarda Peppino! E che ci fa qui, con questo freddo?

– Mah, chissà se ha visto qualcosa. Dai, avvisiamo la centrale.

In attesa, i poliziotti provarono a svegliarlo. Niente da fare.

Quando giunse il Commissario, con un esercito di agenti, Peppino russava a pieni polmoni. Ci volle un po’. Rinvenne e trovandosi davanti il Commissario disse:

– Marescià, li aveve visti?

– Chi Peppì?

– I Turchi.

– I Turchi? Vuoi forse dire i Curdi?

– No, no. I Turchi, guidati da Uccialì.

– Uccialì? Chi guidava lo scafo si chiama così?

– No, Marescià. Uccialì,  il musulmano. E’ tornato per la maledizione.

Il Commissario lo guardò sconcertato.

– Intendi Uccialì di Le Castella? Dionisio Galeni, il condottiero?

– Sì, proprio lui, Dionisio Galeni. E’ venuto qui stanotte. Mi ha dato pure la birra. Poi  io mi sono addormentato…non so, lui se n’è andato e non l’ho neppure salutato. La maledizione, Marescià, le corna…le corna… – e scoppiò a piangere.

Testimone inattendibile.

Il Commissario si guardò intorno. C’erano solo un mucchio di impronte che dalla spiaggia arrivavano  alla strada. Poi niente.

Gliela avevano fatta. Erano riusciti a scappare e Uccialì li aveva protetti.

Avrebbe avviato le indagini. Come sempre,

Rivolgendosi a due agenti ordinò – Accompagnatelo a casa e dite alla moglie di chiamare un medico. Uno psichiatra, possibilmente.

Il poliziotto che ispezionava la carretta lo chiamò – Signor Commissario, venga a vedere. Qui, sulle fiancate arrugginite dell’imbarcazione c’è un nome sbiadito, scritto in rosso: Uccialì.

Ginetta Rotondo

(Ogni riferimento a fatti o persone è puramente casuale)

 

Ginetta Rotondo è nata a Verzino e vive a Crotone. Docente di lettura espressiva, fonetica e dizione della lingua italiana, tiene i suoi corsi alla Dante Alighieri di Crotone. Scrive romanzi e racconti. Ama le buone letture e la bella scrittura. Il suo ultimo romanzo, L’ospite inattesa, pubblicato da CSA Editrice ha vinto il premio La penna perfetta

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