Ivan tornato dal deserto

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“Non stavo cercando di farmi del male. Stavo cercando di uccidermi. C’è differenza… Volevo solo chiamarmi fuori. Non volevo più giocare, tutto qui.”

(David Foster Wallace)

Adesso sono qui ma non sono assolutamente sicuro di aver fatto la cosa esatta, non sono sicuro di essere ciò che sembro: che cosa sembro non lo so proprio, più che altro non sembro più quello che ero prima, o che sembravo prima. Sono un po’ confuso, ma è normale, ne ho bevuta proprio tanta di birra, ma non è neanche la birra: è quello che ho fatto, nient’altro. Ma cos’è che ho fatto esattamente?

È notte, non so bene dove sono. Sicuramente in un motel, sicuramente negli USA, sicuramente non lontano da Las Vegas, sicuramente nel deserto, sicuramente in un posto dove i miei compagni di viaggio, o meglio ex-compagni, non metterebbero mai piede. Ma che cosa ci faccio qui?

Io sono quello che sono e non mi è mai piaciuto essere ciò che sono. Che cosa sono? Un giovane avvocato in carriera, figlio di avvocati, nipote di avvocati, amico di avvocati. No, quest’ultima cosa non è esatta: io non ho amici, e tanto meno tra gli avvocati. L’unico vero amico che avevo è morto e la sua morte, come una rovinosa valanga, si è portata dietro tutta la mia voglia di amici.

Tutta, senza appello.

Fare l’avvocato è il mio destino, almeno questo è quello che mi hanno sempre detto tutti, dai parenti stretti ai presunti amici-non-amici che frequento da un po’ di tempo, ad occhio e croce da quando è morto Ivan: morto lui, morto il mio io precedente, ma forse era solo ferito, chissà.

Chissà se i miei due compagni di viaggio, o ex-compagni, mi staranno cercando: poco probabile, poco interessante. Mario, figlio del socio dello studio di mio padre, avvocato nato, 30 anni ed è come se ne avesse 50 da sempre, e Valerio, giovane associato dello studio di mio padre, un vero talento a detta di mio padre: in fatto di avvocati lui sì che se ne intende. Siamo partiti insieme, siamo atterrati a Los Angeles, siamo stati due giorni a Los Angeles: mi hanno trascinato a visitare gli studios, a spendere soldi nelle boutiques più esclusive. Poi abbiamo preso un aereo e siamo venuti a Las Vegas. Dopo aver girovagato per ore da un casinò all’altro, Mario e Valerio hanno assoldato due prostitute da mille dollari a botta, proponendomene una anche a me, ma vista la mia faccia tra il disgustato e l’incredulo e il perplesso, mi hanno mollato al bar del casinò a bere. Io ho terminato il mio margarita con calma, guardandomi intorno senza vedere niente, sono uscito dal casinò, sono entrato in un negozio di abiti usati non distante e ho acquistato un vecchio abito nero di cotone, composto di giacca a tre bottoni e pantaloni stretti alle caviglie, una camicia grigia morbida e vissuta, un paio di stivali di armadillo neri. Mi sono spogliato lì, nel negozio, della mia Lacoste azzurra, dei miei pantaloni blu di lino, delle mie Superga blu. Ho comprato una vecchia Chevrolette nera convertibile e sono partito, senza neanche passare in albergo: per prendere cosa d’altronde, Lacoste dai colori tenui, pantaloni dai colori pastello, il rasoio elettrico?

Ho puntato il muso della Chevrolette rugginosa verso il deserto, ma appena fuori Las Vegas, mi sono fermato e ho preso una stanza in questo motel di infima categoria in mezzo al deserto.

“Ma dove sto andando?” mi sono detto scaricando la cassa di birra comprata insieme ad uno Stetson nero in un drugstore lungo la strada.

“Bella domanda” mi sono risposto aprendo la prima birra. Finita la prima birra mi sono osservato in uno specchio a grandezza umana e dentro c’era una brutta copia di ‘Ivan tornato dal deserto’. Be’ lui era un vero entusiasta del deserto, mi faceva una testa così con i suoi libri di Cormac McCarthy e di Sam Shepard, e con la musica dei Thin White Rope e dei Giant Sand. Eravamo entrambi iscritti a Scienze Politiche. Mio padre era convinto fossi iscritto a Giurisprudenza, e lo è stato fino alla morte di Ivan.

Mi alzo dal letto, trattengo un conato di vomito, respiro profondamente, ma non serve a nulla, corro in bagno e vomito nel lavandino. Mi siedo sul bordo della vasca, respiro profondamente e corro nuovamente al lavandino a vomitare. Sono stanco.

Quando è morto Ivan qualcosa dentro di me si è rotto. Ho smesso di leggere libri, di ascoltare musica. Sono passato a Giurisprudenza. Mi sono laureato. Ho cominciato a fare l’avvocato, a frequentare l’ambiente forense come se fossi uno zombie, come se la vita non mi riguardasse più. Ho cominciato a fare cose che non avevo mai fatto: andare a sciare, andare in discoteche esclusive, andare in vacanza in paesi esotici, frequentare ragazze vuote come i miei nuovi amici. Ho smesso di leggere, di andare al cinema, di viaggiare per il gusto di farlo, la curiosità. Ho smesso di pensare alla vita e mi sono lasciato vivere spinto come un carrello della spesa. Un carrello vuoto.

Un carrello inutile. Un carrello triste. Ivan era partito da solo per gli U.S.A. Dopo un mese nel deserto è tornato, ma era cambiato, è difficile da spiegare, era cambiato, tutto lì. Quando gli chiedevo di raccontarmi del suo soggiorno nel deserto cambiava discorso, indossava una maschera enigmatica. Lo vedevo sempre meno: aveva continuamente qualcosa da fare, cosa non lo so. Qualunque cosa fosse, io però ne ero escluso. Dopo un mese che era tornato l’hanno trovato impiccato nei cessi dell’università, vestito com’era tornato dal deserto: vestito di cotone nero, camicia grigia, stivali neri di armadillo, barba lunga.

L’unica cosa che so è che era stato da qualche parte tra il confine americano e quello messicano, giusto perché diceva di aver visto i luoghi dei romanzi di Cormac McCarthy. Ho cominciato a leggere Cormac McCarthy.

Sono solo, nel deserto. Mi guardo intorno ma non c’è nulla per chilometri. Solo terra chiara, arbusti, sabbia. Silenzio, tanto silenzio. Solitudine. Ecco, la solitudine è la cosa che provo con più forza. Poi qualcosa di scuro, di indefinito, sfuocato, si muove lontano verso di me. Il tempo di sbattere gli occhi e questo qualcosa è di fronte a me: è Ivan. Indossa l’abito nero, la camicia grigia, gli stivali neri di armadillo. Io sono vestito alla stessa maniera. Ha lo Stetson in testa. Il volto all’ombra delle larghe tese del cappello. Anch’io ho uno Stetson uguale. Dalla tasca della giacca fa capolino la copertina di un libro di Cormac McCarthy. Mi avvicino ma non riesco a vedergli il viso. Muovo la bocca per dire qualcosa ma non esce alcun suono. Oltre al sonoro, qualcuno ha eliminato anche il colore. Ma esistono sogni a colori? Ma sono sogni quelli che ricordiamo una volta svegli o solo ricordi mal ricordati, deformati, idealizzati, mal digeriti? Mi avvicino ancora alla disperata ricerca di suoni e di colori e cado dal letto svegliandomi. Qualcuno bussa alla porta della stanza del motel. Io rimango a terra immobile, respirando il meno possibile. Si apre la porta e una ragazza dai lineamenti messicani o indiani entra titubante. Quando mi vede a terra sorride come può sorridere una pietra e dice “pensavo non ci fosse nessuno”. Sorrido come può sorridere uno che ha bevuto troppa birra e ha sognato in bianco e nero. Lei si volta, esce e si chiude la porta alle spalle. Rimango a terra, chiudo gli occhi, ma Ivan è ormai sparito. Fantasma del ricordo.

Fuori non è più notte, c’è il deserto, e da qualche parte Ivan ha vissuto per un mese, e chissà cosa è successo, e chissà se è successo qualcosa.

Racconto pubblicato nel libro “Generazione di perplessi” (Edizioni della Sera, 2011)

L’autore:

Roberto Saporito è nato ad Alba (CN) nel 1962.

Ha studiato giornalismo.

Ha pubblicato romanzi e raccolte di racconti. Tra gli ultimi romanzi pubblicati ricordiamo “Il rumore della terra che gira” (Perdisa Pop, 2010, nella collana “Corsari” diretta da Luigi Bernardi) e a luglio 2013 il romanzo “Il caso editoriale dell’anno” (come “Anonimo”) con Edizioni Anordest.

Nel 2015 ha pubblicato un nuovo romanzo dal titolo “Come un film francese” con Del Vecchio Editore di Roma.

Suoi racconti sono stati pubblicati su antologie e innumerevoli Riviste Letterarie.

Collabora con la Rivista Letteraria di Milano [diretta da Gian Paolo Serino] “Satisfiction” [ http://www.satisfiction.me/ ] con una sua personale rubrica.

Nel 2013 il suo primo romanzo “Anche i lupi mannari fanno surf” [2002] diventa “oggetto di studio” di una delle dieci lezioni del corso di scrittura narrativa “Inchiostro rosso sangue”, per la precisione la settima intitolata “L’hard boiled in salsa italiana: il curioso caso di “Anche i lupi mannari fanno surf”, di Roberto Saporito.”, organizzato dalla Rivista Letteraria “Inchiostro” a Verona, insieme ai romanzi, oggetto di altre lezioni, di Giorgio ScerbanencoCarlo Lucarelli, Massimo Carlotto e Gianluca Morozzi.

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